(N.1 al mondo su 313.000 entries con la rubrIca “Suggestioni e percorsi poetici” come potete verificare qui – 20/6/16 – 12.13 cet)

(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000

come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)

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… Una volta raccontavo della mia passione per i tramonti e le albe sul mare e per la predilezione per il colore rosso: “sei romantico, il rosso colore della passione”. No, proprio no! Sgomberiamo il campo da fraintendimenti: nessuno stereotipo può stuzzicarmi il minimo interesse. Però amo il rosso e i tramonti e le albe sul mare, ma da un altro punto di vista…

Chi è nato in un posto di mare si porta dentro uno Spazio, differente, personale, più o meno ampio o ampliante, comunque uno Spazio proiettivo. Ho sempre avvertito il mare come il mio squarcio personale di infinito, quel luogo dove andare per le cose importanti della vita: una decisione, una scelta, una riflessione, un’ispirazione, per sbollentare la rabbia, per sognare e lasciare andare la fantasia:

E’ L’ALBA

è l’alba nulla su muove nessun rumore

è l’alba… di cosa?

Un nuovo giorno come metafora della vita che si rinnova, e come impulso verso nuove aspettative, possibilità, per ogni possibile eventualità: l’alba fa rinascere, rinnova lo spirito attraverso una catarsi quotidiana. Beh certo non è scontato, non è come il sole che sicuramente domattina si leverà; bisogna volerlo, bisogna sentirlo, bisogna riaprire gli occhi e vedere le sfumature tenui del cielo rosa e del mare celeste e brindare a quel disco rosso che lentamente sbuca dall’acqua o da dietro una collina. Anche questo discorso è una sfumatura, non è una preghiera o un’invocazione o un mantra psicologico: è semplicemente un atteggiamento, un modo di porsi nei confronti della vita e del mondo, di quanto e come si desideri rinnovare la vita e di quanto e come si voglia conoscere e vivere il mondo e le cose del mondo. Questo diventa possibile e si attua sradicando le staccionate della paura di cambiare e delle cose nuove, se ci si “accontenta” del giorno precedente e di quelli prima l’alba non rinnova nulla è un semplice monotono intercalare. Nelle parti precedenti ho parlato del Carpe Diem e del viaggio iniziatico di Dino Campana, ecco che arriviamo ad una sintesi: intendo la vita (l’arte la poesia) come un lungo ed affascinante viaggio iniziatico durante il quale essere pronti ogni istante a cogliere il Tempo. Iniziatico perché a priori ci sono delle “cose”, la nostra natura, le idee, le inclinazioni e quell’atteggiamento senza il quale il viaggio non inizia, senza il quale i possibili percorsi sono il vialetto di casa o dell’ufficio. Il mare aiuta ad aprire la visuale come un grandangolo che sposta un po’ più in là l’orizzonte, per me il mare è un portale che si apre sul viaggio, non tanto per l’acqua (classico veicolo di catarsi) ma proprio per lo Spazio, aperto dilatabile cangiante libero accessibile.

FRA ME E ME

A volte

inseguito dalla mia ombra

m’affretto per sinuosi carrugi

strette inerpicate scalinate

per giungere presto a un cantone

svoltare deciso e farle perdere le tracce

a volte invece

indugio per stradine di collina

o per lunghi viali sotto i lampioni

e mi giro a guardarla e mi beo

di tutte le mie contraddizioni

poi fischiettando m’allontano

sull’introversa strada della coerenza

e ogni foglia che rumorosa pesticcio

rinverdisce la linfa consunta

di aviti platani fuori stagione

a volte

accovacciato sopra un sasso

respiro il profumo del mare

e fissando la notte verso l’est

mi perdo nel buio senza confini

fin quando un timido chiarore

disegna preciso tutto l’intorno

che di celeste si comincia a riempire

offrendosi generoso da sfondo

all’arrembante nuova luce del giorno

che abbaglia annega e ricolora

il celeste d’azzurro i pini di verde

e ritorna l’ombra a uomini e cose

allora m’allontano temprato

d’aver partorito il nuovo giorno

e risoluto dirigo verso il mondo

seguendo d’appresso la mia ombra

incostante svogliata contraddittoria

flebile insostituibile compagna

L’ombra è anatomica, è parte di noi non ci abbandona mai e all’alba o al tramonto è lunga come altrimenti non la vedresti. Perché il tramonto è la nemesi dell’alba, catartico anch’esso, cambia la luce, la spegne e accende quella della notte. La differenza è soprattutto estetica, il tramonto ha tonalità forti, il rosa diventa tutte le sfumature del rosso e il celeste quelle del blu in un variegarsi continuo. Come il “viaggio” che si snoda nello Spazio e attraverso il Tempo, e conosce e riconosce luoghi, persone e pensieri. Ci sarà sempre un muretto sul mare per fare il punto su se stessi, perdersi ritrovarsi e rinnovarsi ammirando un’alba o un tramonto con il disco rosso che esce dal mare o si tuffa nel mare. Quella pallina rossa laggiù in fondo posso prenderla sul palmo della mano e farla diventare il prossimo giorno, la prossima poesia, la prossima musica, la prossima tranche del viaggio. Il rosso è il colore del sangue, la parte più intima di noi, che scorre sempre e dà ritmo alla vita; il sangue nelle vene non può fermarsi è impegnato in un perpetuo vorticoso e capillare viaggio lungo quanto la vita di ognuno. Il sangue rosso è la vita stessa, sa tutto di noi, conosce e riempie ogni anfratto del corpo, ogni goccia è noi stessi.

Ogni poesia è scritta con le gocce del proprio sangue, come ha “insegnato” a tutti noi la poesia di Walt Whitman che propongo nella mia traduzione

SPILLATE GOCCE

Spillate, gocce, e lasciate le mie vene azzurre !

gocce di me spillate, lente gocce,

uscite sincere da me, spillate, gocce di sangue,

attraverso le ferite inferte per liberarvi dalla vostra prigione,

dalla mia faccia, dalla fronte e dalle labbra,

dal mio petto, dall’intimo profondo dove rimanevo nascosto,

uscite gocce rosse, gocce di confessione,

macchiate ogni pagina, macchiate ogni mio canto,

ogni parola che dico, gocce di sangue,

ché conoscano il vostro colore rosso e ne luccichino,

riempitele di voi, che ne restino zuppe e unte,

bruciate su tutto quello che ho scritto e scriverò, gocce di sangue,

che tutto si riveli nella vostra luce, rossissime gocce.

L’espressione è fatica, è difficile, quanto più è personale e intima più è faticosa, l’arte è faticosa la poesia è faticosa, tanto, perché sono espressione personale e intima… e se non lo sono… non sono arte, sono pensierini, croste, strimpellate, cantilene…

ah dimenticavo, sarà anche fatica e gocce di sangue, ma è la sensazione più bella appagante estasiante irrinunciabile che esista… (provate a immagire il sesso alla centesima potenza)… è quello che sente scorrere nelle proprie vene un artista quando avverte di aver terminato un’opera

Renato Barletti  ©2016

Potete seguire Renato ogni domenica in “Suggestioni e percorsi poetici”