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La Commedia nasce e si sviluppa sulla scia della Tragedia e da essa deriva le modalità della rappresentazione scenica e i luoghi e i periodi delle festività durante le quali si tenevano gli agoni. Il registro però cambia di centottanta gradi e l’ironia, la burla, la presa in giro e la messa in ridicolo saranno il focus delle commedie. Molto raramente fra i personaggi si possono trovare divinità o personaggi mitici (se capita è in parti molto piccole e secondarie) e i protagonisti delle vicende sono gli uomini, anzi sono i cittadini. Perché la Commedia Antica si radica nella polis, è pertanto innanzitutto politica, politica nel senso stretto del termine raccontando, analizzando e mettendo in ridicolo la vita dei cittadini che hanno la possibilità di incidere sulla vita della società nella quale vivono. Fra sogno e disincanto come qualsiasi attività umana. Ogni cittadino davanti alla scena si riconosce in un personaggio o nel suo alter ego e le vicende, seppur metaforiche, estremizzate e paradossali, sono quelle della vita di tutti i giorni. La tradizione indica tre grandi commediografi: Aristofane, Cratilo ed Eumolpo, ma noi conosciamo soltanto il primo in quanto degli altri due non ci è giunto nulla. Ultimamente ho letto una pubblicazione che si basava su questo assioma: “non c’è nulla in Aristofane che non faccia ridere”. Commedia diventa sinonimo di riso e Aristofane di Commedia e realmente ad suo spettacolo si rideva e molto, dal momento che le sue opere sono intrise di ironia laconica e parossistica e di spirito farsesco tendente al ridicolo. Però ogni iperbole, ogni caratterizzazione, ogni tematica sono in diretto riferimento con la vita della poleis, quindi con la vita di chi assisteva allo spettacolo. Il legame fra scena e vita è il medesimo di quello della prima fase della tragedia, cambia la prospettiva, il tenore del discorso e, probabilmente, il ritmo più incalzante. Aristofane individua alcuni aspetti “critici” e li dilata e rimodella allo scopo di mostrare la loro negatività ai cittadini, chiamando questi ultimi a riflettere e ad agire per volgerli alla positività. Parlando di Euripide (nemico di Aristofane) ho definito fra virgolette Aristofane conservatore, lo è verso l’impostazione della civiltà greca, ma di fatto è soprattutto un riformista. La sua poetica mira sì al mantenimento dello status quo generale della poleis, ma si pone come motore per l’evidenziazione e la soluzione delle problematiche. Aristofane chiama il pubblico a cui si rivolge ad impegnarsi in questo e quel pubblico di cittadini può e vuole farlo, deve farlo per sua propria natura. La funzione della commedia, del riso, è importante, direi fondamentale, per quella società. Per fare un confronto di epoche si può prendere il racconto del Medio Evo che fa Umberto Eco ne Il Nome della Rosa e vedere quanto diversa sia la posizione del monaco Jorge su un ipotetico secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato alla Commedia (libro probabilmente mai scritto, ma che in età ellenistica e protocristiana si credeva lo fosse stato). Il senso dell’aggettivo “politico” sta nella funzione che un qualcosa ha nei confronti del mondo circostante, quindi della Commedia verso la Poleis: ruolo fondamentale qui e immondo in un altro tipo di società. Cambia lo scenario, non esiste democrazia e non ci sono più cittadini e di conseguenza la Commedia non ha più modo di esistere. Il riso della Commedia è motore della catarsi di situazioni oggettive, infatti Aristofane risolve sempre l’intreccio con la soluzione del problema con e senza deus ex macchina, e i finali sono quasi sempre banchetti per le vie ateniesi.

