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(pubblicato nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 66.200.000

come potete verificare clickando qui 

ed in “Esteticamente — Aesthetically”

che è N. 3 su 34.000 siti di settore come vedete qui )

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A Conco (VI), di recente è stato riscoperto a fini espositivi il com

L’animazione giapponese si costruisce attraverso scene e fotogrammi di narrazione per così dire unicamente vuoti. Noi vedremo eventi non propriamente funzionali allo sviluppo d’una vicenda. Le inserzioni vuote avranno però artisticamente la stessa importanza di quelle piene di senso. Più in generale, oltre il caso dell’animazione, in Oriente si pensa che tutti i momenti della vita mostrino una “dignità”. Questo vale anche allorché non s’agisca. Sarà dignitosa sia la contemplazione, sia il riposare… Anche così, noi racconteremo di esistere in qualche momento, attraverso una situazione ambientale. Ghilardi crede che l’animazione disneyana manchi della “complicazione” sulla dignità dello svuotante. Si può fare un esempio davvero classico. Nelle anime di Holly e Benji, il gol siglato dal “nostro campionissimo” varrà tanto quanto un ciliegio che disperda i fiori! Per i giapponesi, il mondo della vita va ripreso in tutti i suoi momenti, a livello spaziotemporale. Ci sono sia quelli d’intensità (per la narrazione), sia quelli in pausa (per la descrizione e l’introspezione). Il cartoon disneyano cerca in primis d’emozionare o divertire gli spettatori. Ma esso di rado nasconde il senso del suo racconto. Inoltre, s’evita di turbare sul serio (realmente) la ricezione dello spettatore. Un cartoon disneyano ha le sequenze fantastiche spesso sfruttando una padronanza (tutta made in U.S.A.) degli effetti speciali. Ma, nel contempo, lo spettatore saprà bene che trattasi d’una mera finzione. Dunque egli paradossalmente giungerà a rilassarsi, guardando le scene fantasmagoriche.

Tendenzialmente, il cartoon nipponico assegna un grande valore all’esibizione del cuore. Questo è considerato il “centro essenziale” del corpo biologico. Per i giapponesi, un eroe come Pegasus può affermare che esso continua a battere anche se hai i “cinque sensi” della vita già spenti. Nell’uomo, il cuore giustifica il grado di “nobiltà interiore”. Quello dovrà distinguere il Bene dal Male. Poi, Ghilardi rammenta che, nella lingua nipponica, il cuore si scrive tramite le “voci” kokoro o shin. Ambedue, riescono pure a significare la mente. Ci sembra una fenomenologia molto interessante. Per i giapponesi, il cuore dell’uomo tenderà a far coincidere in se stesso la dimensione morale (o spirituale) con quella solo intellettuale. Le condizioni di vita dal corpo e della mente deriverebbero da un unico principio, che per noi risulta l’interiorità. Inoltre, Ghilardi sottolinea che dal termine lessicale shin s’origina pure quello makoto, il quale si traduce con la sincerità. Si conferma così una dimensione essenzialmente interiore. Qualcosa in cui una facoltà della rielaborazione concettuale (tutt’altro che immediata!) ci pare soltanto abbandonata “dentro” al corpo (ovvero nel suo centro di spiritualizzazione).

In lingua giapponese, la parola shin-to significherà la via degli dei. E’ l’indicazione d’una condotta esistenziale, in grado di farci armonizzare con ogni spirito della natura (il kami). Questo potrà apparire tanto biologico quanto inorganico. In specie, bisogna che seguiamo le anime dei defunti. Di conseguenza, lo scintoismo ci chiede di rispettare la tradizione culturale. Questa appartiene in primis a chi ora non vive più. Col termine shin s’identifica il cuore nella mente, avviando dunque al sentimentalismo.

Si consideri il film d’animazione giapponese denominato Ghost in the shell. Questo fu diretto da Mamoru, nel 1995. La sua sceneggiatura avrà previsto che la polizia vada a scoprire un organismo cibernetico. Sarà una figura misteriosa, denominata il Signore dei Pupazzi. Questo possiederà una “coscienza mentale” molto diversa, la quale ci risulterà viva in maniera “indipendente dal proprio corpo”. Ciononostante, il cyborg si porrebbe tutte le domande esistenziali già prettamente tipiche dell’uomo normale. Noi lo sentiremo dire, quasi kantianamente: < Chi sono? Da dove vengo? Che cosa m’accadrà? >. Però, il più “enigmatico” Signore dei Pupazzi risiede in un mondo fin troppo (essenzialmente) differente dal nostro. Esso vive in maniera sempre virtuale. Nel cyborg, il corpo designa una dimensione appena materiale, o meglio ancora naturale, per un dettagliato tempo d’esistere. Ma questo sembra racchiudere in sé la correlata mente in via unicamente artificiale. La coscienza del cyborg si percepisce comunque nell’inorganico. Così il Signore dei Pupazzi “animato” dal regista Mamoru pare a vivere facendo coincidere la realtà e la virtualità soltanto nella loro “confusione”. Si potrà studiare la dialettica fenomenologica del caso. Per Ghilardi, nel cyborg la realtà e la virtualità si confondono perché la mente non è mai individuale (così da rinchiudersi in un unico corpo), bensì telepatica. Evidentemente, la sua coscienza deve rimanere “persa”. La mente del cyborg s’offre in via astrattamente universalizzante, e questo si percepisce dentro un’estesa rete di comunicazioni intellettuali. Il cyborg in conclusione non può esistere in un solo corpo, in quanto neppure avrebbe preso un “preciso posto nel suo mondo”. Questo si percepirebbe già dappertutto, complice la virtualità della telepatia.

