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(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 66.200.000

come potete verificare clickando qui 

ed in “Esteticamente — Aesthetically”

che è N. 3 su 34.000 siti di settore come vedete qui )

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A Conco (VI), di recente è stato riscoperto a fini espositivi il complesso residenziale “Le Laite”, noto per la caratteristica forma “a scala”, e costruito in cima al Monte Cogolin, col suo panorama verso la Pianura Veneta. In particolare, lo Spazio “Supernova” ha curato il primo evento (17 Giugno – 14 Luglio 2017) del Progetto 021UP. Tramite questo, sono stati chiamati ad esporre per “Le Laite” i seguenti artisti: Francesca De Pieri, Sabrina Notturno, Rossella Pavan, Giusto Pilan, Alberto Salvetti. Il Comune di Conco rientra nell’Altopiano di Asiago, anticamente abitato dai cimbri. Per questi, la parola laita dovrebbe significare declivio o forse prato al sole.

Per Henry David Thoreau, in natura si può vivere unicamente fra le sue frontiere. Uno Stato non permette d’imboscarsi, mentre fa controllare tutto e tutti, perennemente.

Sabrina Notturno esibisce il quadro, a tecnica mista su carta, dal titolo Small lake. Nell’indaco d’un cielo, la cui tempesta materialmente si sarebbe “imboscata” nelle rocce, gli stambecchi per converso potranno ascendere. La natura ci controlla, ma solo per il nostro bene. Uno stambecco spontaneamente dovrà schivare il pericolo, nonostante viva sui pendii più impervi. L’uomo a volte ignora la natura, convinto di rimpiazzarla per il suo utilitarismo. Negli ultimi anni, il riscaldamento globale avrebbe aumentato la forza dei tifoni, ad esempio. Qualcosa che in montagna spazzi via persino il più prudente stambecco, nonostante i pendii? Il quadro di Sabrina Notturno è completamente indaco, percependosi dentro “l’argine rotto” d’una “bomba d’acqua”. Certo la solarità manca, mentre il fulmine si scaricherà come la radice pericolosamente secca. Esteticamente, c’è la metafora psicanalitica della pecora, che pare a subire se non i drammi almeno i “problemi” della vita. Il sogno rappresenta un’illusione da “imboscata” sul cuscino solo passeggera. Ma poi c’è la realtà per cui bisogna fare qualcosa, in accordo alle sfide dell’ecologismo. Il quadro di Sabrina Notturno ha una luce “disarcionante”, proprio in mezzo agli stambecchi “guardiani”.

Francesca De Pieri installa le fotografie dal ciclo Memory box. Realisticamente, lei sceglie d’inquadrare le “frontiere” di quel tempo che inevitabilmente logora la natura. Ad esempio un telo protettivo per le serre ha tutta la positività della sua “placenta”, seguendo la maturazione delle piantine, sottostanti. Alla fine, però, chi vive continuerebbe almeno a “rattopparsi”. Ci fasciamo le ferite; è sempre una protezione pseudo-placentare (in funzione della nostra guarigione). Forse, a tutti o quasi sfugge il ringraziare quella “frontiera” del tempo che, senza la negatività del divisionismo, deve abbattere il grezzo per conto dell’organico. Non appena raccogliamo la rigogliosa e fruttuosa piantina, entro la serra, che cosa ne sarà del telo proteggente? Quello può apparire il fulcro della fotografia, per Francesca De Pieri. Il telo proteggente è un prato letteralmente al sole, favorita la sublimazione del materialismo, se la crescita esprime un aumento di vitalità. L’uomo ad esempio “vola” con la fantasia, sotto la “frontiera” tutt’altro che negativamente divisionista della coscienza fenomenologica. C’è il modo di “porsi”, nei confronti della propria realtà (materiale od astratta). Francesca De Pieri carica le fotografie, conservandole sotto il plexiglass. C’è dunque una lente immortalante pure per la dignità d’una “frontiera” il cui grezzo deve maturare. Quanto la rammemorazione si percepirà nella sua copertura da squarciare?

Alberto Salvetti esibisce le sculture (a tecnica mista) del ciclo I primi lupi. E’ la metafora dell’animale che, imboscatosi, per la psicanalisi potrebbe risvegliare le nostre paure. Realisticamente, un lupo tende a non attaccare l’uomo. All’inverso, c’è la scultura di Alberto Salvetti, a cui l’arte concettuale interessa. Fa lui un attacco: con i pezzi di giornali, dove gli articoli introducono alla dispersione del lupo, nei boschi. Si percepisce il problema (caro agli ambientalisti!) della conservazione, per l’animale stoltamente cacciato dagli uomini. Lo scultore esibisce un primo branco di lupi. Alcuni di loro possono cercare un cenno d’intesa: dunque pare una società “imboscata”, e favorita in via percettiva dagli incartamenti, i quali, senza la creatività dell’artista, sarebbero finiti al macero…

Henry David Thoreau descrive liricamente la vita del picchio verde. Questo è un uccello che prenderebbe il possesso sull’intero albero. Il picchio verde scava il nido nella corteccia, svolazza fra un ramo e l’altro (così da “sventolarne” virtualmente le foglie), quasi s’affaccia sulla chioma “a palco”, per cantare.

Rossella Pavan esibisce un’installazione del ciclo Ibis. L’artista realizza una serie di origami, e sempre alla stessa distanza di tempo. L’ibis sacro è un uccello già venerato dagli antichi egizi, impersonando Thot, il dio della scrittura, della matematica o della magia. Rossella Pavan posa i suoi origami su grate metalliche (da percepire con la stessa varianza d’una meridiana solare, complici le tonalità dell’arancione, del rosso, del rosa e del giallo). Virtualmente, avverrà un “picchiettio”? L’ibis sacro ha un becco lungo ed arcuato, inoltre vive ancora in Iraq, un Paese che anticamente conobbe lo sviluppo della scrittura cuneiforme. La presenza della grata metallica inevitabilmente comporta un picchiettio, per la “piuma” dell’origami, che è leggero nella propria scomponibilità. Rossella Pavan lascia che l’ibis sacro prenda il possesso dell’intero sole. L’origami fungerebbe nel contempo da nido (dentro la cella metallica), da piuma (per la sua leggerezza) e da verso (mosso dal vento, sino a “picchiettare”). Il sole ovviamente costituì per l’uomo il primo ausilio d’una misurazione, sorgendo ad est per tramontare ad ovest. Modernamente, il complesso residenziale de “Le Laite” ha un’architettura “a scala”, e diventando una sorta di meridiana, in quanto sulla cima del Monte Cogolin.

 

PAOLO MENEGHETTI   ©2017

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