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(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000

come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00

ed in “Anime di Carta”  N.1 su 1.220 siti come  potete verificare qui )

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…clickando qui trovate l’ episodio 17 …

… Bentornati al nostro appuntamento settimanale con le anime di carta.
Viola ha monopolizzato l’attenzione sempre su di sé, vi ha ammaliato con le sfumature interessanti di entusiasmi ed insicurezze, vi ha trascinato sulle onde del suo cuore sempre in balia del vento.
Ora è il turno di un nuovo personaggio, che sembrerà estraneo sulle prime, ma in realtà scoprirete alla fine non esserlo. Non vi svelo altro. Buona lettura….

Giulia sfrecciava con la macchina sull’autostrada con il cuore ancora più veloce della sua andatura. Si vedeva già a destinazione. Portovenere. Posto da cartolina. Finalmente avrebbe potuto provare sulla pelle cosa voleva dire vivere un sogno.
Trent’anni da poco compiuti. Libertà appena riconquistata. Separata da quasi quattro mesi, le pareva di tenere in mano le redini della sua vita. Finalmente.
Si era sposata giovanissima. Vent’anni. Credeva nel bruciare le tappe. Stava negli schemi, ma voleva emergere in qualche cosa. Le sue amiche delle superiori partivano tutte per l’università, mentre lei era in negozio a scegliere l’abito bianco. Si pavoneggiava di essere più adulta, di aver già fatto le scelte importanti. Quanto si sbagliava ed ora si mangiava le mani. Da dieci anni faceva ancora lo stesso lavoro. Sempre seduta alla scrivania nello studio riunito degli avvocati. Rispondeva al telefono, faceva le fotocopie, protocollava la posta, era gentile con la clientela. Noioso a tratti, ma sicuro. Un stipendio di tutto rispetto che le permetteva di levarsi ogni sciocco vezzo. Borsetta pendant con la giacca, scarpa adeguata al foulard. Un capo o due nuovi al mese per non essere mai vestita uguale. Appuntamento fissato ogni quindici giorni dal parrucchiere per ripristinare taglio e colore. Impeccabile. Bella, curata, ammirata.
Rispecchiava il quadro della ragazza completa. Sposata, con un bel lavoro. Però tutto qui. La sua vita era piatta, a parte le rimpatriate tra amiche. A parte qualche uscita nel fine settimana con altre coppie. La quotidianità era monotona. Suo marito era un infaticabile sportivo, tornei di calcetto tre volte a settimana. Cena frugale e poi via agli allenamenti. Quando era a casa si divertiva a giocare alla play-station con gli amici. Un’intera stanza attrezzata. Volante, accessori vari, giochi ultima frontiera, spendeva moltissimo per essere aggiornato. Lei spignattava. Una torta dolce ogni tanto da offrire agli uomini- bambini rintanati nella stanza dei giochi. Se no impastava. Non capiva perché le piacesse così tanto. Impastare a mano le dava una gioia immensa. Ammirava il risultato lievitare e trasformarsi in profumato pane. Filoni, panini, trecce. Si divertiva a creare anche forme nuove, dipendeva se usava la farina di grano duro per fare il pane con le punte o quella di segale mischiando semini di ogni tipo per renderlo il più gustoso possibile. Adorava il sesamo. Dentro, sopra, intorno. Ed il pane la rendeva felice. Riempiva la casa di buon profumo. Mentre Carlo quando tornava a casa diceva che gli pareva di abitare in un forno e storceva il naso. Forse a ripensarci bene, le piaceva tanto perché lui lo detestava, per le sue manie di tenere il peso sotto controllo. In più le scaricava la tensione nervosa. Quel muovere le mani e usare la forza era un esercizio in cui concentrava le frustrazioni della giornata.
Ora ricordandolo il profumo del pane le faceva girare la testa, ed era meglio che rallentasse con la macchina. Non poteva crederci avrebbe incontrato Alessandro. Finalmente! Tre mesi che ci parlava solo via chat alla sera e adesso il salto di qualità. Non era da lei farsi prendere da queste cose, ma mai dire mai.
Il suo matrimonio era finito al ritorno dal viaggio di nozze, o forse due mesi dopo.
