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(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 66.200.000

come potete verificare clickando qui 

ed in “Esteticamente — Aesthetically”

che è N. 3 su 34.000 siti di settore come vedete qui )

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Antonio Pallotta porta avanti la poetica d’un piacevole interarting, Tradizionalmente, il designer ci tiene a rimarcare la propria indipendenza, rispetto alla semplice fruizione d’una decorazione. Un tavolino ad esempio non solo permetterebbe di consumare o di scrivere qualcosa, ma anche di percepire che si stia a consumare o scrivere qualcosa. Il designer porta l’artisticità ad avere una funzionalità. Ma bisognerà che, dentro la sua opera, ogni fruitore percepisca un “mondo” di mere decorazioni. Servirà un’interazione che letteralmente “esca dalla sensazione d’un piacere”. Il designer decora una stanza, perché quest’ultima “generi” addirittura un mondo. E’ l’universalizzazione dell’arte, ma tramite l’interazione dell’abitabilità. Il design si percepisce sempre nel “vissuto” del mero decorativismo. Pure un dipinto astratto può apparire universalizzante, contemplandone la scarna figurazione. Ma il designer è più radicale, invitando ad abitare in un “mondo” di percezioni. Tutta la “contorsione” della decorazione (tramite cui le linee, i colori e le “formine” s’avvilupperebbero sul nostro piacere di vederli) virtualmente uscirà da se stessa. La riproducibilità del designer vuole porsi in via generativa, di contro a quella d’un industriale… Potremmo spiegarci meglio, col titolo che Antonio Pallotta ha scelto: interarting. E’ l’estetica che reclama uno spazio per se stessa, e principalmente al fine d’abitarlo. La tipica universalizzazione dell’arte (che aiuta a contemplare) deve generare “un altro mondo”, come se gli avviluppamenti d’una decorazione rompessero i loro “ombelichi”. Il vero design non si limita mai a riprodurre in serie il mero piacere per una fruizione.

Antonio Pallotta ha progettato l’Emoticube. In quello si vedono disegnate le stilizzazioni di varie icone: le stesse che usiamo dallo smartphone. Quanto sarà immediata la nostra volontà di lanciare il cubo? Tutte le icone dello smartphone ci consentono di semplificare la comunicazione. E’ l’avvilupparsi delle parole, che così virtualmente potranno “generare” una loro emotività. Pare che le icone non tanto funzionino per comunicare, bensì funzionino per percepire di comunicare. Tramite quelle, quasi il messaggio passerebbe in secondo piano… Le icone sullo smartphone ci permettono di “generare” un interlocutore, che non sarebbe per nulla distanziato (nel tempo e nello spazio) da noi. E’ l’esempio del design che interagisca per la sua abitabilità. Sembra che Antonio Pallotta c’inviti a lanciare il dado con le icone. Ricordiamo che sullo smartphone esse si selezionano (e quasi senza pensarci). Aggiungiamo che simbolicamente il dado funge un po’ da “ombelico del mondo”. Non si può conoscere il caso (il destino) di se stessi… Selezionata l’icona dello smartphone, “ci abbracciamo” tutti quanti, provando così a riconfigurare il proprio rintanarsi, sotto un’emozione.

Ma il dado esteticamente potrà evolvere, e dalla stilizzazione d’un lancio all’avviluppamento attraverso la gradazione. E’ l’installazione in cui spariscono le icone da digitare. La gradazione va sempre percepita nel suo ri-lancio, e quindi “avviluppando” una “faccia” di base. E’ virtualmente la scala “strozzata” presso “l’ombelico” del “trapasso”. Antonio Pallotta fa oscillare il cubo (dal soffitto), mentre ne appende le facce, secondo una gradazione cromatica. Se la digitazione dell’icona pare a stilizzare la comunicazione, ora il lancio ha il suo “ombelico”, e nel “calcolo delle probabilità”. La gradazione dei colori “strozza” la parete verticale. Noi dovremo vedere il viola che trapassa nel lilla, oppure il cinabro che trapassa nel lime ecc… La percezione “ombelicale” si dà nella misura in cui la gradazione non è regolare. I colori molto caldi potranno farsi affiancare da quelli molto freddi, ad esempio. E’ il principio d’una digitazione a caso, ma mantenendo una gradazione “a scatti” (strozzata), che dunque assurge a metafora del calcolo probabilistico. Ricordiamo che l’abitabilità c’invita a spaziare: dalla “calda” cucina alla “fredda” cantina, dall’azzurro d’una piscina al celeste d’una veranda, dal lancio aprendo la porta all’avviluppamento fra le coperte del letto, ecc…

