Per una curiosa sincronicità mi sono capitati tra le mani quasi in contemporanea due libri con in comune un argomento che mi ha affascinato da sempre: l’apprendimento delle lingue straniere. Si tratta di due testi di saggistica, piuttosto brevi ma molto incisivi, di due autori che non hanno altro in comune a parte l’aver raccontato – ognuno a modo suo – la loro esperienza di confronto con idiomi altri. L’italiano Diego Marani ne parla con molta ironia in “Come ho imparato le lingue” (2005) mentre la scrittrice statunitense di origine indiana Jhumpa Lahiri ha dedicato all’argomento un libro scritto direttamente in italiano, “In altre parole” (2015).

Marani ha trasformato la sua passione in un mestiere: quello di interprete. Attualmente lavora a Bruxelles nella Commissione Europea, dove si occupa di diplomazia culturale; è inoltre il coordinatore della politica culturale dell’UE nel Servizio europeo di azione esterna. Nel suo agile libretto, quasi un’autobiografia, ripercorre la sua storia alla ricerca di un’identità linguistica – divisa nell’infanzia tra l’italiano e il dialetto (le cui parole “soffrono” se messe per scritto) – la passione per il francese motivata dalla bella insegnante a scuola, i molti viaggi all’estero per impadronirsi dell’inglese e del francese, gli amori, le figuracce, gli equivoci spassosi, poi la durissima formazione nella scuola per interpreti e le gioie e i dolori di questa affascinante e sottovalutata professione. La narrazione scorre leggera e appassionante come un romanzo: in più punti mi sono riconosciuto nella mia storia personale – anch’io amo molto viaggiare, amo le lingue e, come l’autore, sono pure io, nel mio piccolo, un glottoteta, ossia un creatore di lingue artificiali.

Diego Marani è infatti famoso anche come creatore dell’europanto. A parte una certa assonanza nel nome con l’esperanto, con cui ha in comune l’utilizzo di parole prese dalle principali lingue europee, il progetto di Marani è più una sorta di scherzo linguistico – come ha tenuto a precisare l’autore:

 

“Il mio cervello si rifiuta di seguirmi quando mi avventuro in nuove grammatiche, e si protegge con una smemoratezza sospetta. Forse è proprio perché non ne può più di grammatiche, per vendicarsi di quelle che gli ho fatto studiare, per liberarsi e confondere in una soltanto tutte le lingue che conosco, che il mio ormai provato cervello ha inventato l’europanto. Per non destare l’attenzione di scienziati che volessero eventualmente condurre su di me altri esperimenti, io mi ostino a dire che l’europanto non è una lingua ma un gioco. […] L’europanto è un miscuglio di parole prese da diverse lingue o inventate cercando di renderle comprensibili al maggior numero di persone. Per fare il vocabolario dell’europanto va bene tutto, dai nomi di calciatori alle marche di automobili, dai menù dei ristoranti alle pubblicità. Il principio dell’europanto è quello di pescare da qualsiasi lingua tutto quel che può servire per la comunicazione, senza nessuna remora grammaticale.”1

 

La mia Lingua Indaco, al contrario, è una lingua del tutto a priori, ossia non trae il proprio lessico da lingue esistenti e – pur essendo anch’essa una sorta di gioco letterario – nasce da tutt’altre spinte e va in direzione opposta per quanto riguarda la comprensibilità. L’ho creata per amore di una ragazza lituana per cui ho perso la testa durante un viaggio a Vilnius nell’estate 2014 e l’ho utilizzata per scriverle diverse sciocche poesie che non sono servite a sciogliere il suo nordico cuore di ghiaccio, ma questa è un’altra storia che ho narrato nel mio libro “Ghimile ghimilama” (sì, il titolo è appunto un esempio di Lingua Indaco).

Tornando a Marani, il suo libro si chiude proprio con l’europanto, esemplificato da alcuni testi ben comprensibili anche a chi non ha studiato questa lingua ma ha almeno un’infarinatura di italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco. Ricordiamo che Marani ha pubblicato perfino un libro di racconti polizieschi in questo bizzarro idioma, anch’esso nella sua caratteristica prosa spumeggiante: “Las adventures des inspector Cabillot” (1998).

Il tema della lingua come parte della nostra identità, del nostro essere, torna in un altro libro del nostro Marani dal titolo volutamente fuorviante di “Nuova grammatica finlandese” (2002): non si tratta di un manuale per chi vuole imparare questa affascinante lingua nordica2 bensì di un romanzo che narra le disavventure di un uomo che durante la seconda guerra mondiale viene trovato ferito e smemorato, e preso in cura da un medico finlandese il quale, per una serie di circostanze, si convince di avere a che fare con un compatriota. Il recupero della memoria e quindi della personalità passa attraverso l’apprendimento della lingua per superare l’angoscia del non poter comunicare, ben espressa in questo passo all’inizio della storia, narrata a posteriori in prima persona:

 

