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(Versione in Italiano di “Adriano Olivetti: entrepreneur et éclaireur du futur” presentata a

La libération des entreprises au prisme d’une analyse critique 

ESC Clermont- Graduate School of Management, 7-8 luglio 2016)

Adriano Olivetti: un imprenditore rivoluzionario. Se ha commesso un errore, è stato di essere troppo in anticipo rispetto al proprio tempo. Ha realizzato con successo, tra gli anni ’30 e ’60 dello scorso secolo, la visione di impresa proposta da Isaac Getz e Brian M.Carney: un capo con forte leadership, una gestione partecipata e meritocratica, un contesto ambientale favorevole per i dipendenti, cambiamenti frequenti dell’alto management. Aveva fiducia nell’uomo e nella sua creatività, e in una società solidale. La sua idea di impresa era schumpeteriana: l’impresa ha un’infanzia, una giovinezza, una maturità, ed entra in crisi se non sa trasformarsi e rinnovarsi continuamente.

Sede di  un’impresa all’avanguardia tecnologica, competitiva sul piano internazionale, Adriano Olivetti ha fatto della città di Ivrea una nuova Atene. Al di là delle ideologie tradizionali, ha introdotto  in Italia la sociologia americana ed ha affidato importanti responsabilità aziendali ad intellettuali (sociologi, scrittori, urbanisti, designer, pubblicitari, psicologi). L’Olivetti è diventata un brand tecnologico portatore dei valori aggiunti di una cultura di impresa di avanguardia, in tutto e per tutto differente ed opposta rispetto a quella della Fiat di allora. Con il suo movimento “Comunità” Adriano Olivetti coltivò l’ambizione di applicare il modello Ivrea su scala nazionale; aveva capito che le ideologie destra/sinistra non avrebbero avuto avvenire, che occorreva perseguire una terza via  e che la sfida del futuro sarebbe stata quella tra esclusi ed integrati: è quanto sta avvenendo ai nostri giorni. Ma il progetto politico non ebbe successo.

Oggetto del mio intervento sarà di mettere a confronto la visione anticipatrice di Adriano Olivetti (impresa, cultura, politica) con i problemi che si pongono oggi, in Francia come in Italia e in Europa.

 I riferimenti culturali.

Figlio di padre ebreo e di madre protestante, Adriano Olivetti trasse dalle origini paterne lo slancio profetico e la tensione visionaria, da quelle materne il rigore e l’austerità nello stile di vita.

Sul piano dei valori, i riferimenti culturali sono nell’umanesimo cristiano francese, in particolare  di Emmanuel Mounier, attento alla centralità della persona e profeta dell’incontro tra cristianesimo e socialismo; la comunità viene concepita come un organismo vivo dove l’individuo si scioglie nella persona che diventa protagonista di una società solidarista. Molto meno influente il pensiero di Jacques Maritain,

teorico della conciliazione tra cristianesimo e democrazia, attraverso lo strumento politico delle democrazie cristiane.

Un afflato religioso caratterizza l’azione di Adriano Olivetti come capo di impresa, urbanista, editore, organizzatore culturale, e infine politico. “Nella nostra Comunità”- scriveva in “Democrazia senza partiti”, nel 1945– “l’atmosfera, abbandonando giorno per giorno nella politica e nella vita le concezioni strettamente materialistiche, invece esaltando i valori eterni dello spirito e la forza redentrice, si impregnerà vieppiù di un sentimento autentico di religiosità. L’uomo, il cristiano, volgendo l’occhio alla natura, al cielo, alle stelle, ritornerà a vedere Dio”.

Il viaggio negli Stati Uniti, nel 1925, fu determinante nella formazione di Adriano Olivetti e nella sua scoperta della sociologia, relegata ai margini della cultura italiana per tutto il periodo del fascismo. Nella concezione del valore del lavoro tenne presente il Proudhon teorico del socializzare anziché statalizzare; nella organizzazione dell’azienda ebbe come riferimento la teoria della distruzione creativa di Joseph Schumpeter, secondo il quale ad ogni ciclo della vita dell’impresa occorre un ricambio di dirigenti. Il suo percorso teorico, osserva lo storico Giuseppe Berta, “si snoda tra Taylor e Friedmann; tra la scienza dell’organizzazione culturale e l’ideologia del lavoro. Se egli, in quanto manager era di solida cultura americana, come intellettuale guardava a temi ed esperienze tipicamente europei, al laburismo e a Weimar” (1).  Il momento più importante fu la scoperta di Lewis Mumford e dell’urbanistica come strumento per dare concretezza alla progettualità della nuova polis, e delle teorie di Galbraith sulla società affluente e sulla convenienza di rendere il lavoro più facile e piacevole.

Adriano Olivetti si interrogò sulla ragion d’essere dell’industria. “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti? O non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale,una destinazione,una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”.

