(N.1 al mondo su 313.000 entries con la rubrica “Suggestioni e percorsi poetici” come potete verificare qui – ed anche  nel contesto di “Art & Culture” N.1 su 60.700.000 come potete verificare clickando qui )

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… clickando qui trovate la  1. parte…

Sono due anni che su Appealpower scrivo articoli di “Poesia raccontata” e sono giunto al termine del percorso che mi ero prefissato in partenza; questo non significa che non scriverò più articoli così, ma solo che se lo farò quegli articoli saranno delle tappe precedenti da inserire eventualmente qua e là. Perché il percorso si conclude con un grande interrogativo ed uno più specifico conseguente: Poesia è follia? ma io sono folle? La risposta al quesito fondamentale (“this is the quest”) si può rintracciare a spizzichi e bocconi nei vari articoli, nelle vicende dei molti poeti e nei loro versi. In estrema sintesi risponderei che… se follia è sentire e vedere cose che altri non sentono o non vedono, se le medesime e delle altre cose assumono proporzioni smisuratamente dilatate o estremamente ridotte, se è immaginarsi una strada dove non c’è o non vederla quando è uno stradone asfaltato, se è o sembra volteggiare arrampicandosi sulle dimensioni del Tempo e dello Spazio e se è nutrire l’ambizione di abbracciare tutto il mondo, meridiani e paralleli compresi, e che per far questo una vita non basta… sì, è follia! Sì follia pura, come in fondo tutta l’arte, come ogni percorso creativo. Perché Poesia è creare un mondo e creandolo si dà vita ad un’irrinunciabile dicotomia con quello che già esiste. Non portatemi l’esempio dei molti cantori ufficiali di stati, ideologie, religioni, mode e via dicendo dal momento che non sto parlando di scrivere versi, io sto parlando di Poesia. Cosa sia e cosa non lo sia mi auguro di averlo illustrato bene negli articoli precedenti ad esempio quando ho parlato della Bellezza in contrapposizione al bello riconosciuto o di Campana e dei vociani o di Emily Dickinson mai pubblicata o dei processi ai libri di Baudelaire e Ginsberg o all’oblio e alla rilettura conveniente di Pound o al maledettismo di Rimbaud o… mille altri “o” lungo quel filo rosso da srotolare da Omero ad oggi. Considero la Poesia come un organismo tipo il corallo e ogni poeta come uno dei polipi che lo modellano dandogli forma e vita. Senza corallo i polipi non vivrebbero e senza i polipi il corallo non esisterebbe. Uno scambio continuo di vita per un’ininterrotta crescita lunga quanto la vicenda umana. Ma il tutto avviene in un mondo reale, o meglio vari mondi reali epocali, e lo stridere palese con il senso comune si manifesta nelle vite di molti poeti, alcuni dei quali sono quelli sopracitati. Questo spesso ha fatto gridare a pazzia, la classica follia di chi è diverso, magari di un diverso incomprensibile ai più, quel diverso di chi rimane immobile ad osservare un cielo o un muro. Marina Cvetaeva dichiara di dover rinunciare all’amore per non perdere la possibilità di “godere” profondamente alla vista di un albero. Immagino starete pensando: “certo che è follia questa”, si lo è (?), almeno sembra ma Garcia Lorca attendeva il sopraggiungere della sera “quando il mare si unisce la cielo e tutto diventa l’isola dell’infinito”. Pensare al mondo come tutto, mi sembra sufficiente, pensare al Tempo come non ci fosse, come Ginsberg dipinge se stesso e gli altri poeti della sua generazione: “gettavano gli orologi giù dal tetto per esprimere il proprio voto a favore di un’umanità al di fuori del Tempo”. Infatti io mi sento molto più vicino a Euripide e Orazio di quanto non mi senta alla maggior parte dei sette miliardi ed oltre oggi viventi sulle terra, eppure non verrete mica a dire a me che sono un passatista! Mondi diversi, diversi tempi, diverse velocità, soprattutto diversi contenuti. Non in senso orizzontale perché la Poesia moderna ha rivendicato l’inalienabile diritto a parlare di ciò che vuole, ma in senso verticale perché questi tre millenni hanno evidenziato che la Poesia esiste e continua ad esistere solo quando scava nell’interiorità ed esce fuori raccontando e proponendo sensazioni, sentimenti, visioni. Poi parliamo pure di tramonti, amori traditi, focacce o “puffini dell’Adriatico”, non importa, di tutto ma in maniera assolutamente personale, intima ed universale, poetica appunto. Mondi diversi e se il mondo reale non ti vuole, comprende o accetta, o se tu non lo vuoi, comprendi o accetti, ecco la frizione e fra mondo e poeta chi ha gli strumenti è senz’altro il primo. Spesso ai poeti non è rimasto altro che scrivere, beh in fondo è quello che hanno sempre fatto meglio. Spesso le istituzioni hanno mal digerito quello che veniva scritto e così esili, condanne, censure, internamenti, insomma silenziatori vari. Il silenzio molto spesso in Poesia è poco, forse nulla, sicuramente tragedia; il peggiore dei mali per chi ha nella parola lo strumento della propria arte. Se sicuramente a determinare la poca compatibilità fra poeti ed istituzioni varie altro non sono state che le proprie nature, forse ad accentuare l’icona del poeta folle sono stati proprio quegli esili, le condanne, gli internamenti. Quando il divino Augusto esilia Ovidio nella sperdutissima Tomi secondo voi ai più chi è sembrato lo strano? E così via sino alle poetesse iraniane ree innanzitutto di essere donne, poi di scrivere, poi di scrivere di se stesse e del loro mondo. Ma un Poeta deve scrivere e non può scrivere altro che così. Dante ammette per sé il peccato di superbia e cosa altro può apparire la fierezza per il proprio essere, qualunque esso sia, e l’urgenza di manifestarlo? Sembra un continuo poetry pride che insegue il domani. Va bene folli per il mondo, inebriati di se stessi e, a volte, di filtri d’amore, assenzio, oppio, pasticche ma… concludo la tranche del discorso con una piccola testimonianza sul manifestarsi della Poesia. Capita di leggere proprie poesie a premiazioni, presentazioni, manifestazioni o eventi davanti ad uditori improvvisati o semplicemente non interessati che per tutto il tempo si fanno leggere sui volti il noninteresse alle parole che volano nell’aria, legittimo certo. Capita alcune volte all’improvviso di cogliere su uno o più di quei volti come un destarsi, un interesse improvviso, un qualcosa che li ha colpiti, sembra uno stargate fra il noi e il loro, credo il momento più alto della Poesia. Perché la Poesia non è per i poeti: è per tutti, anche se fanno credere il contrario, chi? Beh innanzitutto i nonpoeti che quanto più aristocratizzano il proprio essere tanto più vengono riconosciuti e poi a pioggia molti altri come l’industria dell’editoria che dalla Poesia non ha nessuna fonte di guadagno e quindi non la riconosce o ne propone un’immagine antiquata e parziale per guadagnarci qualcosa. Poi dall’industria dell’editoria che vede nei poeti una discreta fonte di guadagno, non vendendo i libri dei poeti ai lettori, ma vendendo ai poeti i loro stessi libri: un ossimoro che è realtà, una realtà che chiude la Poesia nei cassetti o nelle pen drive. Verrebbe di nuovo da chiedersi se sia Poesia o no, ma non lo faccio perché conoscete sia la domanda che la risposta che darei. Poi… insomma ci siamo capiti.

