Con rispetto saluto le Autorità presenti e ringrazio per l’invito a questo significativo momento sugli Stati Generali dell’Esecuzione Penale nel Nostro Paese. Come è noto, l’Ordinamento penale è considerato anche un elemento indicatore del livello di una società civile, che tenda ad essere non solo organizzazione di servizi, ma – ben di più – casa per tutti.

  1. Il “bene comune”

Sappiamo che la politica ha come scopo il perseguimento del “bene comune”, categoria che mai deve essere svuotata fino a diventare un puro nominalismo; né deve essere piegata a letture di tipo ideologico. Ciò farebbe venir meno ogni possibilità di visione e quindi di obiettivo. Il bene comune – una volta individuato nei suoi elementi essenziali – deve poi essere tradotto e sviluppato all’interno di ogni aspetto della vita sociale e dell’ordinamento dello Stato, secondo un dinamismo ancorato da una parte ai principi fondamentali del bene stesso, e dall’altra alle peculiarità dei diversi ambiti.

Il Concilio Vaticano II ha definito il bene comune come “l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni, il conseguimento più pieno della loro perfezione” (Gaudium et spes 74). Evidentemente, la perfezione dei singoli, delle famiglie e delle associazioni, rimanda a qualche denominatore comune a tutti i diversi soggetti indicati, nonché all’interno di ciascuna categoria; altrimenti si dovrebbe semplicemente sommare ciò che ognuno – da solo o raggruppato – intende o desidera per sé. In questa ottica, potrebbe sembrare che l’individualità debba essere sacrificata alla molteplicità, ma non è così, poiché ogni soggettività – sia individuale che collettiva – trova se stessa non esclusivamente in se stessa, ma anche nella dimensione comunitaria: ogni “io”, infatti, è aperto a teso a un “noi” che non lo annulla o mortifica, ma lo arricchisce e lo compie in un rapporto dinamico di dare e ricevere. E’ questa relazione, a cui la società deve sempre tendere e convertirsi, che permette ad una moltitudine di diventare una comunità di vita, capace di integrare ognuno dei suoi membri – a cominciare dai più deboli – secondo giustizia.

Per questo delicato compito, è necessaria un’autorità politica capace di dirigere le energie di tutti i cittadini verso l’individuazione del bene comune, ma non in forma meccanica o dispotica, bensì innanzitutto come forza morale alla luce della libertà e della coscienza del compito ricevuto. In tale prospettiva, la Chiesa da sempre stima degna di considerazione l’azione di quanti si dedicano al bene della cosa pubblica in tutti i suoi aspetti, e assumono il peso delle relative responsabilità.

  1. L’ordinamento penale

Nell’ambito del bene comune troviamo molteplici valori, come la dimensione della cultura e del lavoro, dell’economia e della salute, dello stato sociale e della religione, della sicurezza ed altri. Com’è noto, l’ordine e la sicurezza sociale – frutto di non poche componenti tra loro collegate – richiedono un ordinamento, strumenti e strutture coerenti, al fine di assicurare anche pene adeguate, che siano in grado di ristabilire l’ordine personale e sociale ferito, che abbiano una funzione deterrente, e nello stesso tempo tendano al riscatto umano del colpevole. La pena, pertanto, deve sempre avere una intenzionalità non solo preveniente e compensativa, ma anche medicinale affinché nessuno sia abbandonato ai bordi della strada e la comunità civile svolga il proprio ruolo verso tutti. E’ da sottolineare che, in una società intesa come rete di relazioni, non esiste un atto criminoso che resti isolato: anche quello che colpisce una singola persona ha sempre una ricaduta generale.

Ogni azione infatti, ancorché segreta, ha gli effetti di una pietra gettata nell’acqua: anche se il bersaglio è uno e preciso, l’ambiente intero ne risente.

  1. La giustizia

Senza giustizia è impossibile perseguire il bene comune e quindi una società ordinata e vivibile. Per questo, possiamo dire a ragione che il fine della politica è la giustizia. Ma in che cosa consiste la “giustizia”? Se, come dice la definizione classica riportata da san Tommaso nella Summa, la giustizia è “dare a ciascuno il suo”, cioè ciò che gli compete, il problema si sposta a ciò che compete a ciascuno, e che quindi deve essere riconosciuto “suo”. Possiamo dire che l’uomo giusto è colui che vive nella verità: vive di fronte alla verità, la riconosce, si inchina a lei, e quindi cerca di viverla mettendola in atto con comportamenti adeguati. Il legislatore anche con leggi coerenti. Lo Stato con un ordinamento rispettoso. Riconoscere a ciascuno il suo, pertanto, non può significare la codificazione di desideri, pulsioni, preferenze, gusti dei singoli soggetti individuali o associati, ma il riconoscimento di ciò che compete ad ogni soggetto in quanto tale, nelle istanze di fondo comuni agli altri, istanze che, pur essendo comuni perché ineriscono alla natura o verità delle cose – persone, famiglie, associazioni…- non omologano tutto e tutti, ma sono in grado di tradursi con discernimento e equità.

