(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000

come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)

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Per Deleuze, il molteplice è ciò che possiede parecchie parti. Consideriamo la loro fenomenologia. Il molteplice, esattamente per tali porzioni, doveva avere altrettante pieghe. Queste si configuravano strutturalmente in vari modi. Deleuze identificava la suddivisione di genere spazio-temporale con la necessità d’una sua “increspatura”. Qualcosa da percepire nel corso ontologico degli accadimenti, fra di loro sempre relativi. Tutto ciò che si limitava, proprio in quanto molteplice (scindendo immediatamente l’interno e l’esterno di sé) diventava il dispiegato. Una fenomenologia valida anche per gli enti astratti. Ad esempio, nell’uomo l’anima contrapposta spiritualmente al corpo aveva le sue “crespe”. Queste potevano nascere, appena in chiave sensistica, dalle affezioni sentimentali: l’amore, la tristezza, la serenità ecc…

Deleuze nello specifico studia Leibniz. Tutta la materia, anche se davvero microscopica, risulterebbe da se stessa (internamente) suddivisa o “dispiegata” all’infinito, in porzioni a mano a mano sempre più minute. Bisogna che noi là immaginiamo una serie di vortici accentratori. Questi avrebbero potuto conglobare completamente in sé il loro universo, all’intorno. Qualunque “piega” materiale esibiva un “riferimento” più o meno “conico”, rispetto alla sua interiorità. Questo si faceva immediatamente contenere (e quindi trattenere, citando i diversi rilievi), quasi “all’imbuto” di sé. Evidentemente, una piega materiale s’apriva una coeva molteplicità di suddivisioni spazio-temporali. Queste, a loro volta, avrebbero mosso altri limiti strutturali. Così, la piega materiale andava a dischiudere infinite porzioni di realtà, nell’accezione sia empirica sia astratta (o spirituale) del caso. Tutto ciò accadeva a valle d’uno specifico punto, avente un inizio direzionale.

Deleuze aggiunge che per Leibniz la fisica doveva riguardare certamente le cosiddette forze attive. Queste si percepivano entro la pura e semplice “materia accentratrice”. Ma la fisica riguardava anche le forze passive. Là si percepiva una possibile resistenza, in corso ad ogni attività. A tal proposito, le caratteristiche monadi di Leibniz avrebbero identificato le molte “pieghe” abilitate a dischiudere un “mondo” di loro sensi. Le forze attive appartenevano ad una materia all’universale. Anche l’ente dal corpo più minuto aveva una sua energia. Le forze attive dunque rientravano nella realtà (materiale od astratta) “per increspature”. Ma la loro resistenza, che le apriva ad altre suddivisioni spazio-temporali, fondava per Deleuze una “misteriosa” tessitura. Da un lato, ogni monade dischiudeva precisamente un suo mondo di sensi. Ma così essa “varcava” all’infinito altre limitazioni di sé, tutte intrecciate fra di loro.

Ci serve uno studio fenomenologico sulla monade. Nel limite, la materia universalmente “energetica” consente a più enti (astratti o spirituali) di “resistere” fra di loro. Allora, una forza attiva andrebbe per l’appunto a “piegarsi” (moltiplicandosi), sino ad aprire un vortice conico. Quella s’esprimerà allo stato puro. In effetti, il varco d’un preciso mondi di sensi avviene solo nel momento in cui la monade “s’increspa”. Non conta molto che questa scelga (sia volutamente, sia inconsapevolmente o d’istinto) di percepire qualcos’altro! Per Deleuze, il limite raffigura dunque la “grinza” vera e propria. Questa quasi sembrerà a “respingere” lo squarcio od il mero buco: due dimensioni incapaci di “tessere” la dialettica interna alla molteplicità degli accentramenti dischiusi. E’ qui che Deleuze migliora la fenomenologia della monade. Per lui, la tessitura simboleggerà degnamente il modo in cui una precisa “increspatura” (da parte della forza attiva) si rende tale, andando a dischiudere un mondo di sensi. Certo percepiamo la resistenza materialmente delimitante. Questa diventerà il dis-piegarsi per la medesima piega di partenza, che per Leibniz identifica la tradizionale monade. Le forze attive “vivificano” i vari mondi di senso. Ciò accade mentre loro “raggrinzano” l’estensione del molteplice. Le forze attive avrebbero una facoltà di percezione assolutamente dinamica. Così, pure la sostanza più inorganica avrà per sé un’apertura cosmica. La stessa anima, nella sua immaterialità, ci rappresenta la monade più importante. Questa permette d’iniziare ogni diverso conatus per la vastità d’un accentramento percettivo. Non bisogna però cadere nel mero sensismo. La monade più importante invero “si piega” in maniera fondamentale, se avvia il vortice del proprio “aprirsi un mondo”. Non è “squalificante” che quella si realizzi solo nel momento in cui va a de-limitarsi.

