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(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000 come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)

(la rubrica ” I libri! di Massimo ” è la N.3 su 1.910 siti come vedete qui al 2/7/16 alle 9.00)

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 Fa piacere, ogni tanto, scoprire qualche valido autore di fantascienza italiana. È una cosa che fa bene al cuore. Qualche mese fa scoprivo i bizzarri e sarcastici romanzi di Virgilio Martini1 ed ora, per puro caso, mi capita tra le mani un libro di Marino Cassini, autore ligure nato nel 1931 ed ancora vivente. Il libro in questione, “Gli ultimi sopravvissuti”, rientra nei filoni del viaggio nel tempo e del post-apocalittico. Non è un tema nuovo, e a ben guardare non c’è molto di originale nell’opera: non ci sono le trovate grottesche e fantasiose di Martini né quelle altrettanto straordinarie di un Salgari o di un Prosperi, tuttavia la narrazione scorre fluida e non c’è un solo momento di noia. È insomma un romanzo ben costruito, con tutti gli ingredienti per attrarre un vorace lettore di SF come me: c’è l’esperimento scientifico misterioso e all’avanguardia, c’è l’imprevisto che catapulta i protagonisti in un futuro in cui l’umano progresso sembra perduto per sempre, ci sono scenari da armageddon e le varie ipotesi per svelare l’enigma e c’è anche il lieto fine (il che non guasta mai). Come al solito avverto i lettori, i quali già sanno che i miei articoli sono altamente spoilerosi, che anche questo non fa eccezione.

Il libro, pensato per i ragazzi e pubblicato non a caso in una collana di letture per la scuola, si apre con una breve definizione del genere fantascientifico a cura dello stesso Cassini; definizione che da una parte difende la fantascienza dalla consueta accusa di essere “letteratura d’evasione” (e che male ci sarebbe?) e dall’altra ribadisce il forte legame con la realtà e l’importanza della verosimiglianza scientifica (che non esclude però un grossolano errore nello stesso romanzo e alcune questioni non chiare2).

La storia inizia in due luoghi diversi, separati da migliaia di chilometri di distanza: a mille metri sul fondo dell’oceano e in un bunker nel deserto californiano. Siamo nel 1983 e due squadre di scienziati e tecnici, capitanati dal calvo professor Burnett, inventore di un avveneristico “telelaser” per le comunicazioni in condizioni estreme, sta testando la straordinaria invenzione per trasmettere suoni ed immagini attraverso la terra e l’oceano. L’esperimento riesce solo in parte: ad un certo punto si ode un forte sibilo accompagnato da una forte luce e tutti svengono per risvegliarsi ore dopo senza capacitarsi di quanto è successo.

Non tardano però a scoprire che il mondo come lo conoscevano non esiste più e che al suo posto c’è un pianeta devastato da qualche misterioso cataclisma. L’umanità sembra scomparsa e la vegetazione cresce rigogliosa tra le rovine di Los Angeles. La spiegazione, alquanto prevedibile, è che il telelaser ha fatto fare a tutti (sia la squadra del bunker, sia quella oceanica) un balzo in avanti di almeno un paio di secoli. Tra rovine post moderne e deserti il professor Burnett riabbraccia finalmente la figlia Laurie, della squadra oceanica, ed insieme scoprono che il mondo non è del tutto disabitato: sono sopravvissuti infatti gruppi umani regrediti all’età della pietra che hanno dimenticato quando accaduto almeno un secolo prima, nel 2147, quando il passaggio ravvicinato di una cometa aveva devastato la Terra. La storia viene ricostruita attraverso un diario di un astronomo, lo scopritore stesso della cometa Jenny, ritrovato nell’osservatorio di monte Wilson. Il diario racconta gli ultimi giorni prima del disastro, annunciato già una decina di mesi prima, e delle misure prese affinché la scienza e il progresso dell’umanità non vadano perse. Scopriamo così che esistono delle colonie umane su Marte e che il pianeta rosso è la risposta: portarvi quante più persone è possibile. Un gruppo scelto ovviamente: scienziati, artisti, agronomi, tecnici e insomma specialisti di ogni disciplina possibile e immaginabili. In totale circa 34.000 persone, tutti giovani e neolaureati.

