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Certo, la sostanziale imposizione americana di un allontanamento dei socialcomunisti dal governo,
in cambio degli aiuti – anche alimentari – andava ad aggravare la posizione e l’immagine di De
Gasperi e della stessa Democrazia Cristiana che usciva dalla Conferenza di Parigi (Trattato di Pace)
con un forte ridimensionamento della sovranità nazionale.In sintesi, la Democrazia Cristiana si rafforza come consensi che comprendono anche gli ambienti qualunquistici, la destra vaticana (più cattolica che cristiana), la componente elettorale che considera prioritario sostenere l’alternativa concreta al PCI: così, proprio a partire dal 1947 e dagli esordi della cosiddetta guerra fredda, la DC si scopre anticomunista non per vocazione, ma per necessità.E siccome non avviene un vero e proprio passaggio di consegne ad un nuovo vertice visceralmente anticomunista, ma permane il disegno originario della DC (sebbene non possa non segnalarsi un significativo e non definitivo ridimensionamento del ruolo di Vanoni e di altri rappresentanti del mondo cattolico come Dossetti e gli animatori della Rivista Cronache Sociali), accade che cresca la distanza tra la base popolare e la classe dirigente che cerca una sorta di “terza via” (capitalismo misto a socialismo) tra mercato selvaggio e pianificazione di Stato. Questa distanza tra elettorato e leadership viene colmata, paradossalmente, dalla convergenza con le opposizioni di sinistra sulle grandi problematiche
delle istituzioni democratiche (quelle fondate sull’accordo legislativo nella comunione governativ
a uscita dalla Resistenza); e, quindi, proprio quel PCI che spinge l’elettorato di destra verso la
DC, finisce per legittimare il vertice del partito cattolico (o, almeno, la parte più attiva e propositiva di esso) giustificando la distanza con il coacervo anticomunista del suo elettorato. Se ciò è esatto, la distanza tra De Gasperi ed altri democristiani del suo gabinetto e dintorni si rivela  inferiore a quella che trapela dagli atti ufficiali .La ricerca specifica, quindi, potrà gettare nuova luce sul De Gasperi che – pur consapevole della degradazione del Paese avvenuta col Trattato di Parigi, delle conseguenze dell’abbandono ai liberali delle leve del potere bancario e monetario, dell’esigenza di introdurre maggior dirigismo pubblico nell’economia – opta per compromessi che salvaguardino almeno una parte significativa della libertà (o autonomia) nazionale, di quella delle imprese, di quella dei singoli.
Non muore con i regressi del 1947, allora, l’idea che sia possibile un modello che, pur basandosi
sulla libertà d’impresa, tuttavia promuova una presenza pubblica nell’economia capace di regolare
la qualità delle esportazioni e di ammortizzare le quantità di importazioni. Negli anni successivi al 1947, infatti, che segnano l’inizi di una ripresa che porterà in circa un quindicennio a risultati eccellenti, si cominciano a delineare strategie geopolitiche che consentiranno all’Italia di conseguire un maggiore equilibrio, sui mercati internazionali, tra risorse  che devono, comunque, continuare ad essere importate e beni destinati alla penetrazione in aree definite proprio dal posizionamento del Paese: snodo tra Est e Ovest, europeo, filoamericano, ma anche filoarabo e in una relazione molto speciale con l’area comunista e la stessa Unione Sovietica.
1.2 LE PARTECIPAZIONI STATALI
È da questo clima culturale e politico che prendono quota le partecipazioni statali. Invenzione del
regime precedente e, tuttavia, profondamente rivisitate dall’ottica di quei democristiani così attenti
ai riferimenti sociali della filosofia marxista e così lontani dalla logica politica di quest’ultima.