Alla seconda domanda non rispondo, non faccio questo tipo di outing (per ora). Semplicemente faccio alcune considerazioni… certo che i poeti che amo maggiormente, quelli che sento più miei, quelli con il doppio nodo sul mio filo rosso… intorno ai trenta anni tramite Edoardo Sanguineti “conosco” Dino Campana: una folgorazione assoluta, non amo le sue poesie né le sento mie, semplicemente sono parte di me, sono la cosa del mondo passato e presente che conosco meglio e che sento più mia. Campana vive fuori e dentro i manicomi sino ai trentatré anni quando viene definitivamente internato. Altro mio punto di riferimento e maestro di Campana è Walt Whitman che se pur oggi è considerato un poeta nazionale in vita subì, anche se meno di molti altri, un certo ostracismo a causa della propria omosessualità. Stessa cosa, ma con effetti molto più grandi per il poeta che considero più importante del Novecento: Federico Garcia Lorca, giustiziato perché socialista ed omosessuale. Sono cresciuto leggendo in francese le poesie di Arthur Rimbaud, il Mozart della Poesia che a venti anni l’aveva già rivoluzionata ed a venti anni l’ha abbandonata per fuggire ai confini del mondo facendo il mercante d’armi e, forse, di schiavi: un auto-reietto. Auto-esiliata Emily Dickinson e “il senso di riverenza che provo per lei e per le sue poesie non lo provo per nessun uomo vivente o morto, per nessuna entità, per nulla al mondo”. Marina Cvetaeva e Antonia Pozzi suicidatesi una per disperazione l’altra per “destino” sono per me i più grandi poeti donna del Novecento, suicide entrambe come Saffo, l’antica più moderna di tutti. Poi il discussissimo Ezra Pound, filofascista, filonazista ma chi se ne importa, perché sì, perché un poeta è le sue poesie e leggete Pound e venitemi a raccontare se… dodici anni di manicomio. Allen Ginsberg ricoveri in manicomi e cliniche di riabilitazione. Direi anche Friedrich Nietzsche, che magari poeta non è ma è senz’altro molto poetico, considerato quasi l’icona della follia. E mi fermo qui con gli esempi, ma sono loro quelli che sento più vicini lungo il filo rosso. Emerge una certa fascinazione per poeti di questo tipo: vicende umane travagliate, estremizzate ma in ognuno emerge incontrovertibile e primaria l’esigenza di essere se stessi di esprimere la propria poesia, ad ogni costo, che lo vogliate o no, qualsiasi cosa mi facciate, sino a che ce la fanno. Risulta chiaro lo sfinimento delle forze in Rimbaud, nella Cvetaeva, in Campana, nella Pozzi, sino a che ce la fanno appunto. Come in un braccio di ferro continuo dove combatti senza arrenderti, ma ad un certo punto non ce la fai più e restano le tue poesie per chi le vuole e per chi le vorrà. La felicità, la realizzazione personale non c’entrano, c’entra soltanto il rapporto con la Poesia e con chi ti leggerà. Di tutti questi forse un discreto “successo” in vita possiamo dire che lo abbia avuto solo Garcia Lorca (per il teatro più che per la poesia), ma sappiamo cosa gli ha riservato la vita. A volte sembra che i tempi non siano mutati e che o si è “cortigiani” o non si può essere poeti, ma se si è cortigiani non tutto si può scrivere e quindi non si è Poeti, un bel casino. Allora dico che è il rapporto con il mondo il nocciolo di tutto e se vedo quale è il mio rapporto con il mondo, beh… inoltre personifico la Poesia in Ophelia, la promessa sposa del Principe folle, uccisa ma che vive ancora, pallida perché esce di notte e si mostra solo a chi vuole lei.