Il 21 aprile 2147 il problema della sovrappopolazione terrestre viene di colpo risolto in maniera drastica. La cometa, di dimensioni eccezionali, sfiora la Terra e provoca tsunami e terremoti apocalittici, inoltre i gas tossici sprigionati dalla coda della cometa inquinano l’atmosfera. Le città vengono distrutte, i villaggi abbandonati, i pochi sopravvissuti tornano alla barbarie3. Qui entra in scena un’altra invenzione niente affatto originale: il teletrasporto o “Effetto B”, dove B sta per Burnett: si tratta infatti di un’applicazione del telelaser inventato dal professore, misteriosamente scomparso un paio di secoli prima. È grazie al telelaser che è stato possibile l’esodo verso Marte: i coloni marziani infatti non hanno astronavi e sono quindi impossibilitati a tornare sulla Terra finché non vengono ristabiliti i collegamenti del teletrasporto, cosa a cui provvedono Burnett e compagnia. Ristabiliti i contatti i marziani, il quali non vedevano l’ora di tornare sul nostro pianeta, daranno vita, insieme ai terrestri sopravvissuti, ad una nuova èra che si suppone tecnologica e pacifica perché, come profetizzava lo scopritore della cometa nel suo diario, “In fondo non credo che Dio voglia che l’umanità soccomba, altrimenti, perché avrebbe creato l’uomo?” 4. Con questo scivolone nel misticismo si chiude la storia.

Alcune considerazioni finali sui tanti argomenti toccati da Cassini nel suo romanzo. Il tema catastrofico globale ricorre in molta fantascienza, su di esso insiste molto anche Virgilio Martini nelle sue opere (ma la sua visione è molto più pessimista di quella di Cassini) e ci sarebbe molto da dire. Anche sulla minaccia della cometa esiste un vasto filone che parte dalle paure ancestrali dell’antichità – quando le comete erano messaggere di sventura – alla surreale “Conversazione di Eiros e Charmion” 5 di Edgar Allan Poe e al romanzo di H.G.Wells “Nei giorni della cometa” (1906) – dove l’evento tanto temuto della collisione si rivela paradossalmente benefico per l’umanità – ai moderni film catastrofici: la minaccia dal cielo pende sulle nostre teste come una spada di Damocle fin dai tempi più remoti.

In realtà gli ultimi sopravvissuti, o addirittura l’ultimo uomo sulla Terra, in realtà si scopre che non sono mai gli ultimi o l’ultimo. Gli autori di fantascienza pare che abbiano un timore superstizioso a descrivere l’estinzione dell’umanità, ma d’altra parte a chi farebbe piacere leggere una cosa del genere? L’umanità deve sopravvivere, sennò è troppo triste; altrimenti il lettore si deprime6.

L’aspetto della comunicazione presente nel romanzo ha stimolato il mio interesse – dopo tutto la comunicazione nella fantascienza è stato l’argomento della mia tesi di laurea7. Cassini immagina che in questo secolo cessino tutte le pubblicazioni cartacee e che l’intero scibile umano sia disponibile su dispositivi elettronici che in qualche modo prefigurano i moderni e-book reader, nonché Internet rappresentato qui da schermi interattivi appesi alle pareti degli appartamenti del futuro. L’unico che ancora affida la parola scritta alla carta è proprio l’astronomo della cometa nel suo diario, quale inizia così:

“Io non so se qualcuno leggerà queste mie note; ne dubito assai per due ragioni: la prima, la più semplice, è che nessuno al giorno d’oggi scrive più e quindi nessuno si darebbe la pena di leggere i miei ghirigori quando ci sono i bibliovisori assai più comodi e chiari… e quel che più conta parlanti. (…) Potrei anche usare il FOVIR, il fono-video-registratore (ve n’è uno in ogni stanza) e affidare tutto al centro elettronico, sarebbe certo più agevole e più pratico, ma penso che se qualcuno capiterà per caso a Monte Wilson non riuscirà a far funzionare le macchine perché saranno distrutte oppure perché mancherà l’energia per farla funzionare. Meglio quindi scrivere, sebbene il sistema sia antiquato perché dal 2055 l’umanità abbandonò la stampa, gli uomini rinunciarono alla scrittura per affidare i loro ricordi, le loro scoperte e le loro idee alle macchine. Mio padre alle macchine credeva poco e lo ringrazio per avermi costretto ad imparare a scrivere.” 8

