Adesso, mantenendomi in un quarto d’ora, porterò un
a testimonianza che credo importante, che nei miei
anche troppo numerosi libri qualcun altro potrà ave
re già letto, ma che è utile anche qui.
Io ho fatto il mio corso universitario dai 40 ai 35
anni fa, e quello che abbiamo appena ascoltato dai
nostri
relatori della MMT era normale: era post-keynesismo
, era Kaldor, era rapporto Radcliffe; erano tutte
quelle cose che consentivano di governare in un mod
o abbastanza equilibrato un’economia e farla
crescere; poi,
durante gli anni ’80 e ’90, la moneta e la politica
monetaria sono scomparse dalle
università italiane; non si poteva parlare di monet
a: era “forbidden”, proibito
.
1
Il video dell’intervento è visibile qui:
http://economiaepotere.forumfree.it/?t=60784284&p=4
94530598
Dopo la laurea a Roma e un periodo di ricerca a Ber
keley nel ’78, cominciò la mia esperienza come
funzionario nello Stato; allora c’era il Ministero
del Bilancio e della Programmazione economica, che
oggi
sarebbe un dipartimento del Ministero dell’Economia
, e collaboravo anche con Federico Caffè.
Ad un certo punto
incominciarono ad arrivare dei funzionari del Fondo
Monetario Internazionale
e a
sostituire alcuni di noi, tra l’altro con paghe com
pletamente diverse dalle nostre, ma non ne sapevano
più
di noi, che bene o male avevamo vinto un concorso e
avevamo studiato: e cominciarono i primi attriti.
Per farla breve,
io feci un’elaborazione di quello che sarebbe succe
sso col famoso divorzio fra Tesoro
e Banca d’Italia
, che è l’architrave di tutto quello che stiamo dic
endo qui, e cioè che lo Stato in
condizioni normali non chiede moneta, ma in qualche
modo si basa sui vincoli di portafoglio alle banch
e,
che debbono assorbire i suoi titoli a bassissimi ta
ssi di interesse: che è un po’ la stessa cosa che e
mettere
moneta, non c’è una grande differenza; ma [in segui
to al divorzio, N.d.R.] rinuncia a questa facoltà e
quindi si rivolge direttamente al mercato. Che poi
non era il mercato, ma erano quelle 4, 5, 6 banche
di
interesse nazionale, in via di essere privatizzate,
che ovviamente utilizzarono un metodo ancora più
drastico di quello successivo per far crescere in m
odo esorbitante i tassi di interesse: lo Stato chie
deva per
esempio 5.000 miliardi di lire (allora c’erano le l
ire, ve le ricordate?), le banche comperavano 4.500
miliardi di titoli al tasso di quel giorno, e per f
ar assorbire gli ultimi 500 facevano schizzare il t
asso
d’interesse fino ad arrivare a livelli insopportabi
li.
Io feci i miei calcoletti, niente di straordinario,
e arrivai a due conclusioni che furono oggetto di
un mio
documento al ministro: e cioè
dissi che con quel sistema nel giro di sei-sette an
ni il debito pubblico
sarebbe raddoppiato e avrebbe superato il PIL
; e, seconda cosa, che avremmo spiazzato un’intera
generazione di giovani e
la disoccupazione giovanile in Italia sarebbe salit
a oltre il 50%
, nel giro sempre
dello stesso periodo, perché questi alti tassi di i
nteresse avrebbero accorciato l’orizzonte degli
investimenti delle imprese, e quindi queste non avr
ebbero fatto assunzioni eccetera eccetera.
Mi dissero che ero pazzo
, perché il debito pubblico non poteva mai superare
il PIL, altrimenti il sistema
saltava; e io gli risposi che se il debito era uno
stock e il PIL era un flusso, questa considerazione
non era
fattibile; loro mi dissero che era impossibile che
la disoccupazione giovanile aumentasse così, anzi,
che si
sarebbero intraprese una serie di misure di flessib
ilizzazione per consentire ai giovani di trovare la
voro…
Insomma,
il litigio aumentò enormemente e alla fine, per far
la breve, dovetti andarmene dalla
pubblica amministrazione
e per un po’ tornai negli Stati Uniti a Houston; po
i feci altre cose in Italia:
nell’89 partecipai a dei seminari organizzati dal s
enatore Donat Cattin, il quale pubblicava sulla sua
rivista, “Terza Fase”, i miei articoli su queste pr
oblematiche monetarie.
Una giornalista del “Manifesto”,
Norma Rangeri
, scrisse un articolo su di me, dicendo appunto che
quell’anno il debito pubblico aveva superato il PIL
e la disoccupazione giovanile in Italia – record mo
ndiale
– era al 56%, e che c’era stato un oscuro funzionar
io del Ministero del Bilancio che l’aveva predetto,
e che
però, invece che essere ascoltato, era stato costre
tto ad allontanarsi. Questo creò un grande tafferug
lio
sui mass media, al culmine del quale mi scrisse “un
certo”
Giulio Andreotti
, che doveva formare il
governo, e mi disse: “Caro Galloni, vuoi collaborar
e con noi per cambiare l’economia di questo Paese?”
Perché comunque qualcuno che non la pensava in modo
allineato c’era. Io ovviamente aderii
entusiasticamente e mi misi a disposizione del suo
braccio destro, il quale mi disse: “c’aggi’a fà pe’
cambià
l’economia di chistu paese?”. Avete capito di quale
ministro sto parlando, no?