Ebbe modo di dare risposte, e di realizzare un nuovo modello, grazie al successo che garantì all’impresa, applicando le conoscenze e le esperienze acquisite nel corso del suo primo e fondamentale viaggio negli Stati Uniti. Il padre Camillo gli diede fiducia, lasciando via libera all’applicazione del taylorismo, che aumentò la produttività; la ricerca tecnologica consentì lo sviluppo di prodotti innovativi e competitivi, aggiungendo alle macchine da scrivere le calcolatrici  e  il primo calcolatore elettronico, battendo l’IBM;  fino all’inizio degli anni ’50 l’azienda si autofinanziò, grazie agli utili e alla raccolta del risparmio dai dipendenti. L’Olivetti si affermò a livello internazionale, diventando la prima in Europa,  concorrenziale con i competitors americani.  Lo sviluppo non si interruppe nel periodo della seconda guerra mondiale, in quanto le analoghe aziende tedesche erano state convertite alla produzione bellica e l’azienda si posizionò come leader di mercato europeo. Altre geniali intuizioni di Adriano Olivetti: la realizzazione di una rete di vendita diretta, con personale proprio, anziché tramite concessionari indipendenti e multimarca; l’applicazione dell’immagine coordinata nel design dei punti vendita, nella comunicazione istituzionale e di prodotto; la comprensione dell’importanza nei nuovi mezzi di comunicazione di massa, a partire dalla tv. Olivetti divenne in tutto il mondo un brand evocativo non solo di un prodotto tecnologicamente all’avanguardia, ma soprattutto di valori e stili di vita, precorrendo il percorso delle multinazionali del largo consumo. Gli anni ’50 segnarono il periodo di massimo successo dell’azienda, i cui utili consentivano lo sviluppo di progetti paralleli di integrazione fabbrica-territorio: nel 1958, anno del massimo potere di Adriano,  l’Olivetti contava su 14.200 dipendenti in Italia e 10.000 nelle 17 consociate estere, ed il 60% della produzione era destinata all’esportazione. Parallelamente, da una dimensione locale si sarebbe sviluppato un progetto politico nazionale, che non ebbe successo.

“Dirigismo estetico”: si deve a Geno Pampaloni, intellettuale tra i più vicini a Adriano Olivetti, la definizione più appropriata del suo stile di gestione imprenditoriale.  Accentramento strategico, organizzazione del personale decentrata con deleghe operative; direzioni per funzioni e per obiettivi,  senza le rigidità di una gerarchia indifferenziata inevitabilmente conservatrice; meritocrazia, ascensore sociale garantito a tutti i dipendenti, da coinvolgere nella ripartizione degli utili ed ai quali facilitare l’acquisto dell’abitazione e l’accesso alla cultura. Dirigismo, più che paternalismo; in effetti, Adriano Olivetti si riservò sempre il potere e il ruolo di decisore di ultima istanza, in particolare nel governo dei passaggi schumpeteriani dell’azienda dall’infanzia alla giovinezza alla maturità. L’identificazione del personale con l’azienda avrebbe recato un valore aggiunto importantissimo alla sua redditività. E’ il caso, oggi, in Italia, della Ferrero, che ha stabilimenti in tutto il mondo, ma mantiene il centro vitale nella piccola città di Alba, isola di benessere e di integrazione sociale.

Adriano Olivetti intese valorizzare la partecipazione dei dipendenti alla vita dell’azienda. Nell’immediato dopoguerra, rientrato dalla Svizzera, dove si era rifugiato nel 1944, arrivò addirittura a considerare l’idea di socializzare la proprietà, trasferendo il capitale azionario ad un consiglio di gestione eletto dalle maestranze, dai dirigenti, dalla comunità locale, dalla Regione e dall’Università, ma ebbe risposte negative da parte del sindacato di sinistra, che non comprese la portata rivoluzionaria di tale ipotesi; anche per reagire a questa incomprensione promosse la costituzione di un sindacato aziendale autonomo, non “padronale”, ma espressione degli interessi effettivi del personale. Insediò un Consiglio di gestione al quale fu delegata l’amministrazione dei servizi sociali; introdusse provvidenze sociali per i lavoratori: prestiti a tasso ridotto rispetto a quelli di mercato, interessi sui depositi superiori. Anche sul piano delle politiche retributive l’Olivetti fu all’avanguardia: nel 1957 il salario medio era di 60.000 lire al mese, a fronte di 40.000 lire del contratto dei metallurgici, e nell’arco di 12 anni si era quadruplicato.

Era un’impostazione opposta rispetto a quella della Fiat, e davvero poco gradita alla Confindustria. …

(… la 2. parte domenica 24/7)

Carlo Benigni ©2016

Note

1) Giuseppe Berta, “Le idee al potere”, Edizioni di Comunità, riedizione pag. 53

2) Ibidem, pag. 52

3) Valerio Ochetto, “Adriano Olivetti, biografia”, Edizioni di Comunità, riedizione 2015, pag.80

 

Riferimenti essenziali

Giuseppe Berta, “Le idee al potere”, Edizioni di Comunità, riedizione 2015

Franco Ferrarotti, “Un imprenditore di idee”, Edizioni di Comunità, riedizione 2015

Valerio Ochetto, “Adriano Olivettio, biografia”, Edizioni di Comunità, riedizione 2015

Archivio Fondazione Olivetti