Atteggiamento in un certo senso speculare a quellod’oltretevere, dove, alla posizione vaticana più
attenta alla “realpolitik” e agli interessi pratici della Chiesa, facevano da contrappeso le esposizioni
papaline così sensibili alle problematiche sociali delle masse popolari. E, se i fondamenti sostanziali delle partecipazioni statali risiedevano nella evidente contraddizione tra potenzialità e realizzazioni industriali e finanziarie del Paese – che aveva alimentato la stessa rappresentazione di ruolo che il Fascismo si era data – in pratica si era arrivati ad un sistema che differiva profondamente dal modello colbertiano: qui era lo Stato direttamente ad occuparsi dellosviluppo degli opifici, laddove – nell’Italia pre e soprattutto post bellica – prevalse una ricerca di autonomia (dalla proprietà statale) a volte persino esagerata. Così, si poteva parlare solo imprecisamente di Stato imprenditore: era il managero “commis” che decideva, ben oltre le formalità dei consigli di amministrazione, linee st
rategiche e modalità di azione. La funzione imprenditiva, in altra parole, veniva associata a quella manageriale, a volte coincidendo nella stessa persona (si pensi soprattutto al caso Mattei). Ma tale associazione o coincidenza aveva conseguenze fondamentali sugli aspetti economici e  macroeconomici delle grandi strategie industriali.
Lo Stato che, indirettamente, controllava le grandi  banche (affidate, come si è visto, ai liberali
ovvero – fatte salve alcune eccezioni che daranno rsultati inquietanti – ai non cattolici), si limita
va a fornire alle industrie grandi linee guida e adeguati finanziamenti.
Questi ultimi consentivano alla proprietà (lo Stato, appunto) di ottenere una sufficiente remunerazione del capitale impegnato finché i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico si
mantennero al di sotto di essa (vale a dire per tutti gli anni ’50, ’60 e ’70). Lo Stato aveva così uno
strumento che produceva occupazione (quindi sostituiva spese assistenzialistiche e contribuiva al
rafforzamento finanziario del sistema previdenziale in vigore), ovviava alle carenze strutturali
dell’offerta interna determinando altresì l’ammodernamento del Paese (senza aggravare il disavanzo
dello Stato, ma, anzi, riducendolo in proporzione a lla differenza tra il tasso di remunerazione del
capitale impegnato nelle partecipazioni e quello del debito pubblico), affidava un’arma essenziale
alla politica estera dell’Italia ed alla sua penetrazione sui mercati internazionali.
E mentre lo Stato imprenditore diretto tende a sganciarsi del tutto dalla logica del profitto finendo
per accumulare ingenti perdite che, molte volte, si rivelano strategicamente e socialmente
ingiustificate, il sistema italiano delle partecipazioni assumeva un vincolo (di profitto, cioè di
bilancio) che consentiva al manager-imprenditore di spingere la produzione fino al limite massimo
segnato dal pareggio tra costo e ricavo marginale;ovvero dalla differenza tra ricavo e costo
marginale che pareggiasse la spesa di approvvigionamento della moneta – in genere il tasso di
interesse sui titoli del debito pubblico – da parte dello Stato proprietario.
Anche il privato poteva accettare un obiettivo strategico uguale: massimizzare la produzione (e,
quindi, l’occupazione) col solo vincolo di un profitto “minimo” (non inferiore al rendimento delle
obbligazioni) allo scopo di aumentare la valorizzazione del patrimonio ovvero potere e influenza
nella società.Si potrebbe spiegare così la storica sottocapitalizzazione in borsa delle imprese italiane: la ricerca di sviluppo (che sottopone la stessa logica del profit to all’espansione ed alla valorizzazione dei patrimoni) risulta incompatibile con la logica speculativa ogniqualvolta ci si confronta con produzioni che presentano saggi di rendimento – seppure elevati – inferiori alla media dei titoli più redditizi. Se, infatti, il privato assume l’obiettivo di massimizzare non il profitto totale (che corrisponde al raggiungimento del massimo della produzione prima di cominciare a far registrare delle perdite), ma il profitto per unità di investimento (detto anche saggio del profitto), allora la produzione (e,quindi l’occupazione) si deve fermare molto prima: laddove è stato raggiunto il massimo nella differenza tra il ricavo e il costo; tutto il resto della produzione (e dell’occupazione) viene perso in  quanto il capitale deve migrare verso impieghi più remunerativi. La logica della massimizzazione del tasso o saggio del profitto (sull’investimento) è anche quella della finanza e della borsa; con la quotazione in borsa, infatti, come si cercherà di approfondire più avanti, il management delle partecipazioni privatizzate, si vedrà costretto a cambiare le strategie industriali con evidenti ricadute negative sull’utenza e sugli assetti aziendali . Partecipazioni statali, cooperative e imprese che perseguono la massimizzazione del profitto totale sono accomunate dalla possibilità di scegliere il loro limite operativo tra il mantenimento di un equilibrio di bilancio (in tale caso si dice che il profitto non è l’obiettivo, ma il vincolo e dev’essere  almeno zero non sotto, corrispondente, appunto, al pareggio) e il rendimento delle principali obbligazioni; la dottrina economica keynesiana indica quest’ultimo come il riferimento generale del proprietario di capitale il quale decide di investire nell’attività produttiva solo se essa rende almeno quanto quella finanziaria.
