(Pubblicato in “DOVE ANDREMO,DOVE SI VA,DOVE ANDIAMO?” che e’ N.1 al mondo nel suo meta-tag su 806.000 come potete verificare qui (9-5-16 CET 12.00)

———————————————

SOMMARIO

  1. PERCHE’ “PRIMA E DOPO IL 1981”
  2. L’ATTUALE SCENARIO GEOPOLITICO
  3. SOSTENIBILITA’ DEI COSTI E PROJECT FINANCING (PF)
  4. IL REPERIMENTO DEI MEZZI FINANZIARI (RMF)
  5. PER UN’ANALISI COSTI BENEFICI (ACB)
  6. ACB E PARTECIPAZIONE PUBBLICA AL PROGETTO
  7. CONCLUSIONI SU TRE COSE BEN DIVERSE: PF, RMF, ACB
  1. PERCHE’ PRIMA E DOPO IL 1981

Fino al 1981 – anno in cui si decise di non obbligare la Banca d’Italia a comperare i titoli di Stato a basso tasso di interesse invenduti per sottrarre alla classe politica lo strumento degli investimenti e della spesa pubblica – il principale ostacolo alla costruzione del Ponte sembrava di natura tecnica: molti ingegneri esprimevano perplessità sulla fattibilità e sulla sicurezza di tale opera, peraltro ubicata in zona fortemente sismica e dove ancora vivo era il ricordo del terribile terremoto di inizio secolo.

All’IRI che avrebbe guidato – oltre le sue partecipate – una cordata di imprese private italiane ed, eventualmente, straniere, poco importava l’aspetto finanziario se il quadro geopolitico si fosse dimostrato favorevole e risolti, almeno sulla carta, i cosiddetti problemi tecnici.

Nelle more della decisione che, peraltro, non assurse a priorità assoluta nemmeno quando i tempi di raggiungimento dell’estremo sud della Calabria furono ridotti da circa due giorni a poche ore grazie alle moderne autostrade, intervenne, appunto, l’enorme ostacolo della decisione presa all’inizio del 1981 e che avrebbe condizionato tutta la storia del Paese fino ad oggi.

Vale la pena di sottolineare come il 1981 faccia da spartiacque tra una dinamica di recupero delle condizioni del nostro Sud – avviata dopo gli anni ’50 dalla Cassa per il Mezzogiorno e le partecipazioni statali – ed un’altra di regresso negli indicatori del reddito e degli investimenti produttivi.

Negli anni ’70 dello scorso secolo, infatti, l’Italia aveva raggiunto una posizione importante a livello mondiale e più importante ancora nel Mediterraneo per ragioni non solo economicistiche, ma più propriamente politiche; e, se è vero che i Messinesi non risultavano particolarmente entusiasti dell’idea del Ponte, tuttavia se si fosse voluta assicurare continuità al travolgente sviluppo della posizione italiana e siciliana, paradossalmente anche verso il Nordeuropa, il valore delle carte pro Ponte sarebbe aumentato considerevolmente.

Non fu così perché il G7 di Tokyo pose fine agli accordi di Bretton Woods del 1944, vale a dire alla centralità della solidarietà tra Paesi alleati (ed al loro interno) scaricando esclusivamente su ciascuno di essi il peso della bilancia dei pagamenti; l’attacco all’Italia dopo il rapimento di  Moro fu sempre più evidente; la marginalizzazione del nostro Mezzogiorno accelerò; l’idea di Europa si trasformò da luogo delle possibili rinunce dei più forti onde consentire l’allargamento della casa comune per i meno forti (a prescindere da o non ostante le ragioni statunitensi in chiave antinazionalistica che si erano trovate all’origine di quel progetto subito dopo  la guerra) a luogo di esercizio dell’egoismo nordico in funzione di una visione del mercato non più imprescindibile strumento (però solo strumento) delle economie democratiche, ma supremo regolatore delle sorti dei popoli.

A causa di tale evoluzione, man mano che le problematiche tecniche del Ponte tendono a venir risolte, si determinano ostacoli finanziari notevoli, ma sormontabili (col ricorso alle logiche privatistiche) e impedimenti geopolitici formidabili legati agli interessi del movimento merci sul sistema dei porti Nordeuropei come Anversa, Amsterdam, Amburgo e Rotterdam.

 

  1. L’ATTUALE SCENARIO GEOPOLITICO

La germanocentrica involuzione europea che stiamo sperimentando da parecchio impedisce formalmente, politicamente e finanziariamente di sognare la realizzazione del progetto a prescindere dalla soluzione delle maggiori problematiche tecniche (ormai avvenuta da tempo) e degli ostacoli di natura finanziaria, di cui ci si occuperà tra poco.

Il Ponte sullo Stretto rappresenta l’opera che un Paese anche più piccolo e meno importante dell’Italia avrebbe dovuto intraprendere e realizzare da tempo; ma si sa che noi siamo imprevedibili in tutto, nel bene e nel male, nelle soluzioni all’impossibile e nella mancata realizzazione del necessario ancorché a portata di mano.

Tuttavia, è solo una modificazione del quadro geopolitico europeo e mediterraneo a porre le basi dell’intrapresa, i cui aspetti tecnici e finanziari si riveleranno di non difficile soluzione.

Tale modificazione è solo teoricamente possibile all’interno di un autonomo ed auspicabile recupero della democrazia nell’Europa e nel mediterraneo; il che implicherebbe un radicale cambiamento di leadership in tutti i Paesi, attualmente ancora lontano.

Tuttavia, il conflitto dal quale dipende tutto il resto – quello tra strategie USA neocon e realistiche – appare lontano da una definizione e però non più appannaggio delle prime.

Così, ad esempio, il Presidente Obama ha esternato il proprio malessere nei confronti di Francia ed Inghilterra per la situazione libica dove sarebbe stato malauguratamente trascinato suo malgrado; al contrario, in Siria avrebbe resistito, grazie anche all’aiuto della Russia di Putin, a soluzioni avventurose che avrebbero aperto la strada ad un conflitto generale ancora più inauspicabile.

Poco tempo dopo lo stesso Obama ha fatto una sorta di retromarcia a testimoniare che, pur senza arrivare al disastro più grave e stanti i noti irrisolti problemi in giro per il mediterraneo ed medio oriente, tuttavia nulla di veramente definitivo è stato deciso.

Da una parte, c’è da chiedersi come mai si sia arrivati ad una possibile svolta nel progetto neocon di dominio assoluto sulle altre emergenti potenze (Russia in primis e Cina lì vicino).  Una risposta pratica deriverebbe dalla constatazione che, questa volta, i vertici militari, amministrativi e dei Servizi di intelligence di USA ed Israele abbiano considerato la temerarietà della soluzione bellica: Iran e soprattutto Russia dispongono di sistemi di interferenza elettronica in grado di ostacolare qualunque comunicazione interna alle forze NATO e missili capaci di triplicare la propria velocità e zigzagare evitando l’intercettazione e raggiungendo l’obiettivo.

D’altra parte, ciò potrebbe contribuire a ritenere, dunque, che possa andare avanti una strategia realistica di disimpegno degli USA da varie aree (segno del tramontato disegno di Ordine Mondiale – a guida USA – …

… (la 2. parte lunedì prossimo)