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Il mito narra che verso l’inizio del VII secolo a.c. al poeta, autore di liriche corali, Tespi di Icaria venne l’idea di staccare l’attore dal coro per dare azione al dramma. Quel giorno Tespi ideò un genere artistico unico ed inarrivabile: la Tragedia Greca. Ma soprattutto quel giorno inventò il Teatro e la figura dell’attore; prima esisteva un coro che cantava la poesia, da allora c’è stata, c’è e ci sarà una scena, una rappresentazione dinamica di quello che si dice: l’attore che parla, si muove, dialoga ed interagisce. Tespi aveva costruito un carro di legno con il quale si aggirava nelle città greche portando il suo spettacolo: si fermava nelle piazze, sistemava il carro in modo da creare una ribalta, le quinte, forse i camerini e iniziava la rappresentazione. In principio egli stesso era l’unico attore e due ragazzi formavano il coro, in seguito anche essi incominciarono a recitare parti staccate dal coro. Così ha preso forma il Teatro, nello scetticismo di alcuni e con il coinvolgimento e il trasporto di molti attratti dal movimento, dall’azione. Il carro poi si evolverà in costruzione, in tutte quelle strutture che possiamo ancora ammirare, ma l’idea di Teatro ha sempre mantenuto la propria essenza girovaga, come “presenza” nei vari luoghi della vita. Nelle città italiane fino a non molti decenni fa si trovavano ancora i carri dei guitti nelle piazze, cosa altro erano se non carri di Tespi? Chissà oggi Tespi dove proporrebbe i propri spettacoli, nei teatri dell’opera, negli scantinati, nelle piazze o nelle stazione della metro?

Non conoscevamo Tespi e la sua leggenda, nemmeno Euripide, Menandro o Corneille, forse qualcuno ma più che altro di nome, non conoscevamo mica le tappe della millenaria storia del Teatro quando, ragazzini, una “forza” ci spingeva a calcare la scena. Eppure su quella scena ci sembrava di starci come a casa, come se la calcassimo anche noi da parecchi secoli. Quella “forza” ci spingeva lì, a pensare costruire e rappresentare spettacoli; forse qualcuno avrà pensato “a fare gli scemi”, forse l’ho pensato io stesso. Certo un innato bisogno di esibizionismo era alla base (come se non fosse proprio quello che spinge primitivamente chiunque salga su un palco), ma mi piace pensare che la spinta, seppur inconscia ed inconsapevole, venisse da qualcosa di più profondo. Un qualcosa ad esempio che mi portò quindicenne, insieme a un altro paio di “animali da palcoscenico”, a pensare costruire e rappresentare Tiggittré, oh mamma mia, per davvero una vita fa! Ricordo l’entusiasmo a “scrivere” le parti e poi metterle insieme, a creare un mondo da presentare ad altri; ricordo anche che in nessuno c’era il minimo dubbio che stessimo facendo una cavolata, che potesse non piacere quella cosa che prendeva forma. Eravamo ragazzini, ma il Teatro è proprio questo: allestire uno spettacolo con struttura e coerenza e proporlo, creare un mondo e mostrarlo. Beh, quel mondo lì faceva ridere, anche parecchio a vedere le reazioni; facevamo ridere, davamo delle emozioni. E nell’infinito ventaglio delle emozioni che si possono suscitare e si suscitano consiste la “magia” del Teatro. Io che poi non è che sia un comico, di certo molto meno di loro che erano proprio bravi, lassù a “far ridere”! Ma soprattutto quella volta ho scoperto innata in me stesso la “funzione di regia”, ovvero la tendenza/capacità di vedere l’insieme, l’insieme composto dalle diverse parti, la “cosa” messa in scena prima ancora di provarla. Mi sono a volte immaginato, io adulto, a guardare quello spettacolo, a vederlo con gli occhi addestrati per capire quei ragazzi, la loro spontanea bravura e il loro genio. Successivamente hanno calcato tutti quanti per anni palcoscenici di molti tipi, ma nessuno di loro ha fatto quello come attività principale della vita e poi, si sa, le cose si lasciano perdere; ecco forse muoverei loro questa critica: ragazzi, rinunciare a un talento del genere! Però di spettacoli da allora ne ho immaginati tanti, alcuni li ho rappresentati e altri sono rimasti nel limbo delle idee… non soltanto cose mie che mi balzano in mente, me le “vedo” rappresentate, a volte le scrivo e le poi faccio, altre non scrivo, non propongo, ecc.. Ad esempio, per molto tempo ho ambito a mettere in scena La Notte di Josè Saramago e Musica di Marguerite Duras; non ci sono riuscito, forse non ci ho provato più di tanto, chissà prima o poi lo farò…

