(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000

come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)

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NOVECENTA Immagina…… (se puoi) esser poeta al confine del mondo nello scorcio di un secolo già finito ma che forse deve ancora cominciare. Come volesse dire qualcosa “esser poeta” quando le mele hanno tutte lo stesso sapore: gialla rossa verde; dolce? mmm poco, aspro? ancora meno, allora? di mela e basta. Eppure se io lo dico, se anche tu lo dici una qualche accezione la avrà! O forse è solo l’icona di un’aspettativa che mai avverrà: effettiva bugiarda silenziosa. Non sarà l’innocua memoria di chiari di luna di bossi di ninfe di inni a vecchie patrie letti a tuo figlio da private vergini maestrine? Non sarà lo spiccio giudizio che non dà prezzo alle cose che vorresti da poco o da nulla alla voce infeconda di un uomo malato al pianto dirotto di uno abbandonato? Ma ogni tanto mi capita di morsicare una rugginosa renetta: è acida! è una mela! ci sono le mele! C’è pure un senso nell’esser poeta, non trovi? Non certo suonar la zampogna a Natale e con le mani tese portare il lamento nei regni assoluti di gerbidi merciai: “Ascoltate signori questa musica,             son l’arcade solitario che la suona             alla sua pecora che non s’annoia,             dammi Epulone due briciole almeno,             sia la tua grazia e la mia gloria.” Neppure affidare sdentate calligrafie alle Muse dell’Elicona per mettere in rima nella solita maniera angosce/non angosce di eroi uomini bestie e divinità vissuti mille e mille anni fa. E nemmeno annegare la disperazione smessi tristi musoni incazzati nei propri oceani di autodistruzione. Muore questo vecchio-bambino muore e porta con se la sua favola bella muore fiero d’aver fatto a brandelli i veli di Maya di canuti esteti moralisti muore, ma non ha sciolto i suoi ex voto né i nodi ben fatti delle tue cravatte muore e si lascia frugar nei cassetti mentre i monatti della restaurazione l’accompagnano furtivi nella notte all’ultimo lazzaretto aperto today. Tutti a crearsi la propria indipendenza per poi fare tutti le stesse cose; tutta questa ricchezza e tutta questa libertà consumate nel gesto apotropaico di riempire carrelli nei supermercati del di più. Tutti a inseguire la medesima ambizione illusi d’impugnare la propria vita confusi in un mare di esistenze uguali. Allora, vuole dire qualcosa esser poeta? Si, lo chiedo a te proprio a te che spingi il carrello a te vicino alla lavagna dei buoni e cattivi del giusto e dell’ingiusto (sempre così netta) a te eroe del nulla, programmatore perfetto d’una vita metà in divisa metà in ciabatte a te che vuoi il meglio, servo-signore stasera a dieta, per smaltire l’incetta di dolci strafocati per regger lo stress della giornata a te….. cui un dubbio non deve sorgere mai! Io sono la serpe che insinua quel dubbio la spugna che passa su quella lavagna l’istintivo illusorio immateriale l’effimero e l’eterno di una risata il sognatore senza luna e senza meta il pensatore laico senza famiglia altare o idea da ossequiare: soprattutto …..sono l’eterno quindicenne trasandato che non vorresti mai fidanzato di tua figlia. Che sia questo esser poeta? Ora: possiamo cantare la vita e la morte con tre parole quattro duemila usciti dalle fatiscenti gabbie di un mestiere trattato sempre con la bolla e il pallottoliere tentati dalle nuove caserme di lusso erette nello sterile ghetto del bello fine a se stesso. Difficile esser soggetti delle proprie percezioni! Eppure………… sei tu il ready-made di pessimo buongusto più presente della pubblicità più protagonista delle guerre e degli amori più primattore delle macchine più di noi stessi, stanchi erratici ritrattisti, sulla volta del grande affresco epocale. Tu….. che non sei riuscito a nascondere le pezze sul sedere dei tuoi abiti firmati e ti sei fatto immortalare stralciato dalle etichette le riverenze e i traveller chèque. Tu….. che forse hai creduto ultimata la grande bonifica omologatoria….. ma dal mazzo dei tuoi clienti rispettosi è ronzato via qualche anofele pungiglione. Non vedi il tuo doppio farti le boccacce? [Come in una sala da the un cameriere uscito d’incanto dal suo fare inamidato srotolarsi in una dirompente breakdance= riconoscer parole in uno stagno di chiacchiere, ti agghiaccia il sangue e guardi attonito il frustino castigamatti agitato sotto il naso da una linguaggio che non comprendi ma, codice intraducibile e maleducato, ti sferza negli atri insonorizzati della ragione ……..e saperlo cestinato per sempre, vorresti.]   ……..e si seguita ad esser poeti soli al confine del mondo con le spugne le parole i frustini rivendicare i sapori alle mele nel dopodomani di un secolo già finito ma che tu non hai ancora avvertito Cominciare.   Renato Barletti  ©2016 Potete seguire Renato ogni lunedì in “Suggestioni e percorsi poetici” La video-intervista ne Il Salotto di Antonio Moccia è accessibile clickando qui