(N.1 al mondo su 313.000 entries con la rubrIca “Suggestioni e percorsi poetici” come potete verificare qui – 20/6/16 – 12.13 cet) (pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000 come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)

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     Spesso mi sono sentito domandare: “perché non scrivi un Romanzo?” Bella domanda e bella anche la risposta che ho sempre evitato di dare. Intanto non è detto che non abbia scritto romanzi o che non ne stia scrivendo, invece è certo che non ho mai pubblicati. C’è una sostanziale differenza, vero? o forse no. Nel senso che un’opera vive nel rapporto con un proprio uditorio. Forse la differenza è fra “vivere” ed “esistere”…

Non credo che la lettura debba essere una pratica rilassante, per conciliare il sonno o cose simili, al contrario la intendo come un’attività impegnativa, di concentrazione, riflessione e divagazione. Purtroppo ho un’impostazione vecchio stile: mi sono formato studiando(ed apprezzando) “Teoria del Romanzo” di GyorgyLuckacsche reputo sia ancora il fondamento per intendere questo genere letterario per certi aspetti

divenutol’unico possibile, perlomeno l’unico accessibile in larga scala, quasi il solo pubblicabile. Non apro un discorso sul testo di Luckacs, ma ne cito soltanto una piccolissima porzione:

“…il romanzo è la forma dell’avventura, del valore proprio dell’interiorità; il suo contenuto è la storia dell’anima che qui ambisce ad autoconoscersi, che va in cerca di avventure per trovare, vivendole, la propria interiorità…”

Se ci sono stati due romanzi che hanno rivoluzionato il genere e determinato il senso del romanzo moderno, essi sono: “Il Processo” di Franz Kafka e “Ulysses” di James Joyce. Due opere dalle singolari vicende editoriali.

Il Processo venne pubblicato incompiuto qualche mese dopo la morte di Kafka tradendo le volontà dell’autore che indicò invece il fuoco di una stufa a legna come giusta destinazione del suo scritto. “Come un cane!” sono le ultime parole pronunciate dal protagonista (l’eroe), trattato e ucciso come un cane. Se MaxBrod, che da anni aveva per le mani quel manoscritto incompiuto, non avesse disatteso le indicazioni dell’amico Frank nessun altro avrebbe letto Il Processo e questo avrebbe desiderato il suo autore. Personalmente reputo che sarebbe stata una gravissima perdita per la letteratura e non solo, perché Il Processo è una delle tre o quattro opere più significative del Novecento, però il suo autore non aveva alcuna intenzione di pubblicarlo. Poi forse non è nemmeno vero che sia incompiuto, cioè lo è di fatto, ma è quell’incompiuto voluto, perché non ci sarebbe null’altro da aggiungere, null’altro di significativo, come un “non finito” nelle arti figurative: una mancanza che parla molto più di qualsiasi presenza. Ma Il Processo non era stato scritto perché fosse letto da qualcuno

Il calvario editoriale di Ulisse inizia quando nel luglio del 1920 alla rivista newyorkese Little Review viene notificata una querela per le oscenità riscontrate nel tredicesimo capitolo (Nausicaa). Joyce lo stava pubblicando in appendice sulla rivista, capitolo dopo capitolo, ma quel giorno su di lui e la sua opera si abbatté la scure della più bieca forma di abuso di potere: la censura. In sintesi: Ulisse viene pubblicato a Parigi nel 1922 (anche se pare che la maggior parte delle copie siano state acquistate per inscenare un pubblico rogo), nel 1936 a Londra e New York e soltanto nel 1966 a Dublino, già Joyce era irlandese. Reputo Ulisse in quel ristrettissimo novero di opere di cui dicevo precedentemente, ma “qualcuno” aveva stabilito che non avrebbe più dovuto essere letto da nessuno

“…la chiave sforza non riesco ad aprire, aspetta una attimo.”

“Sì, certo.”

“Rieccomi, sono entrata, sarà perché non viene usata da parecchio, ma la serratura è proprio dura. Sono emozionata, finalmente ci entro, c’è quell’odore di chiuso e poi le persiane, ora apro tutto.”

“Ma Daniela sei sola, non è venuto Marco con te?”

“No, aveva un impegno, lavoro almeno così ha detto, sono sola.”

“Ah, ma c’è qualcosa che non va tra di voi?”

“Mah, guarda non lo so, è un periodo che ci si vede meno, lasciamo perdere mi voglio godere questo momento.”

“Certo gustatelo tutto, io ti saluto devo andare, poi ci si sente e mi racconti, ciao.”

“Ciao Teresa, a più tardi.”