2
Io gli risposi: “Guardi, lei si
faccia dare il Ministero del Bilancio al prossimo g
overno, e poi metta me a capo della struttura: al r
esto ci
penso io”. E così fu.
Giulio Andreotti e Cirino Pomicino
Pomicino mi chiamò e mi disse: “Sono ministro del B
ilancio, vieni subito”; io andai là:
non solo mi mise a
capo praticamente di tutta la struttura tecnica del
ministero, ma anche di un gruppo di 25 professori
2
Si tratta di Cirino Pomicino.
universitari di economia
; e cominciammo subito a mettere mano alla famosa ”
relazione previsionale e
programmatica”, che sarebbe come il documento di po
litica economica di oggi.
La finalità di questa mia azione era quella di rall
entare il processo che avrebbe portato all’euro
: non
che noi non volessimo quel percorso, ma lo volevamo
in tempi diversi, adeguati alle esigenze dell’Ital
ia
anche di ristrutturazione e riconversione industria
le, in condizioni di sviluppo economico e non in
condizioni recessive; perché questo avrebbe fatto l
a differenza fra creare posti di lavoro buoni e inv
ece
perderli.
Dopo qualche settimana che lavoravo a questo proget
to successe un cataclisma: si mossero la
fondazione Agnelli, la Confindustria, addirittura t
elefonò all’allora ministro del Tesoro Guido Carli
il
cancelliere Helmut Kohl.
Helmut Kohl
Io, per quanto mi avessero messo a capo della strut
tura, mi sentivo sempre un piccolo funzionario; sì,
uno
che studiava, uno che scriveva, uno che diceva le s
ue cose, per carità; però, una telefonata contro di
me
da parte di Helmut Khol, confermatami poi da Pomici
no, mi sembrò una cosa esagerata. E lui mi fece
capire che non c’era più spazio per questo mio tent
ativo, e io gli scrissi su un pezzettino di carta (
perché
lui mi disse di non parlare, che c’erano i microfon
i): “Ma per caso hanno telefonato perché ‘così e co
sì’, e
non è più possibile portare avanti questo discorso?
” Lui mi fece così [
fa cenno di sì con la testa
], lo
stracciò in mille pezzettini e lo buttò nel cestino
.
Carlo Donat Cattin mi chiamò poi a fare il Direttor
e Generale al Ministero del Lavoro
, e lì iniziò poi
un’altra esperienza di cui dovrò dire rapidamente,
perché c’entra con le tematiche di oggi. Prima vogl
io
però sottolinearvi due passaggi che sono un po’ più
che aneddoti.
Ero stato incaricato (sto parlando degli anni ’80)
da una parte della Democrazia Cristiana di prendere
contatti con una parte del Partito Comunista
per vedere se era possibile concordare una linea d
i politica
economica e monetaria diversa da quella accettata d
all’
establishment
della stessa sinistra democristiana
nel suo complesso, la cosiddetta ‘sinistra politica
’, mentre la ‘sinistra sociale’, quella di Donat Ca
ttin, era
contraria al divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia e
tutto il resto; e vedere se nel Partito Comunista
c’era
qualcuno che era d’accordo. Avevamo fatto dei semin
ari anche con un’altra rivista, “Itinerari”, e veni
vano
altre persone a sentire di che cosa si parlava; uno
di essi si chiamava
Mario Draghi
, un altro era un certo
Giulio Tremonti
; tutta gente modesta e tranquilla, che poi ha fatt
o carriera…
Ma che cosa successe quando io presi contatto con q
uelli del CESP, di cui più rappresentativo era il
professor Azzolini? Che un certo
Carlo Azeglio Ciampi telefonò a Berlinguer e gli di
sse che se si fosse
andati avanti in quel discorso, se si fosse ancora
parlato di moneta, tutti i figli della nomenklatura
comunista che stavano negli uffici e negli studi de
lle banche se ne sarebbero andati a casa.
Quella fu
la fine del dibattito. [
Applauso del pubblico
].
C’è poco da batter le mani, c’è da piangere su ques
to…
L’altro aneddoto, significativo anche del discorso c
he sto cercando di fare, è il seguente: quando io e
ntrai
al Ministero del Bilancio, mi occupavo anche di stu
diare la società italiana;
rilevai in una mia
pubblicazione che c’erano in giro pensioni di inval
idità superiori a qualunque logica e denunciai
questo fatto
. Mi convocarono ad altissimo livello e mi dissero:
“Gallò, non rompere, perché noi dobbiamo
combattere il terrorismo: qui, se non rompiamo il c
artello dei disoccupati nel Mezzogiorno, c’è
un’alleanza possibile fra le Brigate Rosse, che al
Nord hanno un certo seguito, e i disoccupati del Su
d, e
succede un disastro”.
E io dissi: “Va bene, mi sembra un’argomentazione b
uona”.
Tre anni dopo: divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia
, titoli del debito pubblico offerti direttamente a
l
mercato per finanziare la spesa pubblica,
spesa per i disoccupati, spesa per le pensioni di
invalidità per
rompere il cartello dei disoccupati, finanziati com
e se fossero investimenti buoni, addirittura al ven
ti
per cento: questo ha fatto esplodere il nostro debi
to pubblico.
Da una parte questa classe dirigente
diceva che bisognava separare il potere dei politic
i dagli investimenti pubblici, in realtà per indebo
lire il
Paese, e dall’altra poi finanziava spese assistenzi
alistiche ad elevatissimi tassi di interesse, facen
do
esplodere il debito pubblico.
È a partire da quell’errore che noi abbiamo pagato
tutto il resto in termini di debito.