pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000 come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00

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Qualche tempo fa mi trovavo nell’ufficio di Antonio Pagliai, l’editore. Seduti alla sua scrivania stavamo discutendo della possibilità di pubblicare la mia raccolta di racconti di fantascienza La compagnia dei viaggiatori del tempo, la quale era piaciuta ai lettori della casa editrice. L’editore mi parlò ad un certo punto di un libro che aveva dato alle stampe una decina di anni prima; libro di cui volle donarmene una copia. Si trattava degli atti di un convegno tenutosi a Borgo San Lorenzo nell’autunno 2005 sulla tematica del “diverso” nella letteratura fantastica. Al convegno parteciparono nomi noti nel settore quali Roberto Chiavini, Marco Cimmino, Giuseppe Lippi, Adolfo Morganti e Gian Filippo Pizzo. Il libro, di un’ottantina di pagine, tratta dei vari fondi di narrativa di fantascienza presenti sul territorio, del legame tra questo genere letterario e cinematografico e la cittadina mugellese, candidata a “capitale” del fantastico italiano; la parte che ho trovato più interessante è tuttavia l’analisi della figura del “diverso” in questo genere che è quello che amo più di tutti. Un genere molto ampio che comprende non solo la fantascienza ma anche il fantasy, l’horror, il soprannaturale e le varie commistioni tra questi sottogeneri ed i sottogeneri dei sottogeneri. Sono sempre stato affascinato da tutto quello che esula dalla “banale” realtà quotidiana, fin da bambino: è naturale quindi che abbia trovato questa lettura estremamente interessante.

Nell’introduzione si pone una questione annosa su cui gli addetti ai lavori ancora non hanno trovato un accordo: quando nasce il genere fantastico? Col romanzo greco di età ellenistica a cui fa il verso Luciano di Samosata nel II secolo d.C con la sua Storia vera? O ancora prima, con i poemi epici e la mitologia antica?

Si prosegue poi con un’apologia del genere, ingiustamente bistrattato e ignorato dalla critica ufficiale (con qualche eccezione) nonostante gli illustri antenati. Si passa poi ad analizzare il vero tema del libro: ciascuno degli autori dei vari capitoli prende in esame un particolare aspetto.

Marco Cimmino fa una panoramica dall’età antica a quella moderna, passando per il medioevo. Il diverso per antonomasia è da sempre lo straniero, guardato con sospetto e insieme con interesse: in un mondo in cui le conoscenze geografiche erano molto limitate, lo straniero proveniva da un mondo favoloso e misterioso dove tutto può accadere. Nella letteratura classica compaiono molte figure di “diversi”; Cimmino ne indica tre in particolare: Enkidu (il gigante di fango compagno di Gilgamesh), Tersite (l’anti-eroe dell’Iliade) e il protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio il quale ci fornisce una visione da un punto di vista “altro” del nostro stesso mondo che ci appare così deformato e bizzarro.

Il medioevo abbonda di creature fantastiche di ogni tipo, di esseri ibridi, “non catalogabili” (in un’epoca in cui la catalogazione aveva una grande importanza). Ne sono pieni i bestiari, le saghe germaniche (si pensi a Grendel) e perfino la Commedia dantesca (si pensi alle figure di Cerbero, di Caronte e di Minosse). Ma si pensi anche al folclore nordico (folletti, elfi, gnomi, ecc.). In un mondo bigotto e superstizioso come quello medievale il diverso era fatalmente identificato col maligno. I personaggi negativi della letteratura sono anche deformi e stranieri (si pensi a Gano di Maganza, il traditore per antonomasia) e anche quando sono cristianizzati (come il mago Merlino) conservano un’ambiguità di fondo di cui è meglio non fidarsi completamente.