Folle o non folle ormai diversi anni fa ho scritto il mio manifesto letterario  della quale riporto alcuni brani.

da NOVECENTA:

“Immagina… (se puoi)
esser poeta al confine del mondo
nello scorcio di un secolo già finito
ma che forse deve ancora cominciare.
Come volesse dire qualcosa “esser poeta”
quando le mele hanno tutte lo stesso sapore:
gialla rossa verde; dolce? mmm poco,
aspro? ancora meno, allora? di mela e basta.
Eppure se io lo dico, se anche tu lo dici
una qualche accezione la avrà!”

“C’è pure un senso nell’esser poeta, non trovi?
Non certo suonar la zampogna a Natale
e con le mani tese portare il lamento
nei regni assoluti di gerbidi merciai:
ascoltate signori questa musica,
son l’arcade solitario che la suona
alla sua pecora che non s’annoia,
dammi Epulone due briciole almeno,
sia la tua grazia e la mia gloria.”

“…sono l’eterno quindicenne trasandato
che non vorresti mai fidanzato di tua figlia.
Che sia questo esser poeta?”

 

Qui l’intera poesia: https://appealpower.com/2016/05/23/il-manifesto-letterario-by-eenato-barletti/

Renato Barletti ©2017

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Suggestioni e percorsi poetici

“CONOSCERE IL TEATRO: ORIGINI ED EREDITÀ”