Antonio Pallotta ha menzionato la necessità del declino, insita nel mondo della tecnologia. Forse si cela la contestazione al principio dell’usa e getta (il quale vale anche nei grandi sistemi della filosofia, se le Idee del platonismo diventano il Motore immobile di Aristotele, mentre la Res cogitans di Cartesio si semplifica con lo Spirito hegeliano, ecc…). Proprio la percezione dell’interazione si candida a salvarci dal tecnicismo. Più a fatica si butta via un prodotto di design, se quello funziona unicamente ricreandosi nel tempo. Sembra che per Antonio Pallotta a risiedere in una stanza sia il gestualismo del corpo, anziché più “classicamente” il bisogno di ripararsi. Dunque le sue opere non s’accontenterebbero di decorare il semplice “riposo” dell’uomo. Forse, si può ricostruire la fenomenologia del gestualismo. Tramite questo, virtualmente noi usciamo dalla “casa” del nostro corpo. Il gesto decora una comunicazione “spicciola” (che si protegga in se stessa), e soprattutto è più interattivo (volto ad “avviluppare” quasi un intero mondo). Così, inevitabilmente ci si espone. Dunque possiamo percepire il gesto nel “design” della sua comunicabilità? Innanzi a quello, la riposta degli altri si baserà sul caricamento. Un nostro gesto comunque espone, prende di mira, “ingigantisce” ecc… una situazione che noi viviamo. Il designer deve “caricare” la mera funzionalità d’un oggetto. Questo sarà esposto, “gesticolando” contro il riposo fra le “quattro mura”. Soprattutto l’oggetto di design ha bisogno che qualcuno lo usi. Serve dimostrare che il fenomeno estetico non solo aiuta a contemplare l’Essere, ma aiuta a contemplare l’Essere interagendo con questo. Il gesto si percepisce in via più imprevedibile (sotto l’emotività del momento). Può sembrarci che quello venga usato e gettato; ma la sua interattività chiede ad esempio un lungo chiarimento. Là, si percepirebbe una serialità per “declinazioni”. Qualcosa di simile accade nel prodotto di design, i cui avviluppamenti decorativi hanno una funzionalità non solo da consumare, bensì “tutta da vivere”.

Antonio Pallotta ama installare una serie di elementi: dei lacci, dei cubetti, delle mollette, delle girandole, dei cilindretti ecc… Va percepito il suo interesse per l’optical art. I cilindretti e le girandole ruoteranno se non altro per la loro cromia. C’è la percezione che l’opera d’arte possa uscire “gesticolando” dal “riposo” nella sua astrazione. Le tonalità sgargianti certamente non favoriscono la contemplazione, bensì l’emotività. Le mollette, i cubetti, le girandole, i cilindretti, i lacci ecc… restano attaccanti ad un supporto. Così, il loro gesticolare sembra “spicciolo”. Le mollette, disposte nella virtualità d’un loro “elettroencefalogramma”, si espongono al “lungo chiarimento” della vita (sempre tesa verso la morte). Nell’installazione dal titolo Dentrofuori, si riconoscono alcuni pseudo-cassetti. Allora, l’esporsi dell’opera d’arte vorrebbe preservarsi la possibilità d’una sua protezione. Antonio Pallotta più creativamente ha installato i curiosi dadi dello Svitavvita. Pare che là si percepisca una gestualità per “caricamento”. Normalmente i dadi od i bulloni servono ad assicurare un supporto. L’installazione dal titolo Svitavvita però ha una serialità “per declinazioni”. Francamente, pare che il nostro occhio “carichi” i dadi solo “spicciandosi” per il loro “scombussolamento”. Là, si percepisce un design che “gesticola” senza un mero funzionalismo. Antonio Pallotta non cade nel manierismo dell’optical art. Sembra che piuttosto a lui interessi un’interazione “a lungo chiarimento”, fra l’emotività dei dadi ed il nostro “enigma” di risolverne una combinazione (se esistente).

L’optical art s’accontentava di mettere astrattamente “a riposo” chi la guardasse.

Recensione estetica di:

PAOLO MENEGHETTI

Photo credits: Antonio Pallotta©2017

PAOLO MENEGHETTI   ©2017

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