La figura del diverso continua nell’età moderna attraverso Don Chisciotte (la mescolanza tra sogno e realtà) e i vari maniaci, da De Sade a Mister Hide, da Psycho a Stephen King fino ad arrivare ai serial killer del recentemente scomparso Faletti. La diversità è invece vista in chiave positiva nell’opera tolkeniana: la Compagnia dell’Anello è composta da razze diverse l’una all’altra che, pur non andando molto d’accordo, si uniscono per una causa comune. La diversità diventa allora una risorsa. Cimmino conclude ricordando un geniale racconto di Wells, Il paese dei ciechi, in cui è un uomo normale che è “diverso” nel paese di non vedenti, celato tra le Ande, in cui capita per caso: l’apparente vantaggio di avere il dono della vista non fa di lui un re, come auspicava all’inizio, ma un emarginato. Alla prima lettura di questo racconto lungo, tanti anni fa, rimasi in effetti fortemente impressionato, soprattutto nella scena in cui il protagonista viene messo davanti alla scelta se rinunciare alla vista e poter coronare il suo sogno d’amore con la figlia del capovillaggio oppure rinunciare alla donna amata e fuggire. Al suo posto comunque anch’io avrei scelto la fuga: e che diammine!

Adolfo Morganti riprende il tema del diverso in Tolkien, appena accennato da Cimmino, ampliandolo nel suo capitolo, facendoci notare come nella visione tolkeniana la diversità sia un valore mentre l’omologazione e l’uguaglianza forzata sia una maledizione. I buoni appartengono a razze diverse, alleate per uno scopo superiore, mentre le forze del male sono fortemente inquadrate e prive di ogni caratteristica individuale. Morganti fa poi un interessante parallelismo tra l’opera di Tolkien e i nostri tempi, mostrando come si vada verso una uniformazione delle masse, istupidite dalla tecnologia e dai poteri. Apro una parentesi per dire che non mi trovo del tutto d’accordo con la visione conservatrice tolkeniana: auspico infatti un fantasy che superi i vecchi schemi medievali gerarchici della distinzione in rigide classi sociali. La storia di regnanti e di cavalieri che si ergono sul popolo non l’ho mai vista di buon occhio: con questo spirito ho scritto un mio romanzo fantasy atipico, Sempre ad est, in cui non si parla dei soliti re alla riconquista del regno o dell’eroe bello e coraggioso, molto stereotipato, ma di un anti-eroe che cerca solo la pace e la tranquillità: uno spirito libero, che non deve obbedienza a nessuna divinità e a nessun sovrano, e che lotta per riottenere ciò che gli è stato sottratto con l’inganno: insomma un “fantasy di sinistra”, se così si può dire.

Giuseppe Lippi, storico curatore di Urania (ho avuto l’occasione di incontrarlo di persona in un convegno su Lovecraft tenutosi qui a Firenze qualche anno fa; gli ho sottoposto alcune mie opere senza però avere risposta), si concentra su un periodo storico particolare: gli anni tra la morte di Lovecraft e i primi romanzi di Stephen King, in pratica il periodo 1940-1975. Un periodo molto fecondo e sottovalutato che precede una commercializzazione del genere soprannaturale.

Gli autori citati da Lippi sono veramente tanti e non starò qui a ripetere il suo elenco. Vengono ricordati anche molti film di quel periodo, in particolare tre celebri pellicole tratte da altrettanti romanzi: Rosemary’s Baby di Ira Levin, L’esorcista di William Peter Blatty e Carrie di Stephen King. Lippi vuol dimostrare, attraverso questi tre esempi, come vi sia un grande pubblico interessato alle storie fantastiche “purché inserite in un contesto mainstream: in altre parole con attori di prestigio, buone sceneggiature ed effetti speciali all’altezza” (p.55).

Lippi conclude trattando, come Cimmino, la figura del serial killer che impersona il moderno erede dell’Orco: da Psycho ad Hannibal Lecter, arrivando al nostrano Tiziano Sclavi (creatore di Dylan Dog).

