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A volte vengo tacciato di eccessivo “modernismo”, forse perché affermo e ribadisco che l’arte esiste se vive nella contemporaneità e considero sterili, cantilenanti, triti e ritriti linguaggi che ripercorrono solchi ampliamente battuti. Certo è così e ne sono profondamente convinto, ma attenzione non ho questa convinzione in quanto io non consideri o non conosca i “classici”, ce l’ho perché credo fermamente che l’espressione artistica debba vivere nel proprio Tempo. Casualmente la mia vita è ora, a cavallo fra questi due millenni, e la mia arte “deve” vivere ora. (Chi ha letto le mie cose avrà notato, ad esempio, frequenti rimandi a Dante e Shakespeare, così come a molti altri artisti anche di qualche millennio fa). Il nocciolo del discorso verte sullo “spirito” dell’arte, quello spirito che è rapporto fra il sé e gli altri, fra il mondo e l’interiorità profonda, nel connubio/antitesi fra l’apollineo ed il dionisiaco. Chiaramente sto facendo riferimento a Friedrich Nietzsche e al suo “La nascita della tragedia greca dallo spirito della musica”, ma non ho intenzione di fare critica letteraria o teoria dell’arte o filosofia estetica; semplicemente voglio raccontare come quello spirito possa rivivere in opere contemporanee e con linguaggi modernissimi. Rivive nella creazione artistica infinitamente più che nella citazione: da questo non transigo, è un assioma, uno dei pochissimi assoluti che riconosco.

Un paio di anni fa ho visto un film che ritengo l’opera d’arte più bella della quale abbia usufruito di recente, diciamo dall’inizio del secolo. Bello per me non ha il significato dell’aggettivo forse più comune che si può utilizzare un po’ per tutto; se scrivo bello mi riferisco a qualcosa che colpisce come la folgore e rimane dentro come una parte di te. Quel film è bello in questa accezione! Sto parlando di INCENDIES di Denis Villeneuve tratto dall’omonimo dramma teatrale di Wajdi Mouwad (LA DONNA CHE CANTA nella traduzione italiana). Quando ho assistito al film non sapevo che derivasse da un’opera teatrale, ma mentre lo guardavo me lo sono “visto” su un palcoscenico, rappresentato come fosse una tragedia greca (e per inciso, prima o poi lo rappresenterò così). Questo film, del 2010 evoca lo spirito della tragedia greca in tutti i suoi aspetti. Ecco il discorso su modernità e classicismo: INCENDIES non parla di eroi leggendari, ninfe o divinità ma di uomini e non si ambienta a Troia ma in Libano durante l’infinita guerra civile. L’opera “getta lo sguardo nell’abisso” per giungere a “dire sì alla vita”, toccando con mano l’orrore dell’esistenza, combattendoci contro, accettandone la compresenza e rimodellandolo secondo la propria rielaborazione positiva. Questo è lo spirito apollineo che incontra lo spirito dionisiaco fondendosi con esso e dando vita a prospettive nuove, questo è il significato e l’essenza della tragedia greca, direi della vita stessa, del cambiamento, del progresso. La forma d’arte più classica di tutte si ripropone e propone un rinnovamento profondo del sé e del noi. La protagonista, Nawal Marwan, è la classica eroina tragica, è Medea ed Elettra, ma allo stesso tempo Ifigenia e Antigone. Omicidio, odio, incesto, stupro, supplizio e desiderio di vendetta vivono in lei, ma anche ricerca disperata di un figlio, amore e perdono in quello che non è dicotomia, ma connubio fra l’essere vittima e e l’essere carnefice al tempo stesso. Questa è la cifra, forse il destino, degli eroi tragici, come in fondo lo è di ognuno di noi in ogni epoca. Senza giudizi, senza distinzione fra bene e male, senza limiti. Senza protezione dall’orrore, dall’orrendo dell’esistenza che Nietzche vede come quel profondo da scandagliare per trovare se stessi e il significato della propria vita. Non possono esserci stelle danzanti se prima non si è precipitati nell’abisso. Mi vengono in mente Le Baccanti, sacerdotesse di Dioniso e cerimoniere di riti senza limiti, riti che vanno a scavare nel profondo dei propri aspetti più sciagurati, bevendo ballando e cantando. E vedo Nawal nell’abisso di una prigione di guerra per dodici anni, una prigione di carcerieri maschi, torturatori, stupratori; eppure Nawal canta, canta sempre per rimanere viva, per essere viva. Mi viene in mente Edipo che nell’inconsapevolezza ama la Madre e quando lo scopre e la vede impiccarsi si acceca perché i suoi occhi non sono più degni di vedere il mondo. Quando Nawal viene a scoprire che il proprio aguzzino e stupratore, padre del figlio nato durante la reclusione non è altri che il proprio figlio sottrattole bambino, non si acceca, ma al contrario indica agli altri propri figli la strada del perdono e dell’accoglienza; in questo appare più Antigone che Medea. Ma Mawal è stata una guerriera, una terrorista potrebbe dire qualcuno, più Elettra che Ifigenia. Una guerriera in quel coacervo di odio e conflitto fra le tre religioni monoteistiche con tanto di branche e sette che era il Libano postcoloniale e pre guerra civile; quella Beirut che nel giro di pochi anni da Montecarlo d’Oriente diviene il cumulo di macerie incendiate che abbiamo ben presente. E sono proprio quegli incendi che divampano ovunque, in città, nei villaggi, nel deserto, negli animi e distruggono tutto, o quasi perché una catarsi avviene anche in INCENDIES secondo il più classico topos della tragedia greca: da quell’abisso a una rinascita. Proprio Mawal, l’assassina incestuosa stuprata, come un deus ex machina è il motore della catarsi, lei che non solo ha toccato l’abisso ma ci ha vissuto gran parte della vita, lei che perdona il torturatore e stupratore ed indica ai propri figli (lui, il figlio di loro due e gli altri due figli gemelli avuti dopo la prigionia) le tracce per ricostruire la sua avventura nella vita, come una rilettura a freddo per comprendere meglio. La vita che riprende in un nuovo corso, in un altro continente con tutti gli incendi spenti, o forse smorzati come cicatrici che lentamente potranno scomparire. Lo spirito apollineo ristabilisce un equilibrio con lo spirito dionisiaco, come sempre nella tragedia greca in quel filo indelebile che lega questa forma d’arte con la vita. Mai nella vicenda umana una forma d’arte è stata così intrinseca alla vita della società della propria epoca essendone un tutt’uno, soprattutto secondo Nietzsche il primo periodo, quello di Eschilo e di Sofocle. Con Euripide inizia il declino della tragedia greca intesa come continuum con il proprio mondo, nell’epoca di Euripide c’è Socrate, la filosofica, la possibilità di spiegare razionalmente il mondo e si rompe quell’equilibrio rivelatore fra apollineo e dionisiaco. Ma Euripide mette in scena grandi tragedie, la mia tragedia greca preferita è Medea che reputo una delle storie più straordinarie della letteratura di ogni epoca e forse l’opera teatrale più grande di sempre, poco importa. L’uomo teoretico appartiene a un’epoca diversa e tutto sarà diverso; il teatro diventa forma d’arte, prima il teatro era la vita stessa, è ovvio che per tutte le epoche successive stiamo parlando di opere d’arte e non di spaccati di vita, stiamo parlando di rappresentazione della vita. Ma poco importa, INCENDIES contiene tutti i dettami della tragedia greca, di quella classica e di quella euripidea; proprio Euripide ad esempio introduce l’approfondimento dei personaggi, oggi diremmo il taglio psicologico e questo dramma/film è carico anche di questo aspetto.