Parlando di verità della persona, alla quale ogni altra realtà è ricondotta seppure non come un assoluto, ci troviamo sul piano dell’etica, cioè dei principi  e dei valori senza dei quali non si può né legiferare né vivere insieme. Infatti, ogni azione è sempre frutto di un giudizio di valore, piccolo o grande che sia: noi viviamo giudicando e non può essere diversamente. E’ la nostra libertà che esige questo, e che fonda la responsabilità morale dei nostri pensieri e dei nostri atti.

  1. Una cultura alta

Infine, ci possiamo chiedere come rispondere meglio alla cronaca che spesso semina ombre sui nostri giorni. Alludo naturalmente a casa nostra, poiché solo qui possiamo legiferare e agire. A volte, tale è la ricorrenza e la pesantezza dei fatti, che possiamo essere indotti a vedere solo oscurità e a perdere la fiducia. E’ una tentazione a cui reagire, poiché, se da una parte non possiamo chiudere gli occhi sul buio, dall’altra non possiamo chiuderli sulla luce. E la luce – come la foresta che cresce – non fa rumore, non urla, paradossalmente questo tipo di luce a volte si vede poco! Si tratta della luce del bene, della vita nella verità, e quindi dell’agire morale. Sotto la superficie spumeggiante che fa emergere il peggio, sta la vita che brulica, il bene nascosto, l’onestà a tutta prova, il gusto di andare a testa alta non per alterigia ma per onestà nel lavoro, nella famiglia, nel sentirsi parte di una storia, di una fede, di una cultura, di un popolo con gioia, senza alterigia e senza complessi.

Tornando alla domanda: come possiamo reagire alla realtà della violenza, del sopruso, del colpevole disinteresse, del raggiro? Certamente le leggi e le pene sono una risposta doverosa; ma la moltiplicazione delle leggi – ci chiediamo – non può forse indicare una certa difficoltà? Come se la società potesse reagire solo normando ogni comportamento? La domanda, com’è chiaro, ci porta su un altro livello, quello della coscienza: le leggi possono giustamente normare il vivere comune, ma non arrivano a normare la coscienza. Esse hanno certamente una ricaduta anche educativa, nel bene e nel male, ma la coscienza è un’altra cosa, e storicamente questo nucleo intimo di ciascuno è stato il punto di forza per ogni riforma, lo scatto per pensare il futuro. Non sempre è stata la coscienza collettiva una coscienza sana – l’albero si vede dai frutti – ma molto più spesso questo spazio segreto ha determinato cambiamenti epocali.

Siamo sul piano culturale e sociale, quella sfera che riguarda non solo il modo di agire ma quello di pensare, di credere, di vedere l’uomo, la società, le relazioni. E quindi di progettare. Quando la cultura diffusa alimenta miti, esigenze, simboli vuoti,  mode, nasce una società sotto il segno della menzogna che induce a comportamenti tragicamente coerenti con una bolla di fantasmi. E’ dunque una partita persa? Abbiamo già detto che sotto la cenere la brace del bene e dell’onestà continua a crepitare, ma deve diventare un fuoco che arde. Come sarà possibile? Bisogna ritornare alle verità semplici e note, a quei valori genuini che soprattutto i giovani desiderano, a volte senza saperli chiamare per nome. Bisogna far brillare ideali alti, veri e belli, per cui vale la pena di lottare e soffrire: occorre riscoprire l’alfabeto dell’umano che si vuole stravolgere sulla spinta di colonizzazioni che vengono da lontano. Ma non dobbiamo dimenticare né sottovalutare la forza della coscienza: essa può essere corrotta da una cultura diffusa e menzognera, ma non può rimanere corrotta per sempre: si autorigenera, all’improvviso si risveglia, fino a diventare un detonatore. Ogni piccolo gesto nella verità trascende chi lo compie e fa luce attorno a sé: contesta il mondo della menzogna e, anche se non ha risonanza, pur tuttavia ha un potenziale di contagio. Alla sua radice, infatti, vi è qualcosa di vivo e indistruttibile: il desiderio di bene e il bisogno di verità. Grazie

 

Card. Angelo Bagnasco

Arcivescovo di Genova

Presidente CEI