La convergenza di obiettivo tra le partecipazioni statali, le cooperative e le imprese private che –
per ragioni legate all’allargamento della propria influenza sul mercato ovvero alla possibilità di
assicurare una qualche occupazione per i titolari ed i loro familiari – optano per la massimizzazione
del profitto totale o, il che è lo stesso, come si è visto, per l’azzeramento del profitto marginale,
finiva per costituire una buon base comune etica e pratica ad un progetto sociale capace di porre al
centro l’essere umano senza indulgere in sterili utopie.Da ciò discende l’ovvia conseguenza che, se gli obiettivi dell’impresa si rivelano diversi – come nel caso della quotazione in borsa – la centralità dell
’essere umano non può che venir negata ovvero surrogata da azioni lodevoli, filantropiche, ma sol
o complementari e marginali rispetto alla logica dell’economia.
1.3. DALL’OMICIDIO DI MATTEI AI PRODROMI DEL CENTRO-SINISTRA
Così, la leadership cattolica cercava una ricomposizione effettiva tra le due diverse – ma non
inconciliabili – concezioni: quella dossettiana che impegnava lo Stato a perseguire obiettivi di
giustizia (anche o soprattutto economica) per tutti e la stessa impresa a finalità sociali; quella più
liberale che partiva da un’assegnazione allo Stato di compiti di garanzia e rispetto delle regole e
all’impresa di sviluppo nell’ambito del modello economico di mercato. Se questa suddivisione è
esatta, la concezione cattolico-liberale si differenzia da quella liberale “tout court” per il fatto che il
conseguimento del bene comune da parte dell’impresa non è automatico, ma richiede di specificare
– fra i vari modelli di mercato – quelli non incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa; mentre
la visione dossettiana risulta del tutto scollegata da quella liberista, sia per quanto attiene i compiti
dello Stato, sia per il ruolo che deve assumere l’attività imprenditiva. Nonostante le apparenze, pertanto, la posizione di De Gasperi, che troverà in Moro il suo erede,propende per un inevitabile innesto sul ceppo mercatistico caratterizzato dall’iniziativa privata, nonsolo delle partecipazioni statali, ma anche della cosiddetta programmazione economica. Eppure, al vigore assegnato al ruolo pubblico nell’economia reale (infrastrutture, energia,manifattura, siderurgia, chimica) ed alla contemporanea centralità dell’impresa privata, non corrispose un disegno altrettanto fermo ed alto nell’ambito della finanza e del credito. Se i due descritti paradigmi cattolici fossero rima
sti inconciliati, sarebbe mancato lo spazio culturale e politico necessario all’impostazione del dialogo
con le sinistre man mano che esse si emancipavano dall’egida sovietica. Forse la “spallata” finale all’alternativa di una posizione meschina dei cattolici italiani viene datanel luglio del 1961 dall’enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII: essa rappresenta, infatti, ilpiù alto riconoscimento della laicità dello Stato edella non intromissione della Chiesa nelle vicende politiche non direttamente afferenti questioni cruciali per la fede.Così, si afferma in Europa l’asse culturale italo-tedesco che, pur tra posizioni differenziate, consente di delineare una strategia economica continentale di sostanziale equilibrio tra le posizioni via viapiù “programmatiche” della Democrazia Cristiana italiana e quelle tedesche legate all’automaticità del cosiddetto modello renano, basato – infatti – su un più agevole rapporto tra banche e industria.