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(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000 come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)

(la rubrica ” I libri! di Massimo ” è la N.3 su 1.910 siti come vedete qui al 2/7/16 alle 9.00)

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Solo di recente mi sono deciso ad affrontare il Codex Seraphinianus. Non so perché. Ne conoscevo l’esistenza già da molto tempo, precisamente da quando – una quindicina di anni fa – ho letto la recensione di Italo Calvino inclusa in “Collezione di sabbia” (1984). Ho poi sentito parlare di questo straordinario libro, anzi “librone” (la costola misura 35 centimetri, costa 100 euro), a più riprese negli anni successivi. Finalmente sono andato a prenderlo in biblioteca e in un paio di giorni ho scorso tutte le 360 pagine che compongono l’edizione aggiornata del 2013. Rimpiango di non averlo fatto prima: avrei sicuramente incluso un capitolo dedicato al Codex nel libro sulle lingue inventate da me curato insieme a Francesco Felici: “Ghimile ghimilama” era infatti partito da un’osservazione sul “paradosso comunicativo” rappresentato dalle lingue artificiali intese come “codici segreti” che verrebbero meno quindi allo scopo comunicativo di una lingua. Le mie conclusioni restano valide anche per la strana lingua, scritta in un altrettanto strano alfabeto, che accompagna le numerose illustrazioni del Codex, definito giustamente una “fantaenciclopedia”. Come molti sapranno, si tratta in effetti di una vera e propria enciclopedia, suddivisa in sezioni, che spazia tra gli argomenti più disparati: botanica, anatomia, architettura, gastronomia, abbigliamento, eccetera (stranamente manca la letteratura), tutti in chiave fantastica e assurda (alcune illustrazioni fanno venire in mente i maestri surrealisti, in primis il grande Dalì). Immagini e scrittura formano un tutt’uno inscindibile: pur risultando indecifrabile, il testo spiega l’immagine e viceversa.
Partendo da un’osservazione di Calvino riguardo a questa scrittura misteriosa, “questa grafia corsiva minuziosa e agile e (dobbiamo ammetterlo) chiarissima, che sempre ci sentiamo a un pelo dal poter leggere e che pure ci sfugge in ogni sua parola e ogni sua lettera”1 è facile comprendere come molti si siano cimentati in tentativi di traduzione, come già il più antico e ancora indecifrato Manoscritto Voynich (definito “il libro più misterioso nel mondo”: come non immaginare che Luigi Serafini, autore del Codex, non abbia tratto ispirazione da quest’opera medievale?). Molti i tentativi di decodifica, dicevamo, ma nessuno “approvato” da Serafini, il quale si è sempre disinteressato alla questione, dichiarando che “questo tipo d’ossessione sia basata sul fascino dell’enigma, non ho mai nascosto che quella scrittura incomprensibile per me è solo un gioco.”2
Pur non arrivando all’ “ossessione” confesso che mi sono lasciato anch’io affascinare dal Codex al punto di spendere un pomeriggio cercando di “tradurre” una pagina, precisamente le quattro pagine dedicate alle misteriose carte da gioco (impossibile indicare il numero delle pagine visto che la stessa numerazione è espressa nella lingua inventata). Ho scelto proprio quelle pagine perché sono – lo confesso – un appassionato giocatore di carte (principalmente gioco a Machiavelli, Scopa e Briscola): ho osservato bene le strane figure dei vari semi, cercando un senso, uno schema logico. È chiaro che non si tratta del semplice sistema delle carte francesi (cuori, quadri, fiori, picche), né di quelle del nord Italia (spade, coppe, denari, bastoni), né di quelle tedesche (ghiande, foglie, fiori, campanelli) o svizzere (ghiande, campanelli, scudi, rose) o giapponesi (spade, coppe, denari, bastoni, giri o circoli) o gobulatiche (surypanti, gnomi, donnette e cicisbei). Le carte serafiniane rappresentano nelle figure strani mostri mitologici (un centauro, un uomo con una gamba sola e privo di braccia, un incrocio tra un uomo e una testa gigante di topo) ed una torre di pietra che potrebbe richiamare la torre di Babele se non fosse per tre teste calve che spuntano dalla sommità. Come nelle carte normali, le quattro figure si ripetono nei quattro semi, ma se andiamo a vedere le altre carte le cose si fanno più complesse: quello che potrebbe essere l’asso, uguale per tutti e quattro i semi, ricorda un mirino. Il “due” e il “tre” sono facilmente riconoscibili (in un seme sono delle chiocciole, in un altro delle lance o bastoni legate insieme, in un terzo delle strane figure geometriche e in un quarto delle cose verdognole bitorzolute che sembrano pere). I problemi cominciano con le carte successive le quali, attraverso un complesso sistema di segni che le legano ed forniscono indicazioni sul valore da attribuire alle carte in questione, non seguono di certo la progressione aritmetica dei numeri interi (quattro, cinque, sei, ecc…) ma qualche progressione misteriosa che non è dato conoscere, almeno ad un profano delle scienze matematiche quale io sono. Qui mi sono dovuto fermare – ossia praticamente all’inizio del lavoro di decodifica – gettando la spugna.
Mi sono arreso troppo presto? Immagino il buon Serafini che mi consola dicendo che in fondo neppure lui sa cosa diavolo rappresentino quegli strani simboli, che se c’è una regola certo lui non l’ha inventata e che è troppo divertente far ingrullire (come diciano noi fiorentini) i cervelloni che cercano di trovare un senso là dove non c’è. Immagino che ci ridiamo sopra insieme bevendoci un caffè al bar.
Note

1 Cfr. Calvino I., Collezione di sabbia, Milano, Mondadori, 1999, p. 157.
2 Cfr. http://daily.wired.it/news/cultura/2013/10/21/codex-seraphinianus-tutti-i-segreti-del-libro-piu-strano-del-mondo.html (consultato il 18 giugno 2016). Per quanto riguarda i tentativi di decodifica cfr. anche, tra gli altri, http://www.cosenascoste.com/codex-seraphinianus-una-nuova-traduzione-introduzione-parte-1/ (consultato il 18 giugno 2016) e http://www.paleoaliens.com/event/seraphinianus/codex/ (consultato il 18 giugno 2016)

Bibliografia

1. Acciai M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama, Venafro, Eva, 2016.
2. Calvino I., Collezione di sabbia, Milano, Mondadori, 1999.
3. Foti C., Il codice Voynich: Il manoscritto che da secoli sfida l’umanità, Aprilia, Eremon, 2010.
4. Serafini L., Codex Seraphinianus, Milano, Rizzoli, 2013.

 

Massimo Acciai Baggiani ©2016

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