(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000

come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00 ed in “Esteticamente — Aesthetically”

che è N. 9 su 25,400 siti di settore come vedete qui 2/7/2016 alle 9.00)


 

Per Schopenhauer, il singolo uomo può solamente ottenere una conoscenza completa di sé. Questa comunque (dapprincipio) va vissuta. Sin dalla nascita, noi ci distinguiamo gli uni dagli altri. Il singolo uomo possiede un carattere personale. C’è però l’irrazionalismo degli istinti, che muovono anche la nostra specie. Questo determina un carattere empirico. Qualcosa che sempre subisce un “disturbo” dalla ragione, selezionante gli impulsi offrendo loro una giustificazione sociale. Alla fine per Schopenhauer emergerà il carattere acquisito, il quale si determina solo vivendo. Più in generale, sembra faticoso percepire la propria personalità. C’è tutta la complicazione universalizzante per gli istinti della specie ed il razionalismo (caro alla società civile). Per conoscersi davvero, bisogna aspettare il carattere acquisito. Qualcosa in cui gli impulsi “aspirino” ad essere… razionalizzati, tramite la loro esperienza sociale.

Per Schopenhauer, l’uomo troppo facilmente dimentica quanto scegliere significa anche rinunciare. Qualsiasi “problema” mostra vari aspetti di se stesso. Così, tentare “d’afferrare” tutto non avrebbe senso. L’appagarsi resterà ossessivamente temporaneo e parziale. Schopenhauer invita a perseguire l’obiettivo personale (il piacere, l’amore, la stabilità economica ecc…) solo rinunciando a qualcos’altro. L’esperienza si percepisce in via parziale, razionalizzando “l’istinto” nell’inevitabile caso per caso. Non si può ambire a tutto; ma un obiettivo molto personale implica che dapprima si conosca di tutto (ivi compreso ciò cui rinunceremo). Ovviamente vale anche la situazione inversa. Non saremo appagati, vivendo contro il carattere personale; e tuttavia ciò accade conoscendo sin dall’inizio l’indesiderato. Qualcosa che deriva da una scelta presa caso per caso.

Per Schopenhauer, il piacere e l’appagamento si percepiscono soltanto laddove le proprie forze psico-fisiche “si vogliano con realismo”. Il dolore o la frustrazione maggiore accade nel bisogno negato. Per raggiugere la vera felicità, non si possono sopravvalutare le proprie forze psico-fisiche.

Innanzi agli insuccessi, sarebbe preferibile incolpare un destino avverso, anziché l’inettitudine personale… Entro l’assolutezza dell’universale, una casualità dell’infelicità in luogo della felicità apparirebbe solamente come insignificante. Schopenhauer però percepisce una paradossalità. La dimensione della totalità non può essere accusata, da una persona inappagata, perché la prima comunque permette alla seconda di vivere. Se il male “ci tormenta”, ciò accade mentre immaginiamo che forse avremmo potuto evitarlo, prendendo in passato una decisione diversa. E’ un pregiudizio da eliminare appunto facendolo rientrare nel fatalismo. In fondo, la vita implica sempre la morte. Non servirà a nulla particolarizzare il dolore o la frustrazione, attribuendoli all’inettitudine personale, agli errori altrui, ai fraintendimenti reciproci ecc…

Per Schopenhauer, la felicità sembra appena negativa. Essa implicherebbe una capacità di vivere il più possibile senza il male. Citiamo la metafora della partita a scacchi. Là, a prescindere dal piano di gioco prescelto, tutto dipende dalle contromosse (che non possiamo conoscere). Tale metafora ci aiuterà a percepire che ogni vita si percepisce in prevalenza nella sua “sofferenza”.

Noi siamo sempre in movimento, alla ricerca di qualcosa. Schopenhauer si chiede quale sia il principio sotteso al nostro vissuto. Egli dunque conclude che noi vogliamo sempre, persino decidendo per il nulla. Dovremo forse “appagarci” tramite il nostro vitalismo? Per Schopenhauer esiste il velo di Maya: nel mondo si può conoscere solo l’apparenza, perché abbiamo il “filtro” della rappresentazione intellettuale. La realtà materiale letteralmente sfuggirà al nostro volontarismo di “viverla”. Schopenhauer invita a cercare la felicità rifiutando i progetti a lunga scadenza. In questi, il volontarismo di “viverli” rischierà d’ossessionarci, in quanto faremmo sfuggire con l’intellettualismo dell’inappagato… una realtà “già sfuggente” in se stessa. In aggiunta, il progetto a lunga scadenza contraddice la vita, dove comunque si prendono decisioni quasi a tutte le ore.

Goethe scrive che la personalità è la felicità più alta. Noi sembriamo appagati unicamente perché abbiamo l’autostima. La personalità deve percepirsi al tempo presente, del caso per caso. E’ vero che l’uomo può rinviare al domani una decisione da prendere, ma mai se stesso, per cui gli converrà avere l’autostima. Nella vita meramente quotidiana, noi rischiamo di farci “imprigionare” dalle apparenze (ad esempio, assumendo un preciso ruolo nella società: a lavoro, in famiglia, negli svaghi ecc…). Fortunatamente, può esistere l’uomo di genio. Qualcuno che capisce come l’intero mondo consta di apparenze, giustificate dalla rappresentazione intellettuale. L’uomo di genio è mosso da una volontà eccezionalmente interiore. Egli non si rappresenterebbe più il mondo, bensì lo vivrebbe e basta.  …

(… la 2. parte domenica prossima)

PAOLO MENEGHETTI   ©2016

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