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Dovevo terminare un libro ed avevo bisogno di silenzi, tranquillità e tramonti sull’oceano, così con la mia compagna decidemmo di passare l’estate a Bananas. Là c’era tutto questo oltre a panorami incantevoli, spiagge, vulcani, montagne ed un clima mite e ventilato e ovviamente banane, quante ne volevi, ovunque. Poi non c’era nemmeno più la dittatura di Woody Allen, da diversi anni, ormai è diventato un Paese moderno rappresentato all’ONU e facente parte del G175. Avevano destituito Woody Allen e si era costituita una Repubblica e sviluppata una florida democrazia, una democrazia avanzata e funzionale, molto ammirata e copiata da diversi altri stati. Insomma, il luogo ideale dove trovare la tranquillità necessaria per l’ispirazione e la concentrazione. Avevo bisogno di tutto questo perché mi ero arenato e non riuscivo a trovare la conclusione del romanzo al quale lavoravo da un paio di anni. In effetti trovammo tutto quello che ci aspettavamo, ma purtroppo la tranquilla serenità…

Appena giunti Bananas ci si è presentata proprio come nelle nostre aspettative, come nei depliants delle agenzie di viaggio: un rigoglioso luogo per la vacanza ideale, anche se quell’anno il clima mite e ventilato non c’era e l’estate era molto, ma molto calda e afosa, Vabbè, mica si può sempre avere tutto? Avevamo affittato un appartamentino al terzo piano sulla via principale perpendicolare al mare in faccia al sorgere del sole. tutto molto carino con le note dei musicisti sempre presenti nella via di sotto. Tutto molto carino anche se guardando dal terrazzo una cosa ci parve piuttosto strana o perlomeno non proprio “bella” per una via così centrale e turistica: davanti ad ogni portone, ad ogni negozio, bar o ristorante c’erano dei piccoli bidoni colorati, intorno e sopra i quali sempre numerosi sacchi pieni di rifiuti di ogni tipo. Al primo colpo d’occhio non si capiva il perché e il percome, mentre si avvertiva immediatamente l’inadeguatezza della cosa. Ad un secondo colpo d’occhio, o meglio di naso, si avvertiva quell’odore tipico dell’immondizia, beh non proprio una fragranza in quei giorni con il termometro mai sotto i trenta gradi. Non era così soltanto nella via principale, era così ovunque, in certe vie anche peggio con molti di quei sacchi aperti da qualche randagio con i contenuti sparpagliati su marciapiedi e strade.

“Che strano quando ero stata qui due anni fa questo non c’era” disse la mia compagna che ricordava le vie pulite e senza la presenza di quei piccoli bidoni e di questi grandi e tanti sacchi gialli, bianchi, neri, grigi, azzurri. In effetti…

La sera chiesi al barista del jazz club in fondo alla via come mai e da quanto tempo ci fosse quella situazione che mi incuriosiva parecchio perché stavo scrivendo una storia fra il parossistico e il drammatico sul lassismo e il menefreghismo;, una storia di persone, ma le istantanee di quei sacchetti sparsi qua e là sarebbero state sintomatiche di  quello che stavo raccontando e forse ancor più di quello che avrei potuto raccontare. Il barista era un tipo loquace e ci descrisse bene tutto, il prima e il dopo. Ci disse che sino allo scorso inverno la raccolta avveniva in tutt’altro modo, con bidoni molto più grandi, orari di conferimento e frequenti svuotamenti con i sacchetti nei bidoni e non per terra. Ovvio, un po’ come avviene nella maggior parte delle città nella maggior parte dei Paesi, salvo piccoli dettagli, piccole discrepanze, colori diversi, orari diversi, capienze diverse… dettagli appunto, pagliuzze infinitamente più piccole della trave negli occhi di qualsiasi passante. Ci raccontò inoltre che quel nuovo sistema era entrato in vigore da circa sei mesi, un sistema ideato e studiato da un pool di esperti e rappresentanti del governo per rendere la raccolta più igienica ed al più basso impatto possibile. “Ma come era possibile?” fu la prima cosa che pensammo “ideare una cosa del genere e soprattutto non modificarla una volta visti gli effetti?” Infatti nessuno teneva più le finestre aperte, anche nel bar c’era l’aria condizionata come nei ristoranti e in molti appartamenti per chi poteva permettersela. Certo che in un posto così con questo clima e questo cielo terso con un venticello sempre a rinfrescare e pulire l’aria vivere con l’aria condizionata! Il profumo degli alberi di banane portato dalla brezza marina è tutt’altra cosa di quello delle bucce di banana marce e dei gusci di molluschi sulla strada, parecchio diverso.

