… clickando qui trovate la 2. parte …

Si leggono e ascoltano ovunque e sempre dibattiti e discussioni, quando non proclami, per stabilire cosa sia cultura e cosa significhi classico. Personalmente le trovo quasi sempre sterili ed inutili, ma oggi voglio intervenire puntualizzando il mio punto di vista, senza commenti, polemiche o altro:

  • cultura è un patrimonio “vivo” che si tramanda, non è erudizione e nemmeno conoscenza inarticolata e fine a se stessa, ma la capacità di mettere in relazione persone, idee, fatti ed opere nel Tempo e nello Spazio. Fare cultura significa sia ampliare la conoscenza e la coscienza collettiva che proporre nuovi “momenti” che diventano o diverranno cultura a loro volta”
  • classico è chi propone tematiche, personaggi, trame e storie che toccano i “motivi” dell’animo umano e la vita dei consorzi umani travalicando i propri confini nel Tempo e nello Spazio. Essere classici significa relazionarsi con l’universale e presentarlo ad ogni possibile uditorio attraverso le varie forme espressive”

Aristofane nelle sue commedie propone gli argomenti della poleis che mutatis mutandis possono essere riconosciuti da tutti e ricondotti al proprio orizzonte spazio/temporale. Certo necessita un minimo di elasticità, ma se non la si ha non si inizia neppure questo discorso e non si legge Aristofane e non si assiste alle sue commedie. Il discorso fatto precedentemente verte proprio sull’elasticità mentale che permette di mettere in connessione opere ed autori con il proprio mondo, con la propria vita, con se stessi. Propongo gli spunti da due commedie (Lisistrata e Pluto) e invito a sovrapporre situazioni e problematiche con altrettante attuali.

Lisistrata è una donna che, stufa della perdurante assenza del marito, riunisce un po’ di donne, non solo ateniesi, per proporre contro la guerra una sorta di sciopero del sesso da sostenere sino a che non sarà firmata una pace convincente. Ritorna il tema dell’infinita guerra fra le varie poleis greche e fra le donne che con un colpo di mano occuperanno l’acropoli c’è anche la spartana Lampitò. Il pretesto è l’assenza dei mariti e il conseguente forzato digiuno sessuale, ma l’argomento in ballo è la guerra, la guerra civile che sta spazzando via tutto. Soprattutto è da rilevare che per la prima volta un gruppo di donne prende un’iniziativa politica; le donne come “classe” che sino ad allora non aveva voce in capitolo e non credeva di poterla mai avere. Aristofane propone uno scenario dove il mondo si rovescia, dove i sottomessi prendono il potere, dove trovano l’accordo donne di città rivali. Le donne sull’acropoli come prima misura tolgono i finanziamenti alla guerra creando, se non una fine del conflitto, almeno uno stallo dei combattimenti. La cosa non può certo essere accettata dagli uomini ma vorrei proporre a questo punto due sovrapposizioni fra uomini e vecchio potere e donne e nuovo potere. Ci sono tutta una serie di interventi atti a ristabilire la situazione che, ovviamente in maniera ridicola e farsesca, sembra precipitare in atti di violenza che potrebbero addirittura culminare con l’incendio dell’acropoli, quindi con l’uccisione di tutte le donne. Le donne comandano con polso dimostrandosi però molto aperte a possibili trattative e ricevono un inviato del vecchio governo che nel confronto con Lisistrata si dimostra molto ignorante ed approssimativo riguardo alle problematiche reali. Il commissario sembra incarnare tutti i crismi del malgoverno: ignoranza, assuefazione al potere, proposte fumose, demagogia e nulla di più; Lisistrata si dimostra molto acuta nelle analisi e nella proposta dei provvedimenti da prendere. Chiaramente lo sciopero del sesso è un espediente da commedia tipico di Aristofane, non è un rimedio, ma un ulteriore fattore di ridicolo verso una classe politica che proponeva solo guerra. A questo punto Aristofane propone un’innovazione tecnica facendo andare un semicoro a trattare con le donne, chiaramente è composto da uomini che si presentano ragionando così: “se cediamo, se concediamo loro un minimo appiglio, non ci sarà più mestiere che con la loro determinazione non riusciranno a fare”. Questo è il nocciolo della questione: non ammettere nessuna dignità alla controparte che altrimenti avrebbe il diritto di esprimere la propria opinione sempre. Gli inviati sono per lo più vecchi e poco tollerano possibili cambiamenti, sono molto avvezzi al politichese e non accettano una controparte propositiva, sono soprattutto ottusi e non trovano nulla di meglio che proporre il sopracitato incendio dell’acropoli. Siamo al culmine della tensione, vicinissimi al punto di rottura: l’incendio sarebbe l’acme della follia di quella classe politica; risulta chiara la metafora? Ma le commedie di Aristofane propongono sempre un superamento del problema ed un miglioramento dello status quo ante, così un secondo semicoro composto da vecchie donne si contrappone al primo. Le vecchie donne riescono con l’arma del buonsenso a fermare i propositi dei vecchi uomini evitando un tragico precipitare della situazione. La seconda parte della commedia si svolge tutta con situazioni buffe inerenti allo sciopero del sesso sino al finale con la concessione di molte delle richieste delle donne e la firma della pace con Sparta. Prima del banchetto celebrativo Lisistrata tiene un discorso durante il quale richiama i greci tutti alle loro radici comuni (panellenismo), il discorso però è irriso dagli uomini e “sporcato” con battute continue a sfondo sessuale, forse una sorta di revanchismo. Di fronte a Lisistrata però si riconciliano tutti: i due semicori che si uniscono e gli ambasciatori di Sparta con gli ateniesi. Lisistrata è la pacificatrice, è la donna che riunisce le donne di tutta la Grecia, è la prima donna a capo di un gruppo politico, è l’eroina comica. Mutatis mutandis la domanda da porsi è: potrebbe esistere oggi una Lisistrata? Non necessariamente una donna né un uomo, ma forse un gruppo di emarginati che proponendo soluzioni ragionevoli a problemi irrisolti possa riuscire a cambiare uno status quo iniquo e stagnante. La risposta ognuno la dia secondo il proprio punto di vista, se sarà significherà che crediamo ancora negli strumenti democratici; se sarà no vorrà dire che le nostre democrazie offrono margini partecipativi ben più stretti di quella ateniese… personalmente non ho troppi dubbi su come sia.