Il filosofo Perniola ha studiato esteticamente il cyberpunk. Questo pare un personaggio fantastico, in cui gli organi sono stati sostituiti con gli apparecchi artificiali. Ad esempio, gli occhi hanno le telecamere, e le orecchie magari le antenne. Perniola sottolinea che il cyberpunk ci manifesta una sorta di sessualità “neutra”. E’ quella del corpo diventato cosa. Un cyberpunk si percepisce in via debordante. Esso ha nel contempo tanto un corpo accentrante in sé la realtà (coi sensi), quanto un corpo “fuoriuscito” (astraendosi, perché smorto).

Nell’animazione orientale si capisce soprattutto un grande principio, per il quale i buoni possono sembrare anche cattivi, o viceversa. Ghilardi ricorda che la vicenda conflittuale ha più “sfumature” all’interno di se stessa. L’eroe affronta il nemico; ma questo in qualche modo è già dentro di lui. La battaglia sul campo (armata) spesso ha un’essenza per così dire “più sfumata”.

Le semplici diversità di vedute avviano una situazione di crisi. Questa crescerà nell’antagonismo. Il conflitto vero e proprio accade alla lunga. L’eroe delle anime giapponesi affronterebbe il suo nemico da una vicenda psicologica. Ghilardi spiega che il lieto fine può essere solamente “parziale”. Le anime giapponesi mostrano la vittoria dell’eroe sul nemico. Esse tuttavia preferirebbero che lì una tensione del momento paradossalmente perduri. Talvolta il lieto fine causa nuovi problemi. L’eroe batterà il nemico, ma non la tensione psicologica nel farlo, che nel frattempo avrebbe potuto cambiargli il carattere. Le anime giapponesi insegnano allo spettatore l’inesauribilità della vita. Questa è incapace di fermarsi, davanti ad una sola vittoria.

Nelle anime giapponesi, le pose dei personaggi frequentemente si percepiscono in via robotica (nei combattimenti, nelle “discussioni” più accese, nelle risate ecc…). Questo si può visualizzare con una fenomenologia molto interessante. Nella cultura dei giapponesi, il samurai utilizza lo scontro (con la spada e l’arco) in prevalenza per stare “alle soglie” dell’Aldilà. A lui serviva un’esperienza “pericolosa”, dove le sue probabilità di sopravvivere o morire si calcolassero uguali. Combattendo, il samurai passava più momenti tramite cui avrebbe potuto (misticamente) scendere negli Inferi, e poi risalirli. Era un modo per “allenarsi” all’ineluttabilità della morte.

Nelle anime giapponesi, il maestro deve sottoporsi con costanza ad un severo tirocinio, pure per dominare il proprio sé. E’ la percezione dello shugyo, per cui ci si toglie la “ruggine” dal corpo, al fine di divenire nell’animo una spada lucente ed affilata. Un buon esercizio prevede il bushi, lavandosi sotto una cascata impetuosa. Il vero guerriero è colui che sa risollevarsi dall’ineluttabilità d’una caduta. Prima di tutto, bisognerà vincere se stessi. Il combattimento rivelerà misticamente un alter-ego. Per la tradizione giapponese, chi pratica un’arte marziale letteralmente dovrà “assorbirsi” in un processo (P.S. dalla parola keiko). La forza fisica s’accompagnerà a quella interiore. In generale, l’arte marziale non sarebbe solamente da applicare (contro qualcuno o qualcosa). Essa dapprima trasforma il di chi la vive. Così, noi la percepiamo “nell’assorbimento” del corpo verso lo spirito.

Ghilardi ci ricorda che, nelle anime giapponesi, la dimensione del tempo spesso è molto dilatata. Pensiamo, per esempio, alla serie Holly e Benji. Prima che il calciatore segni il gol, la sua corsa in campo ci parrà interminabile (se non addirittura da rimandare… alla puntata successiva!). Ghilardi spiega che, nella mentalità orientale, la dimensione del tempo più che da misurare è da vivere. Nel caso del calciatore Holly, bisognava capire la sua emozione al momento d’attendere il gol.