Qualche anno fa, mentre stavo preparando uno spettacolo con un gruppo di ragazzi, mi sono detto: “ma perché non hai mai scritto una poesia sul teatro?” Detto fatto, un paio di giorni dopo davanti a un foglio bianco ho cercato di scrivere cosa fosse per me il Teatro, nel senso sia di come lo intendessi sia di quali emozioni mi desse, e ho scritto:

TEATRO

Brucia

la ballerina simmetrica

coreografata nell’anfiteatro di un bosco

nel sole che s’intriga fra i rami

si spezza

allo scattare dell’ultimo minuto

nella spaccata assiale

divaricata col compasso di vetro

si piega

trafitta da un dardo di luce

scoccato dall’antitetica balestra

sorretta sulle travi portanti

dell’ultimo palco ingigantito

loggione rovesciato stropicciato

strapopolato dalle tribù degli elfi

ricarica

le molle energetiche innate

rifocillate dall’unico applauso

del nano guerriero sentimentale

e corre incontro alla prossima quinta

ricavata nel tronco di un albero

nascosto da un tendone di muschio

trasfigura

la ballerina stravagante

esplosa nell’eco degli spari

del caravanserraglio immanente

temporale scrosciante divertente

l’ammira

il misero nano patetico disorientato

l’ammira ma non riesce a afferrare

l’ineffabile bolla di sapone

che dilegua la sua evanescenza

nel concavo dell’arcobaleno venturo

…beh sì, posso comprendere se, carissimi lettori, non avete afferrato del tutto il filo del discorso. In effetti questa è una poesia particolare, singolare anche per i miei standard, molto simbolica. Non offro nessuna chiave interpretativa, altrimenti perché l’avrei scritta così? faccio solo notare che la metafora si rincorre in un’ambientazione fantasy (per davvero è l’unica volta che l’ho fatto), fantasy come fantasia, come altro mondo, come magia. Perché il mio approccio al Teatro è rimasto quello di quel quindicenne che viveva tutto il percorso sino alla prima come un preambolo ad un attimo di magia. E quella magia si è riproposta ogni volta che ho calcato un palcoscenico con i piedi o con una rappresentazione mia, una magia che ogni volta si cala il sipario si accendono le luci e si rinnova e sono certo che, anche se da molto non faccio niente, la prossima volta sarà uguale. Un brivido qualche secondo prima e poi sulla scena si dipana tutto quello che avevo immaginato fin dall’inizio: questa è la magia, almeno per me. La realizzazione di un’idea, di una serie di immagini, frame, discorsi. Come questa poesia, non mi sono mica messo con una pila di dizionari di sinonimi o cose simili a costruire una metafora; macché semplicemente mi è venuta così, di getto, come la stavo “vedendo”. Stephane Mallarmè motiva in questo modo il suo simbolismo poetico: “nominare un oggetto equivale a sopprimere i tre quarti del godimento della poesia: suggerirlo, ecco il sogno”. Quindi la ballerina, il nano, l’albero, le tribù degli elfi, il temporale suggeriscono “qualcosa”. Parole che ammiccano ad un significato, proprio come un attore lo fa al proprio pubblico.

Renato Barletti ©2017

Potete seguire Renato ogni sabato in “Suggestioni e percorsi poetici