Con tutte le finestre aperte la luce del mattino si infilanella casa e la illumina, me la guardo tutta, ogni parete ogni metro di pavimento ogni angolo ogni mobile impolverato. Me la guardo tutta, prima di sotto e poi di sopra fino alla terrazza sul tetto sopra altri tetti di tegole rosse della città vecchia. Appoggiata alla balaustra, il mare luccicante alla fine dei tetti rossi fra i campanili che svettano qua e là: quella vista che mi aveva stregato la prima volta che ero venuta con la ragazza dell’agenzia. Anche allora ero restata a guardare senza dire nulla, forse anche senza pensare nulla, guardare senza i rumori della città che da qui era impalpabile là sotto da qualche parte. Era inverno e c’era l’aria frizzante, oggi è l’inizio dell’estate e tante cose sono passate in questi mesi; il solstizio è principio e oggi per me sarà un principio, casa nuova vita nuova diceva sempre mio padre, beh vedremo. Ma in questa carrellata degli occhi mi sono lasciata per ultimo una delle due stanze di sopra, quella più grande anche se di strana geometria con un angolo a formare una specie di rombo come si vede anche dall’esterno, un rombo ma solo a quest’ultimo piano. Su tutta la parete d’angolo c’è un dipinto, non uno dei banalitrompe l’oeil tanto di moda, un vero e proprio dipinto, un affresco, forse proprio per lui mi ero innamorata di questa casa. Mi siedo sullo scalino del terrazzo in faccia alla parete…

Un’aurora con il predominio del celeste del mare e del cielo venato sulla destra da strisce bianche di nuvole basse sull’orizzonte; dall’altra parte un promontorio in controluce che entra dall’angolo creando una baia. La luce leggera ma decisa da dietro il promontorio con una grossa mano che si propende in avanti, una mano aperta con sopra il palmo una pallina rosso vermiglio, rigata lievemente da piccole strisce tanto da non sembrare il sole. Poi piccole figure, presenze discrete anche se appaiono come intrusi, fuori posto, ma per vedere bene di cosa si tratta bisogna avvinarsi e anche molto. Striscio in avanti con il sedere per terra come per entrare dentro il dipinto per scoprirne ogni segreto. Nel mezzo della baia un po’ verso destra due gruppetti di ragazzi intenti nel tiro alla fune, con cura infinitesimale dei dettagli, ognuno ha i piedi puntati sull’impercettibile increspatura del mare. Vengo più vicina ancora, a pochi centimetri noto la fune, di quelle di una volta un po’ sfilacciata dalla tensione, anche i ragazzi sembrano di un’epoca passata: pantaloni corti, un paio di loro con le bretelle. Non avevo visto queste figure le due volte che ero venuta precedentemente, mi aveva colpita il dipinto nel suo insieme, questa baia come tante qui fra la Riviera e la Costa Azzurra, ma che non riconoscevo tra quelle già viste e poi il sole che sorge sulla mano illuminando tutto. Ma ora che sono così vicina e in piena luce ne noto altre, piccole e sparse, presenze casuali o forse no. Sulla riva, su quella che pare una spiaggia coperta dalla pineta scoscesa c’è una donna con le spalle al mare che dipinge,la vedo solo guardando da vicino, grande circa un centimetro sulla parete di sei metri; ma cosa starà dipingendo? Forse quelle barche amarrate a metà della collina illuminata, sei gusci di noce da pescatore con i remi lunghi, lontane dal mare, chiaramente fuori posto su una delle tante fasce che rigano le colline. Forse una città che non si vede o delle case che non si vedono o delle persone che non si vedono. Salgo su una sedia per guardare “il sole” da vicinissimo, in effetti le righe sembrano delineare gli spicchi di un’arancia, però di un rosso ciliegia, un rosso che illumina tutta la scena. Sulla mano, maschile con le dita lunghe e carnose con le rughe e le vene in evidenza, l’arancia/sole/pallina, da lei partono piccolissimi raggi che da quel rosso schiariscono al bianco per poi svanire nel celeste;il tutto invisibile da lontano. E in mezzo agli alberi qualche nota musicale sparsa qua e là, una chiave di violino in una radura e sulla cima di un pino un Pierrot, un Pierrot diviso in due, con metà costume bianco con i grossi bottoni neri e l’altra metà al contrario, con il viso sorridente nella parte alla luce e triste in quella all’ombra: Pierrot e Pierrot Lunaire nella medesima figura. Dall’occhio destro, triste e in penombra, colano due grosse gocce di lacrima nere. Invece nell’angolo in alto, proprio su in cima al cielo celestealcune gocce rosse,come fosse lo sgocciolio di un minuscolo pennello, ma era impossibile che fosse un errore vista l’estrema cura e minuziosità del tutto. Forse gocce di sangue o forse lo strascico del crepuscolo della sera precedente o il presagio di quello che verrà. In basso in corsivo: “FaDu”…

Scrivere un romanzo e poi decidere di farlo leggere a qualcuno, a tutti, pubblicarlo. L’avventura dell’interiorità, la ricerca di se stessi: mi sembrano cose serie, molto serie e, forse… Ci sono alcuni “narratori puri” che possono scrivere migliaia di pagine raccontando sempre avventure di interiorità, mi vengono in mente Conrad, Hemingway o Balzac e ci sono scrittori che “possono” scrivere un romanzo, un paio, al massimo tre, scrivere e pubblicare intendo. Io faccio parte di questo secondo gruppo, come molti d’altronde, come la maggior parte, anche se molti di questi ne hanno pubblicato decine e decine (mercato chiama). Non vi è mai capitato di pensare:”ma questo scrive sempre lo stesso romanzo!” Ecco io ho sempre avuto il terrore, forse l’incubo di scrivere due volte la stessa cosa e sono guidato dall’imperat di non farlo mai. Ma un giorno, prima o poi, pubblicherò un romanzo: un’avventura dell’interiorità, un viaggio alla ricerca di me stesso, l’unico tipo di romanzo che mi possa interessare.

Renato Barletti ©2016

Potete seguire Renato ogni sabato in “Suggestioni e percorsi poetici”