Io non faccio riassunti né illustro ulteriormente la trama, semmai invito a vedere il film o leggere il libro o magari, fra un paio di anni a venire a vedere la mia versione teatrale. Precedentemente dicevo che guardando il film mi sono immaginato la storia su un palcoscenico, è stata una cosa immediata, di intuito non di pensiero. E ho visto su quel palcoscenico il fattore essenziale di ogni tragedia greca pur non essendone mai il protagonista: il coro. Tornando a Nietzsche, è conosciutissima la sua interpretazione del coro nella tragedia greca come forza dualistica in opposizione alla figura dell’attore. Definisce infatti il coro muro vivente, come un cuscinetto protettivo fra gli spettatori e l’attore, gli spettatori e l’orrore della scena, gli spettatori e l’abisso dell’esistenza. Ma gli spettatori facendosi accompagnare dal coro nelle vicende, finiscono con l’identificarsi con il coro stesso, Nietzsche vede l’attore come personificazione di Dioniso e il coro come quella dei Satiri. I Satiri sono divinità minori in stretto legame con Dioniso e con i riti orgiastici ad esso connessi, suonano il flauto con superba maestria e conducono le Baccanti a quella sorta di trance orgiastica che altro non è che la forza rivelatrice: l’abisso da esplorare per partorire la stella danzante. Il canto ininterrotto di Mawal parte dall”abisso e tende all’infinito, è motivo, mezzo e finalità del vivere, è quell’aiuto per resistere, per scavare nell’orrore di quella cella, è il motore di qualsiasi possibile catarsi interiore. Ecco perché il coro. Il canto del coro accompagna lo spettatore filtrando le nefandezze sulla scena e, opponendosi all’attore, lo demitizza e lo fa diventare uno di noi, offrendo la possibilità di rapportarsi al personaggio, fuor di metafora cogliendone l’essenza simbolica. Il coro in una concezione moderna potrebbe essere considerato la guida per lo spettatore, soprattutto in questa epoca in cui la frattura del continuum fra mondo e scena è diventata cosmica. Un coro che rapporta le avventure di Narwal alla vita dello spettatore per cogliere l’essenza della sua avventura senza giudizi, senza distinzione fra bene e male, senza limiti. Così si può comprendere il significato di INCENDIES nel rapporto fra il sé e gli altri, fra il mondo e l’interiorità profonda, nel connubio/antitesi fra l’apollineo ed il dionisiaco… proprio come quello della tragedia greca.

 

Renato Barletti ©2017

Potete seguire Renato ogni sabato in “Suggestioni e percorsi poetici