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Allen Ginsberg lesse pubblicamente per la prima volta Howl (Urlo) il 15 ottobre del 1955 alla Six Gallery di San Fransisco, ma fu l’anno dopo che scoppiò lo scandalo. Quando Lawrence Ferlinghetti pubblica per la propria casa editrice (City Light Bookstore) la poesia, accade però qualcosa di “straordinario”, qualcosa che pochissime volte era accaduto precedentemente: la scure del potere non si limita a censurare il libro ed a vietarne la vendita, ma arresta l’editore e istruisce un processo all’opera. Un secolo dopo il processo a Les Fleurs du Mal di Charles Baudelaire, un’altra opera di Poesia è messa al banco come imputata. Normalmente si processano gli uomini non i libri, anche la Santa Inquisizione ha processato (e condannato!) per secoli gli uomini (Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Galileo Galilei e molti altri). Ma questi due libri sono diventati imputati in prima “persona” per un reato commesso, quale? Beh i reati quando si “devono” trovare finiscono sempre per essere gli stessi, gli stessi della Santa Inquisizione, tanto per le monarchie ancien regime che per le democrazie macchartiste: oscenità e blasfemia. Anche questi sono nodi lungo il filo rosso che si srotola da Omero a oggi, nodi che diventano “luoghi” anch’essi, inciampi, bastoni fra le ruote che se, forse, alcune volte hanno contribuito a mantenere nell’anonimato opere e autori che non abbiamo potuto conoscere, in molti casi hanno fatto da cassa di risonanza. Certamente per queste due opere è stato così e sono diventate il simbolo di cambiamenti epocali. Pensiamo a dove e quando sono avvenuti i fatti: a metà del secolo della modernità e del progresso in quella Parigi “illuminata” dalla ragione e in quella democrazia che si poneva come “guida” del mondo libero all’indomani del grande conflitto mondiale, eppure… è ovvio che i veri motivi siano molto meno superficiali dell’oscenità e la blasfemia e sicuramente queste due opere hanno scosso nel profondo quelle società.

L’arte non impone nulla, semmai evidenzia, indica, propone; ma cosa ha indicato di così sconvolgente Baudeleire? Forse… che si poteva trovare “bellezza” anche in luoghi nei quali sino ad allora la Poesia non era mai andata a cercarla, ampliandone gli spazi possibili a dismisura. Questa è semplicemente la via che la modernità ha imboccato e si può dire che da allora siamo tutti figli di Baudeleire. Appare banale dirlo oggi, almeno mi auguro che sembri banale ai più, ma questa è stata la “rivoluzione” più profonda di tutta la letteratura: la Poesia può essere, nascosta o meno, dentro ogni cosa, in ogni volto, in ogni situazione, in ogni spaccato seppur malfamato di Parigi e non soltanto dentro se stessi, in volti e situazioni canonici e canonicizzati o nei giardini e nei parchi parigini. Da quel momento in poi la letteratura troverà dimora in “luoghi” impensabili: ecco come Les Fleuers du Mal hanno cambiato il mondo; come Socrate, prima c’erano i Presocratici e poi la Filosofia, dopo Baudeleire c’è la letteratura moderna. La rivoluzione di Baudeleire riguarda i possibili contenuti, negli stessi anni Walt Whitman compie una cosa analoga riguardo alla forma, allungando il verso e proiettando la Poesia verso infinite possibilità espressive. Infinite possibilità su come fare Poesia e su cosa farla.

…un secolo dopo un altro libro di Poesia “minaccia” il potere costituito. Certo sembra un parossismo dire che la Nazione che aveva appena sconfitto il nazismo e l’impero del sol levante possa avere una paura profonda di qualche parola, ma la “Poesia può”, come articolato nella prima parte in riferimento a Ezra Pound. Ginsberg urla in faccia a Moloch (un hotel newyorkese che come in una visione prende forma di mostro) il disprezzo e alla propria generazione la speranza. Moloch è il mostro al servizio di quel processo di alienazione/disumanizzazione attuato dalla società consumistica, che attraverso la spersonalizzazione degli individui mira ad una “normalità” comune, condivisa e condivisibile… indiscussa più che altro. Molti individui della sua generazione rifiutavano l’appiattimento generalizzato, ma spesso attraverso alcol, droghe e sostanze varie, Urlo vuole dire che è possibile, anzi si deve, prendere coscienza del lavaggio collettivo del cervello senza ricorrere ad un altro tipo di lavaggio del cervello. E lo dice senza moralismi, perché Ginsberg ha fatto a lungo abuso di alcol, droghe e sostanza varie, lo fa offrendo una speranza. La speranza di affermare se stessi e portando esempi di amore solidale, quello che Moloch è chiamato ad osteggiare; Ginsberg va ancora oltre nell’ultima parte della poesia e propone nella dedica all’amico Carl Solomon, internato nel manicomio di Rockland, l’alienazione dall’alienazione, ovvero il superamento della schiavitù mentale, la libertà di essere e di esprimersi. Invito tutti a leggere o rileggere Urlo nell’ottica di trovarvici il disprezzo ma anche la proposta, la degenerazione ma anche l’amore, la delusione ma anche la speranza, la schiavitù ma anche la libertà, appunto. E gli ultimi versi di Urlo:

…sono con te a Rockland

nei miei sogni cammini gocciolando da un viaggio di mare sull’autostrada

attraverso l’America in lacrime verso la porta della mia villetta nella notte

dell’Occidente.