Aristofane propone l’utopia dissacrando il potere. Il meccanismo delle sue commedie consiste nel presentare un “argomento” problematico della vita della poleis in modo deformato per poi proporre alcune volte una risposta ancor più grottesca oppure altre volte semplicemente una di buonsenso. La soluzione della problematica c’è sempre. Nel primo caso, dopo la proposizione di un’alternativa ancor più macchinosa e deleteria, si comprende palesemente che non si può rimediare ad un male con un altro male e quindi il criterio del buonsenso appiana la questione. La soluzione non sta mai nella riproposizione dello status quo ante, semmai in una mediazione che porta al superamento del problema. Nel secondo il criterio del buonsenso appare immediatamente quale contraltare del problema e si manifesta in scena, ma soprattutto sugli spalti. Sì, perché sono gli spettatori/cittadini a dover comprendere l’assurdità di alcune situazioni, confrontarle con la vita di tutti i giorni e poi capire come porvi rimedio e, soprattutto, dal giorno dopo adoperarsi per porvelo concretamente. Questa è la linea che unisce inscindibilmente la Commedia Antica alla poleis: la Commedia Antica come paideia per tutti i cittadini che insieme devono reggere la cosa pubblica. Non sono mai i personaggi a dover cambiare, i personaggi sono solo espedienti per mettere in scena il problema che Aristofane vuole prendere di mira e gli spettatori potevano anche non indentificarsi con i personaggi, ma sicuramente ogni spettatore riconosceva nell’agone una situazione della quotidianità. A me piace definire il Teatro Greco in generale e la Commedia Antica in particolare teatro attivo, proprio per il ruolo dello spettatore che non è mai solo spettatore ma parte integrante del percorso che si dipana sulla scena. Risulta chiaro che un simile meccanismo può sussistere solamente dentro un sistema democratico in cui i cittadini abbiamo reale possibilità di incidere nel processo decisionale, direttamente senza vincoli di rappresentanza. La poleis era questo; una democrazia diretta senza rappresentanti eletti. Pensavo a due esempi per illustrare le due strutture delle commedie aristofanesche e mi sono venuti in mente Le Donne all’Assemblea e La Pace, però prima voglio ricollegarmi all’ultima parte del discorso per mettere in evidenza cosa si intende con democrazia ad Atene e come sia diversa dall’immagine che ne abbiamo oggi. Io ho scritto Le Donne all’Assemblea, ma troverete altresì in articoli e pubblicazioni Le Donne al Parlamento, ecco per me questa seconda traduzione è semanticamente sbagliata, inaccettabile. (Tradurre è sempre un po’ tradire, appare chiaro già dalla radice comune dei due verbi. Portare in un’altra lingua significa interpretare e riprodurre, quindi ogni traduzione è una sorta di riscrittura dell’opera; il traduttore sceglie quale linea prendere e riscrive. Le possibilità sono molteplici, da una traduzione quanto più possibile fedele ad un’altra estremamente creativa, fermo restando che fedeli al cento per cento non si può essere e creativi al cento per cento non si deve essere. Per i titoli invece no, un titolo deve essere tale quale a come lo ha messo l’autore, altrimenti non si tratta di tradurre un’opera ma di scriverne una originale). Le Donne al Parlamento è inaccettabile per un discorso di sostanza non di terminologia. Il titolo originale è Ekklesiazousai e l’ekklesia è l’assemblea del popolo, un’assemblea partecipativa, aperta a tutti i cittadini; il parlamento è un’istituzione moderna che comporta una rappresentanza, un’elettività nel caso delle democrazie moderne. Ad Atene non solo non esisteva il parlamento, ma nemmeno il concetto di parlamento. Pertanto le donne ateniesi vanno all’Assemblea cittadina, beh vorrebbero andare, Aristofane ce le fa andare. La status quo da superare in questa commedia è la stagnazione politica, ovvero un’assemblea che non decide nulla in un’Atene prostrata da molti anni di guerra. L’assemblea era composta da tutti i cittadini maschi e le donne ateniesi con un colpo di mano li estromettono sostituendosi a loro. Seppur partendo da buoni propositi, le leggi che promulgano sono assurde ed esagerate e, ovviamente, foriere di risate continue, perché non dimentichiamo che durante tutta la commedia (tutte le commedie) si ride. Si ride per la messa in ridicolo dello status quo, per il parossismo delle proposte e per l’assurdità delle attuazioni contrarie, si ride secondo tutti i registri: c’è la risata grassa, quella