Gian Filippo Pizzo parla invece della trasformazione dell’uomo nella fantascienza. A ben vedere l’intero genere letterario è centrato sulla figura del diverso: come giustamente nota l’autore dell’articolo “Un pianeta vicino o sperduto nello spazio sarà sempre ‘diverso’ dal Nostro, come diverso sarà un tempo del futuro prossimo o remoto, oppure del passato; e similmente lo è – già oggi – l’habitat di una astronave rispetto alla nostra casa.” (p.57).

Possiamo iniziare dal grande H.G. Wells, grande padre della fantascienza insieme a Jules Verne, e dai suoi “diversi”: gli Eloi e i Morlocchi in cui si è differenziata la razza umana nel futuro remoto (in La macchina del tempo) o l’Uomo Invisibile dell’omonimo romanzo e gli animali umanizzati dalla Scienza de L’isola del dottor Moreau. Ritorna l’accenno al già citato Paese dei ciechi.

Già prima di Wells Mary Shelley aveva dato vita ad un altro celebre “diverso”: il mostro di Frankenstein. Detto per inciso, lo scrittore e teorico della science fiction Brian Aldiss indica proprio l’opera della Shelley quale primo romanzo di fantascienza. Era il 1811. Sempre nel XIX secolo assistiamo alla terrificante trasformazione del dottor Jekyll in mister Hide (anche questo già citato), ma è nel secolo successivo che la fantascienza si sviluppa enormemente dando vita al filone degli individui ESP (dotati di poteri extrasensoriali) che da Slan di Van Vogt agli X-Men descrive la lotta di un piccolo gruppo di mutanti contro il resto dell’umanità che li vede come nemici da combattere. Nei romanzi di Philip Dick i poteri psichici (quali telepatia, precognizione, telecinesi, ecc.) sono curiosamente dati per scontati, sono un elemento secondario della trama, nessuno se ne stupisce più di tanto.

Altra categoria di diversi è quella dei vampiri. La figura del vampiro è antica, ben precedente al Dracula di Bram Stocker, ma trova nel XX secolo una modernizzazione ed entra a passa a pieno titolo dal genere soprannaturale a quello fantascientifico nel bellissimo romanzo di Matheson Io sono leggenda: libro più volte portato sullo schermo, ultimamente nel film con Will Smith (uscito nelle sale un anno dopo la pubblicazione degli atti del convegno oggetto di questo articolo). Il tema del vampiro è rovesciato: non è il vampiro, nel mondo futuro immaginato da Matheson, il diverso, bensì il protagonista umano che si trova a fronteggiare un mondo popolato interamente di vampiri, diventando così a sua volta “leggenda”. Dello stesso Matheson c’è un altro classico della fantascienza, Tre millimetri al giorno, anch’esso trasformato in film. Uomo rimpicciolisce ogni giorno fino a perdersi nel mondo degli atomi. Quale solitudine maggiore?

L’ultimo intervento è di Roberto Chiavini, il quale prosegue il discorso di Pizzo citando altri esempi letterari e cinematografici. Chiude il libro Ernesto Vegetti con un’appendice dedicata ai fondi librari e di riviste nell’ambito del fantastico in Italia.

Tanto ci sarebbe ancora da dire su questa tematica, ma da studioso ed amante di questo genere (è uscito proprio di recente a stampa la mia tesi di laurea dedicata alla comunicazione nella fantascienza, sia letteraria che cinematografica) posso dire che il libro dà una panoramica abbastanza esaustiva e compiuta per quanto possibile nello spazio di un’ottantina di pagine, passando in rassegna le opere più celebri che hanno sfidato il tempo, giungendo fino a noi: una lunghissima e grandissima tradizione che non cessa di stupire e di porre interrogativi su tematiche sempre attuali.

Massimo Acciai Baggiani ©2016

Qui trovate i libri di Massimo

Bibliografia

 

  • AAVV, Il “diverso” e il suo ruolo nella fantascienza e nel fantasy, Firenze, Polistampa, 2006.
  • Acciai Massimo, Sempre ad est, Aosta, Faligi, 2011.
  • Acciai Massimo, La comunicazione nella fantascienza, Ariccia, Ermes, 2016.