Ricordiamo che in Giappone agli inizi d’Aprile c’è la festa dei ciliegi (o meglio Hanami). Le persone ammirano i loro fiori, cogliendone la brevità d’apparizione. Nella mentalità orientale, la vita ha una qualità essenzialmente effimera. L’essere chiamerà sempre il nulla.

Citiamo anche la filosofia di Heidegger. Per lui, necessariamente ogni uomo “si trova” ad essere, avendo un proprio mondo. Presa una dimora, quasi si percepirà di “cavalcare” l’esteriorità. Sempre ci troviamo ad essere, “sbattuti” dal presente che già trapassa. Ne deriva che noi abiteremmo solo “nella zattera” del Mondo. Il filosofo Tsujimura cita un passo del Buddismo Zen, per cui Immenso fluisce il fiume, così come fluisce; rosso fiorisce il fiore, così come fiorisce. Anche la natura quindi “si troverebbe” ad essere. Il fiume od il fiore si percepiranno nel loro “cavalcarsi”, sotto l’universalità del Tempo.

La natura si dà come tale in quanto “aperta”, così da trapassare immediatamente. Heidegger cita un verso di Silesio: La rosa è senza perché; fiorisce perché fiorisce. Conterà unicamente la propria “apertura” nel Mondo, avendo una vitalità che “cavalchi” il Tempo. Fra il 1926 ed il 1940, Taneda percorse a piedi ben 28.000 miglia! Egli compose poi un haiku davvero a tema: Usando una pietra come cuscino, mi lascio trasportare attraverso le nuvole. Il cammino permette una trascendenza spirituale. La vita ha un inizio (la nascita) da rimandare immediatamente al suo termine (la morte). Camminando, noi prenderemmo coscienza di questo, soprattutto spiritualmente.

Esteticamente, il buon bonsai deve sembrare anche asimmetrico, se un vivente si dà come tale nella propria deformazione, ad esempio per crescere. Inoltre, tutta la realtà ha un’impermanenza temporale. Qualcosa che respingerebbe la stasi del simmetrico. Il bonsai avrà la semplicità della naturalezza, senza l’artificio del rigoglioso. Nella cerimonia del tè, le tazzine in ceramica raku ed i mestoli di bambù sono scelti essenzialmente in quanto funzionali, dove l’asimmetria si percepisce al suo distacco (contro la cattura degli intarsi o delle laccature).

Ghilardi ha studiato esteticamente il noren giapponese. Là s’intende una tendina, che pende dallo stipite d’una porta, e si costituisce avvicinando più elementi fra di loro. Il noren marca il passaggio da un ambiente all’altro, senza per questo separarli nettamente. Posta all’altezza degli occhi, la tendina funziona come un’insegna, nei luoghi pubblici. Per Ghilardi, il noren ci avverte che pure l’attraversamento d’una porta richiede una buona concentrazione.

Il regista Tarkovskij sceglie lo haiku che recita: La lenza delle onde ha appena sfiorato in corsa la luna piena. Nel suo pensiero, tale suggestione ci darebbe la “compattezza” nell’osservazione della vita. Qualunque haiku si percepisce come essenziale, descritta una certa situazione dell’ambiente. Nel caso della nostra osservazione, bisogna che quella letteralmente “si compatti” sulla profondità. Immaginando liricamente qualcosa, noi tendiamo a “ri-configurarla”. Un haiku eviterebbe che la “vena” astratta del pensiero più banalmente si disperda nella coeva profondità della visione (se porta la seconda a ricompattarsi sulla prima). C’è una ri-configurazione della realtà, ma verso la sua essenzialità. Considerando la nostra osservazione, questa acquisterebbe una “vena” per così dire vitale: I singoli organi ricompattano l’interezza del loro corpo, permettendogli di “funzionare”. La vitalità non si ri-configura, giacché va avanti. Il suo funzionamento avrà sempre una “vena” di tipo ricompattante. Tarkovskij cercava un’inquadratura essenziale, benché negli “organi” di se stessa, favorendo che noi la percepissimo come “viva”.

C’entra forse una cinepresa “a tendina” per così dire “epidermica”? Ci pare che tutta la caratteristica compattezza dello haiku, a livello stilistico, serva a far coincidere “l’animazione” della lettura sulla “concentrazione” della visione. E’ sempre la spiritualità essenziale d’un cuore, ma “da dilatare”, sino alla “prossima coincidenza” fra le due domande < Da dove vengo? > e < Dove me ne andrò? >. Un esistenzialista usa la coscienza ricompattando l’esteriorità, avente per lui un “animo” letteralmente “a pelle”. E’ il cuore dalla “lenza” intellettuale, per così dire.

PAOLO MENEGHETTI   ©2017

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