È da questa situazione di libero mercato e di intervento pubblico non dirigista che l’Italia trova un suo cammino capace di valorizzare al meglio le originali qualità imprenditive e manageriali dei suoi uomini migliori. Tra questi spicca Enrico Mattei, capace di lanciare la sfida ai padroni anglo-olando-americani che sottrae definitivamente il mondo arabo al colonialismo e si collega ad una prospettiva ancora più inquietante per il resto dell’Africa. Mattei riesce a creare il colosso energetico italiano ovviando al tallone di Achille del nostro sviluppo nazionale, ma lascia incompiuta la sua opera, perché l’emancipazione del cosiddetto Terzo Mondo dal neo-colonialismo viene interrotta con la violenza (si pensi anche, tra i tanti casi, a Lumumba in Congo) e perché i suoi successori consolideranno solo il lavoro già fatto senza aprire all’Italia la prospettiva di una necessaria diversificazione energetica.Senza tale prospettiva – che aveva nel nucleare la sua speranza più importante (dava fastidio all’Europa che l’Italia fosse all’avanguardia in quel settore e agli Americani che si sottraesse alla petroliodipendenza) – il Paese non potrà superare la Francia ed avvicinarsi alla Germania un decennio dopo: con tassi di sviluppo del PIL, nella  media, oltre il 3%, l’importazione degli idrocarburi peserà troppo sul saldo della bilanciacommerciale. Gli anni sessanta – dunque – iniziano sotto i migliori ed i peggiori auspici: nemici dei colonizzatori e amici di chi li osteggiava; portatori di un modello economico originario ma vincolati dalle importazioni di quei prodotti che non si volevano sostituire; costretti a guardare a sinistra – perché la destra e i potentati finanziari osteggiano la necessaria nazionalizzazione dell’energia elettrica,la tassa sui dividendi, quella sui profitti e le rendite immobiliari, la crescita dei consumi pubblici, la programmazione economica e le partecipazioni statali – ma, al contempo, impossibilitati a sfruttare tutta l’energia della sinistra, in massima parte schierata col blocco politico internazionale opposto a  quello cosiddetto occidentale.
GLI ANNI ’60 E ‘70
In questo capitolo si cercheranno di capire le dinamiche sociali ed economiche che caratterizzano i
15 anni di maggior influenza dell’Italia nello scacchiere internazionale, i quali termineranno con la
vicenda di Aldo Moro e la crisi della sovranità politica del Paese.La compressione del profitto ed un’elevata propensione agli investimenti (sia privati che pubblici)testimoniano di un clima di fiducia negli affari che consente di valorizzare i patrimoni, sostenere i redditi dei lavoratori e far crescere i livelli occupazionali.Le piccole e medie imprese trovano occasione di sviluppo nella loro capacità di flessibilizzarsi per rispondere alla crescente variegazione delle esigenze dei consumatori; le leve monetarie, valutarie e creditizie sono utilizzate con molta disinvoltura –è ben vero – ma con straordinario successo nell’interesse di un Paese che vuole veder aumentare il peso, la consistenza e l’autonomia politica della propria classe media.È in tale contesto che, favorita dall’enciclica Mater et Magistra e dalla necessità di praticare un disegno di politica economica che non escluda né la libertà di sviluppo delle piccole imprese, né gli aiuti alla grandi industrie private, né l’espansione dei poli pubblici, maturano le scelte di centro-sinistra.
