(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000

come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00 ed in “Esteticamente — Aesthetically”

che è N. 9 su 25,400 siti di settore come vedete qui 2/7/2016 alle 9.00)


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… primato a quello immateriale. Deleuze non svaluta mai la corporalità. L’anima (intesa come la monade d’una forza totalmente accentratrice) è il principio d’una “vivificazione” ontologica perché così le accade, senza desiderarlo per sé. La forza attivamente percettiva rimane sempre presente a se stessa, ragion per cui il proprio dilatarsi “a dis-piegarsi” le appartiene da subito. Manca la negatività d’una separazione, fra l’immaterialità e la materialità.

Per Deleuze, nell’uomo l’anima tramite la sua energetica porterà in atto un mondo di sensi. A quella, il corpo sembrerà quasi la prima “grinza” cui andare incontro. Spieghiamo un po’ meglio la fenomenologia del caso. Il corpo “s’accontenterà” di sentire un mondo, in via semplicemente fisica (materialistica). Di nuovo, da un lato noi capiamo che la forza attiva porta con sé un unico o totalizzante “vortice ad accentramento conico”. Qualcosa in cui la caratteristica suddivisione del tempo cronometrico (fra il passato, il presente ed il futuro) inevitabilmente si perda. Dall’altro lato, il corpo non è percepibile in chiave generalizzante. Esso porta con sé l’individuazione, per il mondo di senso, dei suoi limiti nel dis-piegarlo. Così, il corpo quasi ci parrà “personalizzato”. Esso infatti deriverebbe dalla dilatazione d’un sola monade: l’anima. Ma bisogna che manteniamo una dialettica. L’anima quasi ci parrà “pubblicizzata”, tramite la venatura essenzialmente a “dis-piegarsi” per ogni “inizio nel suo mondo”, dalla facoltà percettiva.

Deleuze vuole evitare il rischio della metafisica (la quale “eleva” un ente particolare, a principio universale). All’inizio accade una “grinza” intensamente attiva, che in seguito avrà la “coda” d’una “grinza” passivamente resistente (determinante la “complicazione” della tessutologia). Forse, noi possiamo semplificare il concetto. Mentre l’anima si piegherebbe, il corpo si dis-piegherebbe. Una dilatazione semplicemente fisica sarà originata da un’estensione puramente energetica.

Quando si realizza una “grinza”, in qualsivoglia oggetto, questo avrà una presenza “virtuale”. Là, accade che una dimensione apertamente “avviluppata” in se stessa esibisce qualità accidentali (per il colore, la forma, l’illuminazione ecc…) immediatamente all’infinito. Saranno queste a varcare una serie di “altri mondi”. Se l’energia della monade iniziale (attivamente presente) neppure cessa, ed anzi si limita a “dilatarsi” in via infinita, la coeva resistenza (passivamente materialistica) va “intrecciando” tutte le singole percezioni. Deleuze deve superare Leibniz. Per lui, la tessitura del senso dimostra che ogni singolarità d’un oggetto “increspato” ha la realtà solo virtuale, aprendosi un unico (totalizzante) mondo. Non sarà possibile la distinzione? Da un’ottica materialistica, ciò sembra assurdo. Ma la forza attiva già di Leibniz ha la dialettica della “piega”. Quando la monade s’apre un mondo “avviluppato” in se stessa, là il “varco” resta assolutamente infinitesimale, rientrando così nella virtualità. Se il “vortice accentratore” ha una continuità, anche la coeva “piega del senso” ha una continuità. Si conclude che già la fondamentale attività al presente (caratteristica della monade) è di qualità virtuale, tramite il mondo apertole da un “conatus” immateriale.

Per Deleuze, scrivere non ha niente a che vedere col significare, bensì col misurare territori, col cartografare perfino le contrade a venire. Precisamente, i concetti si percepirebbero come… “agonistici”. Deleuze sviluppa la sua tesi, partendo anche dalla monade per Leibniz. Si può percepire una sorta di dinamismo ontologico? I singoli enti (materiali od astratti) si darebbero come tali solo in riferimento a tutti gli altri (che li delimitano). Anche la riflessione mentale non sfuggirà al vitalismo ontologico. I singoli concetti sono tali in quanto già “allargati” a tutto il resto. Deleuze nega la possibilità di distinguere le parole (nella mente) dalle cose (nella materia). Conta solo il dinamismo universale. Parimenti, i segni non esistono mai in se stessi, bensì unicamente nel loro “allargamento” a ciò che li delimita.

Deleuze ama il vitalismo intellettuale di Spinoza. Ogni segno ci esprime l’effetto che si dà, nell’azione d’un corpo verso un altro. Spinoza parla di affetto. In questo caso, il segno sarà di tipo vettoriale, avendo la precisione nel verso e nella direzione. Col termine di affezione, invece, Spinoza indica la variazione a livello sensoriale, entro l’effetto d’un corpo per un altro. In questo caso, il segno sarà di tipo scalare, basandosi sulla propria gradazione. Deleuze sfrutta la terminologia già di Spinoza, e conclude che nel dinamismo ontologico non esistono né le forme (essenze) né gli oggetti, bensì unicamente gli strati (piani, allargamenti) affettivi. Questi avranno un valore positivo (come nella felicità, nella soddisfazione, nell’augurio), oppure negativo (nella tristezza, nella frustrazione, nella rassegnazione). A Deleuze interessava principalmente la caratteristica affezione. Questa si dà in via scalare, favorendo la percezione del suo “allargamento” oltre se stessa.

Deleuze di certo non “teme” l’ontologismo. Lo stesso mondo, nell’accezione più banalmente scientifica del caso, gli pare costituito partendo da una serie di “pieghe” solo “perdutamente suddivisibili”. Queste saranno “avviluppate” fra di loro, e dall’anima. Anche senza conoscere la filosofia fenomenologica, quante volte percepiamo che l’interiorità non “si placa”, soprattutto nella gioia o nel dolore! Per Deleuze, l’apertura del senso è la sequenza fra tutte le diverse “increspature”, le quali “convergono all’infinito”, ed ovviamente entro l’anima (intesa come la sola monade avente una forza attivamente continua). Ma bisognerà “correggere” le possibili contraddizioni di Leibniz… Quanto crederemo che le tante anime, percependo il loro mondo di sensi, alla fine non riescano mai ad accordarsi assieme, in via ontologica? Deleuze sviluppa la tesi di Leibniz in via fenomenologica e vitalistica. Le monadi anche principali, in quanto per l’anima, “accentrano” sul serio un unico (totalizzante) mondo di sensi. Però esteticamente il loro “avviluppamento” accade soltanto in ambito “regionale”. Quello s’origina pur sempre da un “punto di vista” singolare. Nuovamente, pare che noi non eludiamo l’ambivalenza fenomenologica del cono accentratore, per le monadi che dis-piegano il loro mondo di senso. Dunque, si potrà “incrinare” la medesima tessutologia di Deleuze? L’anima vivifica (avendo l’attualità energetica) un unico “mondo di senso”, che però deve immediatamente dischiudere altre “pieghe”, all’infinito (e suddividendo un’immaterialità). Tale conclusione favorirebbe un possibile accordo fra le diverse monadi, da una loro percezione in comune.

PAOLO MENEGHETTI   ©2016

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