Ma noi possiamo recuperare la filosofia di Leibniz. Percependo la venatura essenzialmente animata della monade più importante, lo stesso avverrà per la grinza (nell’accezione perfino materialistica del caso). Per la filosofia di Deleuze, la “tessitura ontologica” rimane immediatamente energetica. Consideriamo l’universalità sottesa a tale affermazione. Il modo di “dis-piegare” un mondo di sensi (delimitando la particolarità d’una forza attiva) paradossalmente rende i diversi enti subito “inseparabili” fra di loro. La tessitura delle monadi non dipende mai dalle singole porzioni della materia. L’intellettualismo sarebbe troppo abituato ad avanzare le distinzioni, ad esempio tramite le essenze per gli oggetti particolari. Per Deleuze, la tessitura delle monadi dipende “dalla dilatazione” delle singole parti, materialmente molteplici. Bisogna capire la dialettica dell’Essere. La tessitura sorge dalla “purezza” d’un dis-piegamento energetico, abilitato ad aprire un certo “mondo di sensi”. La prospettiva del cono accentrante (per il molteplice da suddividere) ha una vena comunque dialettica. Quella è semplicemente la dilatazione d’una grinza, la quale s’esprime all’istante. A tal proposito, il Barocco artistico propose il decorativismo. Soprattutto, questo si percepiva nel dispiegamento dell’intessuto. Nel Barocco, una grande dilatazione della fonte luminosa (grazie alla suggestiva ripetizione del chiaroscuro) consentiva di far vincolare assieme i diversi volti, dai soggetti ritratti. Ciò favoriva l’intrecciarsi delle composizioni (fra i cortei, le sedute, le battaglie ecc…). Nella stessa scultura del Barocco si percepiva una lavorazione della pietra abilitata ad “avviluppare” lo spazio. Lì, l’artista esponeva la superficie che ricercasse una chiara profondità della materia (quasi a taglio conico, citando Leibniz).

La tessitura ontologica per Deleuze avrà una vena sempre (assolutamente) intrecciata. Essa precisamente tende ad “allargare” la monade (intesa come la necessità d’un imput energetico), e verso la novità d’una forza attiva, adesso anche ad intensità maggiore. Alla forma apparterebbe la realizzazione completa d’una data percezione, aprente il suo “mondo di senso”. Quella ci esprime la maggiore intensità dell’avviluppamento (sulle parti del molteplice). Qualunque piega di partenza (dall’attività energetica d’una monade singolare) si rende tale esattamente perché già richiede “d’ingrandirsi”. Ogni “complicazione” dell’aprirsi un mondo porta a percepire un preciso “campo conico” di resistenza accentratrice. Qualcosa che sarà immediatamente maggiore! Le varie grinze “si dischiudono” in maniera infinitamente delimitante. A loro volta quelle “varcheranno” l’una sull’altra, assieme. Nella tessitura d’una data monade, il “margine dispiegante” si sposta di continuo. Là, la primitività delle forze attive conduce comunque alla passività d’una loro resistenza. Per tale ragione, la forma (nella tensione di giungere all’ultimo status dell’esistenza) va percepita in via necessariamente intrecciata, ovvero già ad ampliarsi.

Deleuze cita anche l’arte orientale. Questa proverebbe a “piegarsi”, moltiplicando immediatamente il suo spazio per la composizione estetica. L’arte orientale così sfrutterà le superfici di carta. Invece, l’Occidente preferisce esteticamente la tessitura, tramite l’intelaiatura. Ciò giustifica per Deleuze un concettualismo di fondo. La metafisica occidentale intreccia il primato d’un singolo ente, a mano a mano nei secoli: il Motore immobile di Aristotele, la Res Cogitans di Cartesio, lo Spirito di Hegel ecc… Qualcosa che s-pieghi una volta per tutte la Verità. In Oriente, i dipinti su carta molto spesso erano arrotolati. Così, l’artista ne nascondeva virtualmente il significato (senza mostrare alcuna pretesa d’insegnamento…). Per Deleuze, la tradizione della filosofia occidentale avrebbe un po’ frainteso il vero senso da accordare all’estetica d’una piega. Egli percepisce la materia nella propria estensione, complice l’assolutezza dell’energetica. Ma quella avrà la temporalità dell’immediatezza inerte a se stessa. Come di consueto, la monade già di Leibniz implica una forza attivamente percettiva. Ma questa in maniera alquanto paradossale s’increspa su di sé, “aprendo” ad una serie d’infinite resistenze, per la propria passività nel dilatarsi.

Possiamo quindi determinare al meglio la tessitura ontologica? Essa ci pare la persistenza continuamente mossa d’una primordiale energia che si dis-piega, avendo subito un’oggettivazione (sia materiale sia spirituale, in base al tipo d’ente delimitato), a “designarne” le qualità solo accidentali (fra cui rientrerebbe pure la forma conclusiva!). La realtà ha sempre i margini di senso. Questi derivano dalle “increspature percettive”, citate le monadi di Leibniz, universalmente intrecciate fra di loro. Per Deleuze, la sua filosofia apparirà di stampo “tessutologico”. La materia del mondo resta da se stessa sempre a “vivificare”, mentre un’energia universale va a dilatarsi facendo “piegare” gli infiniti enti.

Leggendo i testi di Leibniz, abbiamo l’impressione che non accada un’interazione comune, fra le monadi. C’è soprattutto il problema speculativo d’una classica opposizione fra l’anima ed il corpo, nell’uomo. La loro interazione per Deleuze s’ammetterà partendo dalla chance che ambedue “s’aprano un mondo”. Se una certa monade si mette a percepire (più o meno consapevolmente), la sua facoltà di dischiudere se stessa (tramite l’energia “d’una vivificazione”) ci sembrerà pur sempre a taglio totalizzante. Per le monadi, la “criptica” apertura d’un mondo riguarderà qualsiasi ente (sia materiale sia astratto). Deleuze di nuovo supera Leibniz. La forza attiva necessariamente implicherà qualunque particolarità d’una resistenza (di stampo passivamente delimitante). Una di queste dunque riguarderà il semplice corpo dell’uomo… Sottolineiamo come una monade richieda da se stessa di diventare “increspata”, e dappertutto. Così concludiamo che “barcamenarsi” nel giustificare l’interazione fra l’anima e l’organismo non è più indispensabile. Addirittura, si rischierebbe d’assecondare una banale separazione fra due ambiti d’imput percettivo, e tendenzialmente assegnando il…

…(la 2. parte la settimana prossima)

PAOLO MENEGHETTI   ©2016

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