DAL “DIVORZIO” TRA TESORO E BANCA D’ITALIA ALLA MESSA A REGIME DELLE PRIVATIZZAZIONI
A seguito della crisi della sovranità politica, forse allo scopo di impedire qualsiasi eventuale ripresa
di essa, vengono elaborate linee di sterilizzazione della crescita economica italiana che richiedono il completo abbandono della sovranità monetaria, le restrizioni del bilancio pubblico, laprivatizzazione delle imprese a partecipazione statale.Il mercato del lavoro e la sua riforma giocano il ruolo centrale rispetto al disegno di ridimensionamento non solo del ruolo pubblico nella
produzione, ma anche della stessa penetrazione dei privati nell’economia europea: la presenza delle imprese italiane all’estero inizia un deciso declino con la sola eccezione delle cosiddette nicchie, viene abbandonato qualsiasi disegno strategico e così accade alle grandi reti infrastrutturali, alla ricerca, all’innovazione applicata .Sono i venti anni circa che vedono un aumento insostenibile dei tassi di interesse che fanno restringere alle aziende gli orizzonti temporali dei loro investimenti proprio quando è matura l’esigenza di grandi riconversioni e ristrutturazioni industriali.
È in questo contesto che esplode una delle più oscure vicende giudiziarie della Repubblica: i massimi vertici del Tesoro e della Banca d’Italia vengono arrestati e, sebbene vengano in seguito completamente scagionati da ogni accusa, niente sarà più come prima: si cercherà pertanto di
indagare non solo sulle false accise a Baffi e Sarcinelli, ma anche al ruolo svolto, nelle intricate
vicende che porteranno alla fine della sovranità mo netaria del Paese, da chi ne erediterà le funzioni.
Tutto ciò appare concomitante all’escalation nel controllo degli investimenti privati da parte dei
grandi gruppi finanziari che non credono più ad una redditività di lungo termine (compatibile con la
crescita e la modernizzazione del Paese), ma di corto respiro, finalizzata solo a portare risorse verso
le spiagge della speculazione internazionale. Inizia un percorso di impoverimento dell’Italia e dei suoi abitanti che non appare scorporabile da quello della rappresentanza politica, della centralità della Costituzione, dal prevalere del sistema di cooptazione della leadership: si studieranno le ragioni e gli effetti delle cosiddette riforme istituzionali tese a rendere più flessibile la Costituzione, consentire una gestione particolaristica dei partiti politici eludendo la doverosa possibilità di erigerli a soggetti dotati di personalità giuridica e,quindi, al riparo dal controllo di lobbie che non rispondono ai sostenitori e agli iscritti dei partiti stessi.
IL NUOVO MILLENNIO: DOPO LA FINE DELLA GLOBALIZZAZIONE, IL NULLA?
In quest’ultimo capitolo, dopo le considerazioni analitiche riguardanti la situazione del Paese e le
conseguenze delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni (banche, assicurazioni, poste e telecomunicazioni, carburanti, autostrade ed altre infrastrutture), si passeranno in rassegna alcune
ipotesi finalizzate a delineare un’alternativa praticabile alla prospettiva di una sorta di feudalesimo
ben poco auspicabile.Di tale situazione appare parte integrante il sistema fiscale, incapace di coniugarsi con i principi della democrazia e, quindi, di liberarsi dei troppiaspetti persecutori nei confronti dei cittadini pur senza venire a capo delle problematiche legate all’economia sommersa, all’evasione fiscale, allo stesso fenomeno dell’usura.
Come intervenire sul comportamento delle banche e del sistema assicurativo nei confronti delle
piccole e medie imprese. Come ipotizzare una più equa riforma previdenziale e tributaria che assicuri un minimo vitale per tutti e, contemporaneamente, maggiore disponibilità sociale di risorse provenienti dalla fiscalità generale. Che tipo di rivisitazione della politica economica europea e dell’impianto di guida dell’Unione che sappia gestire meglio sia la convergenza interna, sia la cooperazione con le vicine realtà mediterranee e continentali
Nino Galloni