Ero molto incuriosito, doveva esserci una spiegazione a tutto questo e incominciai a chiedere in giro ed a parlare con tutte le persone che mi capitava di incontrare. Lessi anche i giornali e studiai un po’ di storia di Bananas cercando di comprendere il contesto visto che lo specifico era incomprensibile. Per farla breve (che devo finire questo romanzo e non posso perdermi dietro alla spazzatura) ho ricostruito le vicende di Bananas da quando è caduto Woody Allen ad oggi. In effetti era vero che questa era una democrazia “particolare”, avevano ideato un sistema se non unico molto raro, ma funzionale a se stesso o a loro stessi. In pratica erano sempre i medesimi a governare o fare “nonopposizione”; un ricambio però c’era, eccome se c’era. Ogni tanto cambiavano nome ai partiti e qualcuno passava con l’altro e qualcun altro si scindeva da degli altri, poi si riunivano in qualche altro nuovo partito con una nuova sigla e un bel logo e tante facce sorridenti che promettevano grossi cambiamenti. In questo modo era garantita la democrazia, a volte, non spesso, si votava e ogni volta potevi scegliere partiti nuovi, partiti con nomi nuovi. In questo modo quei politici garantivano a se stessi una permanenza pressoché a vita, di tanto in tanto spuntava qualche nuovo volto, sì qualche nuovo politico figlio di, nipote di, amico di… non molti, il numero giusto per perpetrare una stirpe.

L’estate era sempre più calda, nemmeno una goccia di pioggia, pochissima brezza dal mare e i sacchi erano sempre lì, non sempre gli stessi c’era ricambio, una o più volte la settimana, a seconda del colore venivano portati via: i gialli lunedì, i bianchi martedì, i neri mercoledì venerdì e domenica, i grigi giovedì e gli azzurri sabato. Una rotazione perfetta che garantiva uno status quo costante e variopinto tutti i giorni tutto il giorno. Le finestre ormai erano tutte chiuse con persiane e tapparelle chiuse, nasi chiusi, qualcuno metteva del cotone nelle narici. Ma lo status quo rimaneva quello, nessuno faceva nulla o pensava di fare nulla per cambiarlo. Mi capitò una sera di scambiare quattro chiacchiere con un politico del governo che mi spiegò che quel sistema era molto ingegnoso e che loro avevano “lavorato” molto per prepararlo, farlo approvare e che non era possibile modificarlo o tornare a quello precedente e che il “popolo” avrebbe dovuto comprendere la novità ed adoperarsi per farla funzionare bene. Ammise che forse c’era qualche piccolo difetto dovuto alle larghe concessioni fatte all’opposizione, in particolare la scelta del colore dei sacchi; infatti il progetto originale contemplava sacchi rossi al posto di quelli grigi, sacchi rossi che l’opposizione non aveva gradito e si era battuta alacremente per cambiarli con quelli grigi. Eh sì, il problema nasceva sicuramente da quello! Parlando con quel (mi pare che fosse un) viceministro, ebbi chiara una sensazione: si percepiva l’emanazione di un senso di infallibilità, direi quasi onnipotenza, quel senso che non fa mai sorgere dubbi che si possa pensare, dire o fare qualcosa che non sia “giusto”. Infatti lui diceva che era quello che chiamava il “popolo” a dover comprendere ed adattarsi; io direi più correttamente “la gente”. I popoli sono un insieme di persone unite da un’appartenenza, la gente è un’entità indistinta. Per farsi rappresentare da un gruppo di “giusti infallibili intoccabili” ci vuole la gente, un popolo non lo accetterebbe, perlomeno non lo accetterebbe a lungo. I tipi così governano sudditi non cittadini. In ogni caso nulla cambiò e la spazzatura restò sempre lì a trenta/trentacinque gradi.

Una mattina verso i primi giorni di settembre arrivò un’ambulanza a sirene spigate e si fermò sotto il palazzo di fronte; entrarono nel portone due barellieri con le mascherine sul viso uscendone poco dopo con una persona, mi parve una donna giovane, e caricatala sull’ambulanza ripartirono a sirene spiegate. Sul momento si accalcò lì intorno un piccola folla che però si disperse immediatamente in un fuggi fuggi verso le proprie case. “Che succede?” mi chiese la mia compagna, che non si avvicinava nemmeno più alla finestra. “Non lo so, vado a chiedere.” E scesi per strada: pressoché deserta, deserta di umani perché topi di dimensioni non proprio ridotte ce n’erano e gabbiani qua e là a rompere con il loro becco giallo e duro i sacchetti e banchettare. Andai al solito bar a vedere se il barista loquace sapeva qualcosa e ovviamente sapeva: “pare che la ragazza abbia una malattia infettiva, forse colera.” Che strano, ma come era possibile nel ventunesimo secolo in una terra dal clima invidiato da tutti e in un Paese facente parte del G175! “Sembra che ci siano altri casi, qualcuno già in ospedale e forse un morto, ma sono voci.”