sarcastica, quella derisoria, l’ironica ed infine la liberatoria. Aristofane non dice né che le donne dovrebbero essere ammesse all’assemblea del popolo né il contrario, vuole porre l’attenzione sul malgoverno che c’era in quel momento nella poleis e avvertire che se la situazione non cambierà potrebbe dare adito a sviluppi deprecabili. Era ancora fresco il ricordo della dittatura dei Trenta Tiranni, ma soprattutto la vera negatività era rappresentata dall’interminabile guerra contro Sparta che stava mettendo in ginocchio Atene e l’immobilismo dell’assemblea era dovuto al semplice fatto di spendere tutto per sostenere la guerra per oltre trenta anni. Le donne della commedia attuano misure drastiche ed estreme che presto si rilevano assurde e di iniqua applicazione, Presentano uno sproposito in risposta al problema, uno sproposito che crea ulteriore caos. Ecco il percorso che Aristofane suggerisce: c’è immobilismo e spreco di risorse; attenzione perché prima o poi qualcuno reagisce; le donne, che simbolicamente rappresentano una parte della poleis che però potrebbe essere anche un’altra (i vecchi, i contadini, i mercanti e via dicendo), promuovono una rivolta e approvano leggi smodate; le nuove misure non risolvono la questione, anzi prospettano nuove problematiche; ecco il buonsenso che fa comprendere che non si può amministrare la poleis alla maniera delle donne; ma anche che non si può più amministrarla come si sta facendo; quindi superamento dello status quo ante con il superamento dell’immobilismo, poi si può terminare con il solito banchetto per le strade di Atene. Questo sulla scena, certo la parte più importante tocca a tutti il giorno dopo dandosi da fare nella vita reale. Il problema della guerra è molto sentito da Aristofane che comprendeva benissimo quanto fosse deleteria, vorrei ricordare che in pratica essa ha significato la rovina di Atene e l’inizio della fine della civiltà greca. Molte sue commedie trattano l’argomento e sicuramente Aristofane può essere considerato un pacifista. Illustro la seconda modalità attraverso la commedia La Pace (Eirene, la dea della pace), scritta trenta anni prima durante la Guerra del Peloponneso ma pochi mesi dopo la pace di Nicia che stipulava un armistizio di cinquant’anni fra Atene e Sparta (dopo sei anni si ripresero le ostilità). Durante la guerra il protagonista, un ateniese di nome Trigeo si dirige sull’Olimpo per chiedere agli dei di intervenire e porre fine al conflitto, ma gli dei per sdegno se ne sono andati, è rimasto solo Hermes per dare notizia agli uomini della cosa. Gli dei si sono disgustati della bellicosità degli uomini e li hanno abbandonati al loro destino, unica divinità della quale non si sa dove sia è proprio Eirene. Si scopre che il gigante Polemos (nomem omen) l’ha rapita e la tiene prigioniera in una grotta serrata da enormi macigni con i quali il gigante ha intenzione di distruggere le città greche. Il simbolismo è chiaro: la guerra porta via la pace e se non si rimedia distruggerà tutto. Il rimedio è altrettanto chiaro, questa volta non servono elucubrazioni particolari: bisogna liberare Eirene. Ma questa è un’impresa e per farla bisogna organizzare una spedizione con le forze di tutte le poleis greche. Trigeo è il motore di trattative, ovviamente buffe, in giro per la Grecia, ma l’arte della diplomazia sembra ormai essere dimenticata dai greci e così, in un turbine di equivoci e fraintendimenti, si comprende che gli unici ad avere davvero intenzione di liberare la pace sono i contadini. A pensarci bene sono loro le più grandi vittime della guerra, quelli maggiormente toccati anche se poi le carestie colpiscono tutti. I contadini aiutano Trigeo a liberare Eirene e la pace torna nell’Ellade. Il criterio del buonsenso è scontato, difficile da far comprendere ai personaggi della commedia, ma di una logica banale, tautologica: solo la pace pone fine alla guerra. Chissà, se questa logica banale di Aristofane fosse stata presa a modello dall’umanità quanto diverso sarebbe stato il destino dell’uomo nei successivi ventiquattro secoli!?! Il finale consiste in un lussuoso e lussurioso banchetto nuziale per festeggiare Trigeo che sposa Opora, una divinità dei raccolti. Finisce la guerra e ricominciano le attività umane e soprattutto “non si venderanno più armi, non si mangerà più pane e cipolla e non si getteranno più vite umane in assurde guerre”.
Aristofane continua…

Renato Barletti ©2017

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