(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000

come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)


( …qui la puntata 1)

Derrida ha ripreso la fenomenologia del sapone, dal poeta Ponge. Qualcosa che noi pensiamo in chiave dialettica. Da un lato, il sapone cercherebbe di perdurare (di conservarsi), sciolto solo lentamente, ossia quasi “silenziosamente”. La secchezza finale, che configurerà i ciottoli, ce lo potrebbe idealizzare. E’ sul sapone che noi percepiremmo meglio la consumazione lenta, nel “silenzio” d’una dimensione ridotta. Qualcosa che non servirà più a fare la schiuma. Dall’altro lato, il sapone si dona. Esso è tale perché si consuma. Il sapone pare “pudico” rispetto a se stesso, se destinato alla sua continua sottrazione. Quello si dona, mentre si compie solo perdendosi. Contro l’apparenza, però, il sapone non rinuncerebbe a se stesso! Abbiamo l’abitudine di dire che col dono niente ci torna indietro. Ma si deve distinguere la dialettica del sapone. Esso è tale perché perderà la schiumosità. Ne deriva che il sapone si dona paradossalmente “per scambio”, trovando la sua essenzialità alla fine, coi ciottoli secchi. Non diciamo che esso si consuma, bensì che è tale perché si consuma. Nel sapone, tutta la fenomenologia del dono avrebbe una qualità paradossalmente di scambio. I ciottoli si percepiscono sempre ai margini della loro pietrosità. Ciò varrà anche per l’Essere, rispetto alla metafisica del motore immobile (per Aristotele), la monade (per Leibniz), lo spirito (per Hegel) ecc…?

Per il vitalismo, i margini riescono a formare qualcosa solo perché tendono gli uni sugli altri. Ciò avviene pure per gli enti più astratti. Derrida studia la distinzione fra la visione e la super-visione. Di nuovo, egli cita i racconti di Blanchot. In via strettamente fisica, è chiaro che l’occhio ha una visione. Ma a Derrida questo interessa poco. La super-visione gli pare più importante. Quanto basterebbe percepire un possibile “zampillio” dall’accecamento?

Secondo Platone, quello che permette di guardare dev’essere a ragione inguardabile. L’occhio è scavato nel volto, ma sempre “fuoriesce” tramite le pupille aguzzanti. La super-visione è la possibilità d’osservare che osserviamo. Essa porterebbe con sé una sorta di “slittamento” sulle pupille, ben oltre la normalità del loro aguzzarsi. La super-visione rimarrà ai soli “paraggi” di qualcosa. Una situazione che torna spesso nei racconti di Blanchot. Stando nei “paraggi”, noi andiamo al contempo avvicinandoci ed allontanandoci da qualcosa, che giocoforza assumerà una venatura solo eventuale (potenziale). E’ il < passo – non passo > della fonte, fra “i paraggi” d’una roccia scavata per la sua fuoriuscita. L’aguzzare “zampillante” della visione (a favorire l’inquadramento d’una concettualizzazione) deriverà da uno sgorgare nella super-visione (con lo “slittamento” fra le potenzialità).

Valery provò a tradurre in poesia la metafora linguistica per cui noi abbiamo “sete” di Verità, quando i pensieri sono trasparenti come l’acqua. Il filosofo Derrida cita il verbo psicanalitico binden, traducibile dalla lingua tedesca in legare, stringere, imbavagliare, bendare ecc… Sarà la deviazione di qualcosa, nel proprio rimpiazzarsi. I giri d’un allacciamento, d’una stretta, d’un bavaglio, d’una benda ecc… comportano una certa pressione, così da “sfogarsi”. Per Derrida, deviare è anche dis-taccare. Qualcosa che permetterà il “rimpiazzo” d’un allacciamento. Ogni fonte è tale solo nella deviazione (nel corso) di sé, conducendo così al torrente, e poi al fiume. Allora, quanto la “sete” della Verità letteralmente deriverà da uno “sfogo” per il rimpiazzo del mondo materiale (caduco) su quello “celeste” (universale)? La metafisica comunque comporta l’esagerazione d’un ente: il motore immobile (per Aristotele), la monade (per Leibniz), lo spirito (per Hegel) ecc…

Nel dialogo intitolato Eupalinos, Valery coglierebbe una relazione strettamente dialettica fra l’ondeggiamento dell’acqua e la possibile staticità al suo livellarsi. Tutto parte dalla percezione per cui le case edificate sapientemente intorno al mare (presso i porti) quasi vorranno “cantare”. In realtà, le grandi pareti (d’un colore candido!) parrebbero a svelarci un messaggio. Bisognerà capire sia la tecnica di costruzione, sia la “poetica” seguita dall’architetto. Ma il messaggio ci sembrerà immediato da percepire, come una musica, senza la normalità dei vincoli linguistici. Secondo i dialoganti, le case sarebbero in prevalenza edificate intorno al mare quando la costa forma un golfo naturale. Là, le acque riusciranno ad “ondeggiare” in maniera semplicemente calma. L’architetto avrà innalzato le case solo tramite la rarità d’un invasamento divino. Quelle consentirebbero agli uomini d’intravedere la linea del puro orizzonte. Qualcosa da percepire in via se non mistica certo spiritualistica!

Precisamente, la terra (capace di stabilizzare la nostra vita) risulterebbe sospesa, sopra una superficie liquida in cui mai appaia un limite. La sensazione della “pacificazione” esistenziale deriverà dal riposo, tramite una dimora che si confonda col suo prolungamento sull’atmosfera. Così, l’architettura d’un porto potrebbe coinvolgere, e come la buona musica! Basta percepire “l’abbraccio” del golfo, mentre il mare ha “la sorgente imbavagliante” dell’ondeggiamento. Persi i dislivelli sulla terra, e gli ostacoli degli alberi o dei monti, quasi pare che l’orizzonte “zampilli” dentro le balaustre sulle case. Queste si costruiscono letteralmente per “rimpiazzare” il nostro sorgere al mondo. Le note musicali paiono zampilli che “imbavagliano” le orecchie.

Camminando in riva al mare, la sabbia, la brezza e le onde si percepiscono nella loro purezza. Là, i nostri piedi si bagneranno d’una spuma parecchio dolce al tatto, bianca come un “latte aereo”. I cavalloni così s’alzeranno tiepidamente al cielo. Là, gli uomini guadagnerebbero una posa statuaria, complice l’apertura delle acque sul puro orizzonte. Però, i piedi continueranno a sprofondare sulla sabbia. Ci sarà una metafora della temporalità, in cui “l’ondeggiamento” dell’attuale dovrà farsi “rimpiazzare”, sugli “zampilli” delle nostre decisioni (che noi dobbiamo prendere, per continuare a vivere). Nessuno nega l’instabilità dell’uomo, se la nascita devierà sulla morte. La riva simbolicamente raffigurerebbe una frontiera ambivalente, fra la “fluidità” dell’orizzonte temporale ed il suo “rimpiazzo” nel materialismo delle scelte quotidiane.

 

PAOLO MENEGHETTI   ©2016

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