Purtroppo non erano voci e da lì a pochi giorni i casi si moltiplicarono: c’era in atto un’epidemia di colera! Il governo si mosse subito nominando commissario speciale per l’emergenza l’esperto leader del partito di maggioranza che era stato più volte capo del governo e inoltre ministro degli interni, ministro della giustizia, ministro dei rapporti con il parlamento, ministro delle banane. Nei momenti delicati si fa quadrato tutti insieme e si cerca insieme di risolvere la cosa. L’ex ministro di tutto creò subito una task force con i migliori medici del Paese ponendovi a capo suo figlio che aveva fatto due anni di medicina all’università, ma poi aveva dovuto abbandonare perché doveva fare il politico in qualità di figlio di. I medici, in effetti, si adoperarono per curare le persone infettate e per cercare di limitare il contagio quanto più possibile, il contributo del “figlio di” non so quale sia stato, ma poco importa. Nel frattempo governo e parlamentari erano impegnati in sedute fiume per trovare soluzioni e se guardavi bene in controluce potevi notare uscire dai camini del palazzo del parlamento il fumo delle meningi, il fumo di cotanto senno. Qualcuno affermava con forza che la soluzione era punire i “cittadini” che dimostravano di non aver capito il sistema della raccolta: pugno di ferro! Il capo dell’opposizione rincominciò a cavalcare il suo vecchio cavallo di battaglia affermando che il problema era nato dai sacchi grigi che se fossero stati rossi ciò non sarebbe accaduto. Il primo ministro cercava di mediare, cercava soprattutto di apparire affranto ma deciso, cercava di dare un colpo alla botte del proprio operato ed uno al cerchio delle critiche che riceveva. Tanti bei dibattiti, molti in diretta televisiva. Ma l’epidemia continuava, i morti erano arrivati al centinaio, i malati a diverse migliaia, i sacchi dei vari colori sempre lì, forse qualcuno in meno perché non usciva più nessuno di casa. Infatti guardando dai vetri chiusi si poteva notare a volte una finestra aprirsi per una piccola porzione e uscirvi una mano che lasciava cadere un sacchetto, dal terzo, dal quarto e da qualsiasi piano. “La gente” si adatta alle regole fatte per sudditi. Loro invece si riunivano tutto il giorno e gran parte della notte, ma non riuscivano a fare nulla. Intenzioni, proclami, voci grosse: tanti, tantissimi; soluzioni: nessuna. Andò avanti per un paio di settimane così. Nel frattempo l’equipe di medici fece un comunicato affermando che dopo accurate analisi si poteva pensare che l’epidemia fosse partita a causa della spazzatura per le strade con il caldo straordinario ad accentuare la problematica. Al governo non piacque e presto vennero tagliate alcune teste, forse dei medici più in vista (i più bravi direbbe qualcuno), il “figlio di” a capo dell’equipe uscì poco dopo con una propria dichiarazione nella quale diceva che la precedente era frutto di idee personali di pochi. In parlamento si studiavano strategie d’intervento, i comignoli fumavano sempre più di meningi spremute da cotanto senno. Soluzioni? Nessuna. Parole, parole e parole. Soluzioni? Nessuna, proprio niente, nemmeno i sacchi rossi che il capo dell’opposizione indossava sopra gli abiti in segno di protesta. Ecco forse la misura più decisa, più fattuale che le meningi partorirono in quei giorni. Ci pensò la natura con due giorni di ininterrotta manzoniana pioggia a mitigare il caldo e lavare strade, marciapiedi e i sacchetti su strade e marciapiedi. Appena venne tolta la quarantena la mia compagna ed io lasciammo Bananas con il primo aereo possibile anche se era destinato agli antipodi di dove stavamo noi, non importa… addio.

Certo che noi siamo fortunati a vivere qui dove c’è una democrazia affermata e dove certe cose non potranno mai accadere, dove si vota spesso e ogni volta facce nuove con proposte e programmi nuovi che poi puntualmente attuano, spesso nei primi cento giorni. Certo che siamo fortunati noi a vivere qui dove siamo cittadini attivamente coinvolti nella gestione pubblica e non sudditi che devono sottostare a decisioni prese dall’alto. Certo che siamo fortunati noi ad essere un popolo e non soltanto la gente. Beh normale, in fondo qui da noi Woody Allen non c’è da molto più tempo…

P.S.: ogni riferimento a persone, luoghi o fatti della vita reale è puramente casuale

Renato Barletti ©2017

Potete seguire Renato ogni sabato in “Suggestioni e percorsi poetici