Infatti i libri non si spengono, non hanno bisogno di energia elettrica: le tecnologie antiche, quelle più semplici, sono anche le più resistenti e quelle che hanno una probabilità maggiore di sopravvivere ad una catastrofe globale o semplicemente al Tempo. Ricordiamo che il libro è uscito nel 1984, ben prima della cosiddetta “èra digitale”. La scomparsa del libro non è neanch’esso un’idea nuova, ne aveva già parlato anche Isaac Asimov in un suo racconto degli anni ’509, ma qui viene confermato il triste destino del libro che secondo me non troverà riscontro nella realtà: il libro, con la sua fisicità, le pagine da sfogliare e – perché no – da annusare, non tramonterà mai. Ai posteri l’ardua sentenza.

Massimo Acciai Baggiani ©2017

Qui trovate i libri di Massimo

Note

  1. Acciai M., “Uno sguardo (personale e spoileroso) alla fantascienza di Virgilio Martini”, edito in due parti su Appeal Power, il 3 e il 10 luglio 2016: https://appealpower.com/2016/07/03/uno-sguardo-personale-e-spoileroso-alla-fantascienza-di-virgilio-martini-12-by-di-massimo-acciai-baggiani/ e https://appealpower.com/2016/07/10/uno-sguardo-personale-e-spoileroso-alla-fantascienza-di-virgilio-martini-22-by-massimo-acciai-baggiani/.
  2. Ad esempio a pag. 146 il pianeta Venere viene definito “troppo piovoso” per essere colonizzato. Se il romanzo fosse uscito una ventina d’anni prima sarebbe stato verosimile dal punto di vista scientifico, ma non lo è più dopo l’atterraggio della sonda sovietica Venera 7 nel 1970.
  3. Inoltre non si comprende come mai in oltre due secoli la lingua inglese sia rimasta identica nonostante l’imbarbarimento dei sopravvissuti.
  4. Pag. 156.
  5. Pubblicato ne “I racconti del grottesco e dell’arabesco” (1840).
  6. Solo in un caso, di cui sono a conoscenza, l’ultimo uomo è davvero l’ultimo: ciò avviene nel monumentale e sconcertante romanzo di Mary Shelley “L’utimo uomo” (1826). Ma forse è giusto così: che resta in fondo da dire all’ultimo uomo davanti alla cancellazione di tutta la storia dell’umanità? Niente. Il romanzo della Shelley lascia davvero l’amaro in bocca. Anche in “Io sono leggenda” (1954) di Richard Matheson c’è l’ultimo uomo che alla fine muore: ma l’umanità si è in realtà trasformata in una stirpe di vampiri e la storia umana comunque non è andata persa.
  7. Tesi risalente al 2001 e recentemente pubblicata con Ermes Edizioni Scientifiche, vedi Bibliografia.
  8. Pag. 135. Nel romanzo viene citato anche Ray Bradbury e gli “uomini-libro” di “Fahrenheit 451” (1951), a pag. 133.
  9. “Chissà come si divertivano” in Asimov I., Tutti i racconti, Milano, Mondadori, 1995.

Bibliografia

  • Acciai M., La comunicazione nella fantascienza, Ariccia, Ermes, 2016
  • Asimov I., Tutti i racconti, Milano, Mondadori, 1994
  • Cassini M., Gli ultimi sopravvissuti, Milano, Edizioni Le Stelle, 1984
  • Martini V., La Terra senza il Sole. Il mondo senza donne, Chieti, Marino Solfanelli Editore, 1988
  • Martini V., Il mondo senza donne, Lido di Jesolo, Edizioni Tritone, 1969
  • Martini V., L’allegra terza guerra mondiale, Firenze, Edizioni Equatore, 1977
  • Matheson R., Io sono leggenda, Milano, Mondadori, 1996
  • Poe E.A., I racconti del grottesco, Milano, Mondadori, 2013
  • Shelley M., L’ultimo uomo, Firenze, Giunti, 1997
  • Wells H.G., Nei giorni della cometa, Milano, Mursia, 1997