“Anche le lettere che credevo di conoscere una per una, che avevo la sensazione di poter scrivere senza esitazione, erano diventate segni senza suono, geroglifici muti di una civiltà scomparsa. Allora, come un vomito, mi prese l’improvviso bisogno di parlare. La testa mi girava e dietro agli occhi sentivo brulicare come scintille una pioggia di fitte dolorose. Aprii la bocca cercando di emettere un suono, ma tutto quel che me uscì fu un soffio. Mi accorsi che la mia lingua, la mia bocca, i miei denti erano incapaci di articolare. L’aria passava dalla gola al palato e si disperdeva in un desolante sospiro. L’orrore di quella tremenda scoperta mi inchiodò alla sedia che stringevo ficcando le unghie nella vernice” 3

 

E così continuando a descrivere il disagio fisico e mentale di chi scopre di non possedere un linguaggio con cui esprimersi e colmare la distanza con dagli altri. Non spoilerò comunque il finale per non sciupare la lettura a chi decidesse di leggere questa straordinaria storia d’altri tempi.

Imparare una lingua nuova equivale ad esplorare una cultura, una mentalità diversa. Jhumpa Lahiri nel suo libro autobiografico “In altre parole” (2015) paragona questo processo all’attraversamento di un lago, per raggiungere una casetta sull’altra sponda:

 

“Arrivo dall’altra parte, ce l’ho fatta senza problemi. Vedo la casetta, finora lontana, a due passi da me. (…) Dopo una traversata, la sponda conosciuta diventa la parte opposta: di qua diventa di là. carica di energia, riattraverso il lago. Esulto. Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i bordi di quel lago. Sempre accanto alla mia lingua dominante, l’inglese. Sempre costeggiandola. È stato un buon esercizio. (…) Studiano una lingua straniera in questo modo, non si può affogare. L’altra lingua è sempre lì per sostenerti, per salvarti. Ma non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco. Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma.” 4

 

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(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000 come potete verificare clickando qui 14-5-16 CET 5.00)

(la rubrica ” I libri! di Massimo ” è la N.3 su 1.910 siti come vedete qui al 2/7/16 alle 9.00)

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Il libro della scrittrice di origini indiane è particolarmente interessante per me, insegnante di italiano L2 (non a caso ho sentito parlare di questo testo durante un seminario della Alma edizioni rivolto ai docenti di italiano): mi ha sempre incuriosito sapere come gli stranieri vivono la mia lingua madre, che ritengo (in modo non imparziale, lo ammetto) la più bella del mondo. Cosa li spinge a studiare l’italiano, certo una lingua non semplice e neanche così diffusa nel mondo? Cosa li attira di essa? Quali difficoltà incontrano?

L’amore della Lahiri per la mia lingua è puro e genuino, ma è fatto anche di sudore e frustrazioni in quanto non esistono scorciatoie, come afferma lei stessa attratta e respinta come un amante capriccioso (“Più capisco la lingua, più si ingarbuglia. Più mi avvicino, più si allontana. Ancora oggi il distacco tra me e l’italiano rimane insuperabile5”). L’apprendimento di una lingua è quindi un processo continuo, infinito, un approssimarsi a qualcosa di irraggiungibile: per quanto uno possieda una lingua diversa da quella imparata tra le mura domestiche, da piccolo, non arriverà mai al livello di un madrelingua. Ci si potrà solo avvicinare, come uno straniero che per quanti anni viva in Italia non sarà mai italiano quanto qualcuno che vi è nato. Forse solo i bilingui possono sdoppiarsi linguisticamente, stare con un piede di qua ed uno di là, se non fosse che perfino loro hanno una padronanza leggermente superiore di una lingua madre rispetto all’altra…

Firenze, 26 giugno 2017

 

 

 

Articolo di Massimo Acciai Baggiani

 

Note

 

  1. Marani D., Come ho imparato le lingue, Milano, Bompiani, 2005, pp. 125-127.
  2. Sempre a proposito di lingue artificiali, ricordiamo che il Quenya, la lingua elfica creata da Tolkien per la sua saga della Terra di Mezzo, prende molto – a livello lessicale e grammaticale – dal finlandese
  3. Marani D., Nuova grammatica finlandese, Milano, Bompiani, 2002, pp. 17-18.
  4. Lahiri J., In altre parole, Milano, Guanda, 2015, pp. 14-15.
  5. Lahiri J., Op. cit., p. 75.

 

Bibliografia

 

  • Acciai Baggiani M. e Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama, Venafro, Edizioni Eva, 2016.
  • Lahiri J., In altre parole, Milano, Guanda, 2015.
  • Marani D., Las adventures des inspector Cabillot, Mazarine, 1998.
  • Marani D., Come ho imparato le lingue, Milano, Bompiani, 2005.
  • Marani D., Nuova grammatica finlandese, Milano, Bompiani, 2002.
  • Tresoldi R., Impara rapidamente le lingue, Milano, De Vecchi, 2008.

Massimo Acciai Baggiani ©2016

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