Carlo aveva dimostrato in pieno il suo carattere egoista e menefreghista. Si usciva se faceva piacere a lui, si sceglieva quel ristorante se cucinava dietetico, quel film se c’era quell’attore. Ormai svanita la novità era un cliché noioso. Quasi come andare in ufficio tutti i giorni. Dieci anni di entrambi avrebbero messo a dura prova chiunque. Non si sentiva in colpa infatti per aver interrotto. Fosse stato per Carlo sarebbero diventati vecchi a suon di aggiornamenti, avrebbero avuto il migliore sistema d’allarme perché lo consigliava la tendenza del momento. Per la macchina era solo questione del giornale di turno se suggeriva l’ibrido o meno. Tutto era un correre per stare in pari con l’evoluzione del mercato. Se era cool ci si adeguava. Vestiti, vacanze, amici. Non noioso, alienante! Giulia era sopraffatta da quella vita finta e patinata che non le trasmetteva nulla. Concludeva le giornate trascinandosele addosso. Come una pelliccia in piena estate. In molte l’avrebbero invidiata. Suo marito era un bell’uomo, la lasciava in pace la sera a guardare cosa voleva alla tv. Si sapeva ritagliare i suoi spazi. Le faceva i regali nelle occasioni giuste. Non dimenticava mai anniversari e feste. Poteva mostrare gioielli e capricci in maniera vergognosa. Però . . .
Però era pericolosamente infelice.
La notte non dormiva. Andava stanca a letto, posava la testa sul cuscino e piombava in un sonno agitato per poi alle tre di notte spalancare gli occhi e diventare preda dell’insonnia. Provava di tutto. Tisana, camminata in giro per la casa, lettura di libri. Nulla. Ogni notte. Non voleva scendere a compromessi con pillole. Riusciva a riprendersi una notte ogni quattro o cinque. La peggiore era quella del week end. Si alzava con un mal di testa che pareva avessero bombardato. Il dottore non sapeva cosa consigliarle a parte le classiche analisi di prassi, pastiglie varie anche a base di erbe. Poi un giorno passando davanti ad un’erboristeria lesse che per combattere l’insonnia notturna consigliavano i fiori di Bach.
Lì aveva aperto il vaso di pandora. Ovviamente non si era più richiuso. Quello che lei credeva il segnale ultimo di un processo di stress causato da lavoro, vita e famiglia, era invece il sintomo iniziale del suo risveglio. Si riempì di goccine dai nomi difficili. Rescue Remedy era l’unico che ricordasse. Comunque la notte continuava a non dormire. Si svegliava magari alle quattro, ma una notte intera non le riusciva. Dopo mesi di questa situazione il suo corpo cominciava a reagire male. Il carattere docile aveva lasciato spazio ad uno più agguerrito e stizzoso. Sia al lavoro che a casa non perdonava nulla. Permalosa e impertinente metteva tutti al loro posto convinta di aver assoluta ragione. A pensarci ora. Che assurdità credere di avere la verità in tasca. Eppure. Non parlava d’altro che di se stessa, dei suoi malesseri con tutti. La naturalista le aveva consigliato di sfogarsi, di non tenere tutto dentro. Lei quindi parlava con tutti, amici e non di come si sentiva. Piano piano intorno si era creato il vuoto perché sembrava un po’ folle, mentre si convinceva di essere anzi molto interessante.
Se Alessandro l’avesse conosciuta così … menomale che quel periodo era scomparso del tutto.
Non ricordava quando, ma a un certo punto un giorno non era riuscita a scendere dal letto. Bloccata, dura, rigida. Per un intero giorno era rimasta a letto speranzosa almeno di recuperare il sonno perso della notte, anche se voleva dire riperderlo in quella dopo. Obbligata dal marito andò in uno studio dove le praticarono un massaggio particolare con applicazioni di unguenti puzzolenti e stracci caldi che la rimisero in sesto. Il ragazzo orientale nel suo idioma stentato la salutò dicendole che il suo problema era di yin e yang. Vattelappesca cosa voleva dire. Carlo in tutto questo era felice, perché poteva raccontare di aver usufruito di terapie nuove in voga nei discorsi in ufficio. Le chiedeva ogni singolo particolare, di certo l’indomani sarebbe stato l’uomo di punta. Stranamente quella notte dormì. La mattina sembrava un’altra. Riposata, riequilibrata.

Nadia Banaudi ©2016