(qui trovate la  1. parte…)

– avevano promesso ai propri sottoscrittori durante il boom dei titoli obbligazionari, il decennio precedente. Piccolo problema: un rendimento del 7% nei comparti nuovi e innovativi si raggiunge e si mantiene facilmente, ma nei comparti maturi (che rappresentano il 70% del totale) è quasi impossibile senza tagliare le risorse impegnate di più della produzione.

Disoccupazione e bassi salari caratterizzano il campo, solo in parte bilanciati dall’importazione di prodotti a basso prezzo, ovviamente a basso costo: la globalizzazione premia il produttore peggiore, quello che paga di meno la manodopera, fa lavorare i bambini, non è sottoposto a regole ambientali e sanitarie.

Fino al boom azionario degli anni ’90, il profitto era il contraltare del rischio (c’era un’etica): adesso no, esso viene definito all’inizio del ciclo del prodotto non più alla fine!

Questo terzo modello dura ancora di meno: nel 2001 gli operatori si accorgono che i corsi azionari non sono più né costanti, né crescenti, ma decrescenti e comincia la speculazione al ribasso.

Intanto – durante gli anni ’90 – sono state ripristinate le banche universali (che non devono tener distinta la speculazione finanziaria dal credito), le quali hanno emesso titoli di se stesse promettendo rendimenti sotto il 7%, ma non molto sotto di esso: facile da mantenere finchè le borse vanno su; ma complicato dopo. E le banche universali – a differenza dei grandi speculatori di professione – non sanno guadagnare sulle perdite. Allora entrano in campo gli scienziati, i grandi economisti, i premi Nobel, i centri studi strategici e di ricerca: non vi preoccupate…il prossimo mese, trimestre, semestre, anno ci sarà la ripresa. E, allora, le banche giù coi derivati: si pagano gli interessi dei vecchi investitori e risparmiatori con i capitali sottoscritti dai nuovi. Facile, no? Tanto, ci sarà presto la ripresa e, infatti, di trimestre in trimestre di semestre in semestre, giù coi derivati: la BRI (Banca dei regolamenti Internazionali) ne stima – durante gli oltre 15 anni di non ripresa, soprattutto in Europa – 800.000 miliardi di dollari. E siccome non hanno futuro e devono essere trasformati in altri titoli tossici, il totale di questi ultimi raggiunge e supera i 3,2 milioni di miliardi di dollari. Totale 4 milioni di mld pari a 54 volte il pil mondiale (che è solo di 75.000mld di dollari).

L’obiettivo di questo quarto modello capitalistico – governato da algoritmi matematici e dove economia e mercati non contano più nulla – che potremmo chiamare “ultrafinanziario” è la massimizzazione non del valore dei titoli come nel capitalismo finanziario, ma nella quantità delle emissioni.

Dopo soli 7 anni di questa giostra, nel 2008, si scopre che non c’è più liquidità: nessuna banca presta più alla vicina, finisce il libor, iniziano i fallimenti.

Ma ecco entrare in gioco le banche centrali che autorizzano mezzi monetari illimitati per evitare i fallimenti senza chiedere alle banche universali di smetterla. Si entra così nel quinto e corrente modello: capitalismo finanziario collateralizzato, intendendo che le banche centrali assumono a garanzia dalle disastratissime banche “dealer” qualunque titolo tossico in cambio di moneta allo zero virgola. Le banche centrali non intervengono più come prestatrici di ultima istanza, ma ordinariamente.

Non c’è pericolo che tutto questo denaro arrivi all’economia reale: chi ha bisogno (piccole imprese, famiglie, artigiani), proprio perché versa nel bisogno avrà anche un cattivo rating e, quindi, niente prestiti; chi aveva un buon rating si guarda bene dal chiedere credito finchè non ci sono né ripresa, né buone prospettive di profitto.

Ma la barca della finanza va, proprio perché tutta la creazione di titoli tossici determina una creazione di moneta che non si scarica nell’economia reale; quest’ultima soffre una crisi di liquidità, ma si attrezza con “shadow banking”, meccanismi di compensazione, fai da te, monete locali e complementari.

In altri tempi, il sistema sarebbe saltato: questo non salta perché – a modo suo – la finanza svolge la sua funzione di anticipare il valore dei titoli in termini di moneta; e perché nell’economia reale non c’è scarsità di beni e servizi, ma semmai l’opposto. Produciamo e siamo in grado di produrre di più di quanto ci serve, ma strati crescenti della popolazione nei Paesi di antica industrializzazione vengono spinti nelle spire della povertà mentre avanzano – seppure faticosamente – i ceti medi dei Paesi emergenti.

La crisi sta nel fatto che mentre abbiamo raggiunto livelli straordinari per quanto riguarda efficienza tecnologica e produttiva, mancano completamente i beni più importanti in una società moderna: vale a dire i servizi di cura delle persone e dell’ambiente, di recupero e manutenzione dei beni pubblici.

E’ qui che il capitalismo non ci aiuta più perché il fatturato è minore del costo; nei comparti ad elevata redditività (es. manifattura) la domanda di risorse flette, con poche eccezioni e la situazione è destinata a “peggiorare” con la robotica prossima ventura; invece, in quelli di cura-manutenzione-creatività-arte, a parte le nicchie, non ci sono prospettive adeguate senza modificare il modello economico.

Ciò significa rivedere i compiti del credito bancario (che crea moneta e può effettuare prestiti a tassi negativi), dello Stato (che può emettere moneta sua a circolazione nazionale), dei privati che accettano la soluzione non conflittuale delle controversie attraverso meccanismi di compensazione tra debiti e crediti, destinati ad essere gestiti su piattaforme finanziarie alternative.

L’economia locale diverrebbe il punto di partenza dove avviene la massimizzazione della produzione (grazie ad una moneta pure locale che spiazza i beni della globalizzazione che, invece devono essere pagati in valuta pregiata); vengono esportate le eccedenze ad un prezzo internazionale competitivo e, così, si ottengono i mezzi per le importazioni necessarie (quello che non è logico produrre all’interno).

L’attuale modello è insostenibile perché impone una minimizzazione dei costi interni che penalizza il fattore produttivo e porta a trascurare i livelli minimi di civiltà.

Un nuovo modello economico è necessario per rispondere alle aumentate esigenze di beni immateriali della società e difendere le diversità e le tradizioni locali da un’aggressione distruttiva e omologante basata sulla artificiosa scarsità di uno strumento, la moneta, il cui costo di approntamento è zero.

E se il costo del capitale è zero, l’unico fattore produttivo è il lavoro in tutte le sue forme: creativo, direttivo, manageriale, fisico, intellettuale, artistico, di cura, imprenditivo.

E se il costo della moneta è zero di che capitalismo abbiamo bisogno?

L’ultimo baluardo di questo sistema si chiama titolarità alla emissione di mezzi monetari: a chi spetta? Come dev’essere regolata? Con quali accorgimenti e limitazioni?

Certo, i Paesi emergenti, che rappresentano oltre il 70% della popolazione mondiale, vorranno passare per la fase di capitalismo espansivo: anche perché dovranno ridurre il gap di beni materiali con quelli di più antica industrializzazione. Ma il risultato sarà lo stesso, perché il capitalismo espansivo porta alla riduzione dei rendimenti ed alla fuoriuscita dal capitalismo stesso.

I tempi dei cambiamenti, oggi, sono notoriamente più veloci rispetto al passato.

Non basterà aspettare, non sarà una passeggiata, ma il futuro è già cominciato.

 

Nino Galloni /  SINDACALmente ©2017