Senza inoltrarmi in analisi sul testo, mi pare chiaro perché questa poesia sia stata un pugno nello stomaco all’America, è anche ovvio che non lo sia stato soltanto all’America ma alla “società” in generale. Così come appare chiaro alla luce dei fatti che la sua generazione e almeno un paio di generazioni successive abbiano spesso combattuto Moloch attraverso l’uso di alcol, droghe e sostanze varie, non soltanto ma anche con esse. Da quella poesia, da quella generazione, direi da quella San Francisco, l’Urlo di Allen Ginsberg ha risuonato echeggiando in tutto il mondo e, io penso, risuona ancora. Non è che il mondo si sia indirizzato in maniera diversa, forse certi processi di spersonalizzazione, alienazione, omologazione (omogeneizzazione direbbe Zygmunt Bauman) sono diventati più efficienti e a maggior raggio. L’Urlo ha messo in discussione tutto questo e da allora tutto questo è stato ed è in discussione e soprattutto, dopo mille dinamiche, è chiara la coscienza che esiste anche essere contrari al processo e poterlo manifestare, con parole e azioni, poterlo fare tutti, anche “minoranze” che fino alla metà del secolo scorso non avevano nessuna voce per farlo, o non credevano di averla o di poterla mai avere: i giovani, le donne, i negri. E da San Francisco il messaggio si è sparso per il mondo, è diventato universale. Nessuno oggi pensa di poter cambiare il mondo attraverso l’uso di alcol, droghe o sostanze varie, ma chi lo vuole fare, o anche solo muovere delle critiche, sa che “deve” farlo attraverso un processo di autocoscienza personale e/o collettiva.

Ho parlato di due dei più grandi “rivoluzionari” della letteratura dentro il discorso del “filo rosso” che si srotola da Omero sino ai giorni nostri. Baudeleire e Ginsberg rivoluzionano per davvero la letteratura e, forse, il mondo, ma sono innanzitutto letterati, per essere innovatori bisogna farlo a partire dalla “frequentazione” del mondo che si vuole cambiare, anche se lo si vuole innovare o rinnegare. Allen Ginsberg e William Burroughs scrivono a quattro mani una poesia dedicata al loro (nostro) padre/maestro Walt Whithman rivolgendosi così a lui, nella mia traduzione:

Passeggeremo tutta la notte per strade solitarie?

Gli alberi sovrappongono ombra all’ombra

luci spente nelle case ci sentiremo soli.

Cammineremo sognando l’America dell’amore perduta sopra automobili azzurre

nei viali verso casa nel nostro silenzioso villino?

Ah, caro padre  con la barba grigia vecchio solitario maestro di coraggio

che America hai avuto quando Caronte ha finito di timonare il suo ferry

e tu sei sceso sulla riva fumosa a guardare la barca sparire sopra le nere acque del fiume Lete?

Walt Whitman un secolo prima aveva cantato le “potenzialità” dell’America nell’ottica della massima libertà possibile per tutti; Allen Ginsberg un secolo dopo urla il dolore per le speranze disattese di Whitman e rilancia la speranza per un’America (un mondo) dove ognuno possa avere la massima libertà possibile. E poi nella metafora torna, ovviamente, Dante e quel ferry boat che Whitman prendeva da Brooklin per Manhattan, per il mondo, per la modernità, per la libertà, diventa una tetra barca timonata dal Caronte (“Caron dimonio con occhi di bragia”). Ma Whitman è sceso, sarebbe sceso, a passeggiare sulla sponda dell’Est River e avrebbe al massimo guardato Caronte scomparire lungo il fiume infernale. La metafora è la regina delle figure retoriche e la Poesia ne è madre e di essa nutre/soffre una dipendenza assoluta. Attraverso la metafora parlano e si fanno parlare poeti distanti secoli fra loro, ma vicinissimi lungo il filo rosso. Siccome il filo rosso non si spezza mai, al masssimo si ingarbuglia, ecco la poesia che Allen Ginsberg dedica Bob Dylan nel 1973 (nella mia traduzione):

LEGGENDO GLI SCRITTI DI BOB DYLAN

Ora che sei polvere e cenere ora che sei pelle umana ecco Bob Dylan una poesia per gli allori che ti spettano (spetteranno)

si dice che l’”imitazione” è la forma più sincera di adulazione… io ho spezzato il mio verso lungo per scrivere una canzone alla tua maniera

quelle “catene d’immagini lampeggianti” che ti si presentarono la notte erano sogni a occhi aperti di un garzone erano uno spiraglio di luce degli Angeli

e seppure sono arrivate le tossine della saggezza   a lasciarti “solo” sulla terra ricordati quando gli Angeli chiameranno la tua anima ad una rinascita

non era la droga che ti donava la verità nemmeno il denaro che hai rubato fu Dio stesso che entrò brillando dentro la tua anima divina

Sembra una lettera amorevole di un padre al figlio, di un maestro all’erede, di un anziano poeta a un giovane poeta nella cui poetica trova profonda affinità. Per questo ho brindato con gioia all’assegnazione del Premio Nobel a Bob Dylan affermando: l’Urlo di Allen Ginsberg giunge finalmente nelle stanze della “letteratura ufficiale”.

Questi poeti lungo il filo rosso fermano il tempo, lo deformano, lo rimodellano, lo ridimensionano, lo conformano in altre maniere, proprio come quelli della generazione di Allen Ginsberg che nell’Urlo:

“…lanciavano gli orologi giù dal tetto per esprimere il proprio voto a favore di un’Eternità al di fuori del Tempo…”

…Tempo scritto come la maiuscola, come ha iniziato per primo a scrivere Walt Whitman, Tempo come assoluto che solo la poesia “può”…

 

invito tutti quanti a leggere o rileggere l’Urlo e aggiungo il link di una buona traduzione in italiano.

Renato Barletti ©2016

Potete seguire Renato ogni sabato in “Suggestioni e percorsi poetici