(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000

come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)

Per Derrida, ogni riflessione concettuale ricalca l’Essere Universale. Questo, tramite la storia della metafisica, si fa di continuo identificare. Così, l’Essere può diventare il motore immobile (per Aristotele), la monade (per Leibniz), lo spirito (per Hegel) ecc… Si tratta di spiegarlo, e dunque di ripeterlo. L’Essere subito perderà la sua condizione più assoluta. Qualcosa che tutte le “eguaglianze concettuali” parrebbero diminuire. L’intera metafisica vi riesce definendo un solo ente particolare: quello, semplicemente, maggiore (o più importante) fra tutti. Derrida immagina che la filosofia rinvii di continuo il “Problema dell’Universalità”.

Le “eguaglianze supreme” care alla metafisica (il motore immobile di Aristotele, la monade di Leibniz, lo spirito di Hegel ecc…) fungerebbero da varie destinazioni. Derrida però evita la visione del finalismo. L’uomo, attraverso la riflessione concettuale, non “invia” l’Essere, bensì lo “rinvia”. Ne deriva che la filosofia manca d’un reale fine (d’una conoscenza l quale si realizzi davvero, interamente). Si può dire che per Derrida l’Essere ha una “qualità postale che non serve”. Mancando il destinatario, di conseguenza s’eliminerà il correlato mittente. L’Essere va percepito solo dal continuo “rinvio di se stesso”.

Per Derrida, la filosofia nel vero senso del termine appare una “cartolina postale” scritta pur sempre (teoricamente) perché giunga a destinazione, anche se alla fine (nella pratica) essa non andrà da nessuna parte. Noi dovremo percepire l’Essere che resta soltanto “in viaggio”.

Per Derrida, qualcosa ci pare “prossima” sempre a partire “da se stessa”. Lì, la dimensione del futuro rientra già in quella del presente (a livello potenziale). L’attualità in seno all’eventualità si chiama la prossimità del prossimo. Un concetto che si sviluppa paradossalmente. Infatti la prossimità del prossimo non sarà prossima “in se stessa” (essenzialmente), siccome in linea cronometrica il tempo futuro si distinguerà da quello presente. Derrida percepisce tutta la paradossalità d’uno scorrimento. Di conseguenza la prossimità di qualcosa non è “altra” da questa; e tuttavia le rimane “in lontananza”. Derrida cita i racconti di Blanchot. S’inviterà il lettore a compiere un “lungo cammino”, che non lo conduca lontano, bensì “a ciò che gli stia più vicino”. Quanto varrebbe una percezione “zampillante” della temporalità? Ci pare che tutte le cose prossime siano a distanza maggiore del distante stesso. L’acqua che sgorga fa iniziare il fiume, ma solo fuoriuscendo dalla roccia. Derrida chiama col nome di < al – lontanamento > la situazione per cui più s’avvicina il vicino, più questo “a livello essenziale (in se stesso)” si distanzia, paradossalmente. Qualcosa da spiegare con la metafora del < passo – non passo >. Quando si cammina, la prossimità del primo piede porterà con sé la lontananza dell’altro. Fondamentalmente il passo “non va da nessuna parte”, restando confinato al mero “passaggio” di se stesso. L’acqua sgorgante si percepisce nella prossimità con la roccia, che però allontana la propria uscita.

Nel racconto di Blanchot che si chiama L’arret de mort, la frase < Io ti dico per l’eternità: vieni! > contraddistingue l’uomo innamorato d’una donna. Torna dunque la metafora dell’acqua che sgorga, o quella d’un < passo – non passo >. Qui il venire per l’avvicinarsi si compie “nella” lontananza di se stesso, e col medium dell’eternità (la quale ovviamente è irraggiungibile). Il ruscello od il fiume deve scorrere. La loro acqua sgorga eternamente, dal < passo – non passo > d’una roccia “comunque distante”, sotto il nascondimento della terra. La temporalità assume una vicinanza “al confino” di sé tramite all’attualità. Questa quasi “zampillerebbe”, facendo risalire il passato verso una ricaduta nel futuro. Ciò accade mentre l’eternità < s’al-lontana >, se noi la percepiamo come la lontananza del vicino, nel presente.

Per Valery l’albero diventerebbe un fiume che, drizzato, si dirami verso il cielo. Simbolicamente è una “fonte” che faccia “sgorgare” l’atmosfera sulla terraferma. L’albero s’erge, come qualsiasi fra i principi della metafisica: il motore immobile per Aristotele, la monade per Leibniz, lo spirito per Hegel ecc… Lì il flusso acquoso della vita “zampillerebbe” fra le diramazioni. L’albero configurerà il “passo” del Cielo (avente “l’arco” dell’atmosfera) sul “non-passo” della terraferma (con gli ostacoli dei dislivelli). L’acqua risalente tramite l’albero vorrebbe dunque sgorgare… in eterno, con la trasparenza della Verità (perso il materialistico zampillio del “limaccioso”).

All’Essere che va percepito solo nel continuo “rinvio di se stesso” appartiene la temporalità d’una caratteristica “fonte”. Nell’eternità, accade che l’attuale letteralmente “zampilla” fra il passato ed il futuro. Sempre l’uomo è costretto a prendere numerose decisioni, durante la sua vita. Possiamo immaginare che, dentro lo “zampillio” dell’eternità, noi ci < al-lontaneremmo > dalla nascita alla morte. Dunque la “cartolina” della metafisica farà crescere simbolicamente i vari “Alberi” della Vita. Dal “pozzo” dell’Essere (dove “s’attingerà” un qualsivoglia Principio: il motore immobile per Aristotele, la monade per Leibniz, lo spirito per Hegel ecc…), per Derrida quasi “si condenserebbe” l’acqua “appena disseminata” d’uno zampillio. Di nuovo, pare che la metafisica < passi – non passi > sull’eternità. Là, si percepirebbe una condensa (sotto l’osmosi dall’Essere ad un ente qualsiasi, chiamato a “rimpicciolire” il primo). Noi possiamo vivere in un “mare” di problemi. Qualcosa che sempre “si condenserà”, presa una precisa decisione.

Gli uomini per Derrida hanno “sete” di Verità. Tramite le pre-comprensioni della metafisica, la filosofia occidentale lascia che le decisioni da prendere (a livello etico, politico, estetico, logico, scientifico ecc…) fluttuino eternamente. La fonte ci esibisce il materialismo della roccia, ma astrattamente perché quello fuoriesca. Noi decidiamo per vivere, senza evitare < il passo – non passo > verso la morte. Sarà questo il “pozzo” del nostro “zampillio” con le concettualizzazioni (care alla metafisica)? …

…(la seconda parte sabato 4 giugno)

PAOLO MENEGHETTI   ©2016

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