traduttore /translator friendly:please  click here to find and install

Pubblicata nel contesto di Suggestions for a wise international politicS che è N.1 al mondo su 5.890.000 entries come potete verificare clicando qui

——————

Tutti noi abbiamo sperimentato solo il capitalismo, in Occidente con il mercato, nei Paesi a regime di “Socialismo o Comunismo reale” – finchè sono esistiti – senza mercato (per questo, in un’altra occasione, sarà interessante approfondire il caso Cinese dopo le svolte degli anni ’90); ma l’impostazione era simile: una determinata quantità di moneta entrava in un circuito (impresa privata o pubblica, Stato, ecc.) e ne doveva uscire una quantità maggiore. Il rapporto tra le due si chiama saggio di profitto e, in un’economia abbastanza finanziarizzata, tale rapporto non può scendere al di sotto del rendimento delle obbligazioni o tasso di interesse: per questa ragione Keynes – non da solo – riteneva che il capitalismo non può mai raggiungere la piena occupazione; i marxiani gli facevano eco, ricordando che – per mantenere profitti soddisfacenti, ovvero salari il più possibile contenuti – doveva esistere un esercito di riserva di disoccupati pronti a lavorare in qualsiasi condizione.

Se il saggio di profitto è negativo (il costo supera il fatturato) si parla di perdite ovvero di situazioni non-capitalistiche nel senso di incapaci di realizzare “il fondamentale”, la valorizzazione del capitale stesso.

Il cuore del problema è se lo Stato quando spende più di quello che incassa stia investendo sul futuro (per poi recuperare attraverso il maggior gettito successivo); oppure se possa emettere una moneta non a debito (dopo il 1971 la moneta stessa non è più legata all’oro) che consente – pur nei limiti delle capacità produttive reali – di spostare in avanti gli equilibri sociali.

Molti di noi hanno sperimentato – del capitalismo – la fase espansiva (soprattutto dopo gli accordi di Bretton Woods del 1944 e fino al G7 di Tokyo del 1979) o keynesiana o di capitalismo misto…a socialismo: ma si è accennato che il socialismo era solo un controbilanciamento del mercato, dei suoi effetti selettivi e squilibratori; non un modello alternativo al capitalismo. Al massimo si sarebbe trattato di mettere l’economia e la moneta al servizio dell’uomo e della società. Ma il meccanismo accumulativo era simile se non uguale: se in un sistema entrava più denaro di quello che usciva, tale sistema – a medio andare – si rivelava fallimentare.

Per tale ragione, anche i più illuminati – come, appunto, Keynes o J.K.Galbraith – si limitavano a dire, del capitalismo: sistema pessimo, anzi, immondo, mettere moneta e profitto invece degli esseri umani al centro del problema; ma abbiamo solo questo, non c’è alternativa, al massimo dobbiamo umanizzarlo.

Così quei 35 anni (44-79) sono stati eccezionali. Ma perché il modello espansivo, basato sulla massimizzazione delle vendite (quindi della produzione, dell’occupazione, degli investimenti alle condizioni del mercato) fu abbandonato?

Le ragioni sono molto facili da capire, oggi, un po’ meno ai tempi andati: quel modello, che redistribuiva i guadagni di produttività e, quindi i potenziali profitti tra lavoratori (che così non erano più “proletari”), Stato (che, così, favoriva la crescita della classe media, sollevandola dalle spese per il Welfare Universale) e proprietari (che recuperavano, a livello di ricchezza, grazie alla crescita di valore dei patrimoni che si calcola sui redditi futuri, appunto, determinati dalle prospettive di vendita), mostrava un grosso limite. A comandare non erano i proprietari o capitalisti o risparmiatori (i tassi di interesse erano bassissimi se non negativi in rapporto all’inflazione…anche questo favoriva gli investimenti reali), ma i manager; il tasso di profitto puntava a zero perché anche il tasso di interesse era zero o negativo in termini reali (era iniziata una forte inflazione non fisiologica allo sviluppo, ma dovuta alle politiche energetiche e militari americane sostenute dal dollaro a go go, dalle spese pazze e dalle importazioni nette ingiustificate).

Già alla fine degli anni ’60 aveva fatto scandalo un articolo di Galbraith che profetizzava la statalizzazione delle industrie e la capitalizzazione dell’agricoltura: nel primo caso perché l’introduzione delle tecnologie e la diminuzione del saggio di profitto avrebbe spiazzato i privati sempre meno motivati; nel secondo caso perché – memori dei fallimenti del socialismo reale – si sarebbero rivalorizzati i piccoli agricoltori privati.

Così iniziò la riscossa dei proprietari che ritornarono in auge, con tre azioni, durante gli anni ’70: 1) si mossero per prime le banche (inglesi) facendosi concorrenza tra loro per il controllo della liquidità, remunerando molto i depositi ed i conti correnti; 2) poi toccò agli Stati che vennero privati di sovranità monetaria per essere ricondotti alla condizione di qualunque disgraziato che deve chiedere soldi alle banche se la banca centrale non glieli fornisce (in Italia arrivò dopo, nel 1981 e si chiamò “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia); 3) infine, e siamo al 1979, il G7 di Tokyo sentenziò che ogni Paese doveva essere responsabile della propria bilancia dei pagamenti: quindi, una realtà debole  – chi importava troppo ed esportava troppo poco – si vedeva costretta ad attirare capitali dall’esterno aumentando i suoi tassi di interesse allo scopo di bilanciare il disavanzo commerciale.

Tutte e tre tali azioni fecero aumentare vertiginosamente il tasso di interesse sulle obbligazioni, restituendo centralità e potere al proprietario, nell’impresa e nella società: adesso, finalmente, il capitalista poteva dire al manager di fermarsi nelle assunzioni, negli investimenti produttivi e nell’espansione se – oltre un certo punto – l’investimento finanziario si rivelava parimenti profittevole.

Dopo il 1980, quindi, siamo entrati un secondo modello capitalistico (il primo e’ stato, come si e’ visto, quello espansivo): basato sugli alti tassi di interesse obbligazionari; il recupero dei proprietari; la minore occupazione; la regolazione non più sul mercato, ma del mercato sulla società con la devastante conseguenza di abbattere i principi della solidarietà che avevano attenuato, nel decennio precedente, gli orrori economici.

Questo secondo modello – basato sugli alti tassi di interesse e la negazione del principio di solidarietà – si squaglia ben presto e, nel settembre del 1992, con la inevitabile crisi del Sistema Monetario Europeo – ovvero insostenibilità della protezione del Paese forte a fronte del peggioramento delle condizioni di quello debole – già bello e sepolto.

Inizia un terzo modello capitalistico, con la fine del 1992, di tipo finanziario basato sulle borse: niente di nuovo sotto il sole…lo avevamo già visto prima della crisi del 1929. Qui l’obiettivo è la massimizzazione del valore dei titoli in borsa o, meglio, il raggiungimento di un saggio di profitto che non sia inferiore a quello che i nuovi capitalisti – i Fondi pensione e gli altri investitori istituzionali … (continua sabato prossimo)

Nino Galloni /  SINDACALmente ©2017