Il vecchio Cremilo, uomo povero ma retto, si rende conto di come nel mondo le ricchezze siano distribuite in maniera iniqua e soprattutto che a beneficiarne maggiormente siano i disonesti a scapito degli onesti. Con il servo Carione intraprende un viaggio per recarsi dall’Oracolo di Delfi a illustrargli la situazione e chiedere un vaticinio su come in futuro le cose cambieranno e cosa si dovrà aspettare per il proprio figlio. Breve inciso, l’Oracolo di Delfi è una delle istituzioni più radicate della grecità che si interpellava per le cose importanti, private e pubbliche, ed i suoi vaticini erano “sacri”. Un “luogo” a cui tutti facevano riferimento, come le Olimpiadi, come “i poeti” Omero ed Esiodo, come la scritta sul frontone del tempio: ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ (conosci te stesso). Chiedere un responso all’Oracolo di Delfi non solo era un atto religioso, ma anche una sorta di introspezione e la ricerca di un’illuminazione. L’oracolo per sua natura è sibillino e ti offre responsi lapidari ed enigmatici, anche in questo caso: “segui il primo uomo che incrocerai una volta uscito dal tempio”. Così farà Cremilo e inizierà a prendersi cura di un mendicante cieco che però si rivelerà essere Pluto, il dio della ricchezza. Ovvio, il problema esiste a causa della cecità del dio e bisogna guarirla al più presto per risolvere la situazione, poi ricchezza per tutti… ma non è così semplice. Infatti si presenta la Povertà in persona e si dimostra di parere opposto asserendo che la ricchezza solitamente rammollisce gli uomini privandoli dell’ambizione, che non è solo di avere ma soprattutto di essere. Qui non si tratta nemmeno di simbolismo, il messaggio è esplicito e pare una secolare tiritela dibattuta a lungo: Aristofane è comunista? Certo non lo può essere nel senso storico-filosofico del termine, ma questa commedia (e parzialmente anche alcune altre) propone una, oggi si direbbe, ridistribuzione della ricchezza a tutti. Siamo in una commedia e le situazioni sono deformate ed estremizzate, ma il discorso verte proprio su quello.  Cremilo non ascolta i moniti di Povertà e ben presto gli effetti dell’essere tutti ricchi si vedono e qui ci sono i momenti più prettamente comici della commedia. Prevale la caricatura e diversi personaggi si lamentano della ricchezza diffusa che fa perdere loro lavoro e occasioni, personaggi di tutti i tipi dalla vecchia che non trova più giovani amanti a pagamento, al sicofante (il cittadino che inoltrava le cause per violazioni della legge) che non ha nessun ladro da denunciare, a Hermes il dio degli affari e del commercio (del businness) che non sa più che fare, sino a Zeus stesso al quale nessuno offre più nulla. Sembra che gli uomini non abbiano più bisogno degli dei, sembra che gli uomini possano vivere serenamente e in pace. Questo è il messaggio (comunista o non comunista che sia) di Aristofane e la commedia si conclude con una sorta di corteo che accompagna Pluto al Partenone. A molti le “morali” aristofanesche potranno apparire semplicistiche e di poco pensiero, ma non è così. Ricordo che Aristofane era un viscerale anti-sofista, ovvero un nemico della retorica e dell’equilibrismo verbale a servizio della politica e il criterio della semplicità è di per sé uno schierarsi. Qualcuno pensa che per avere una società giusta, serena ed equilibrata sia meglio una iniqua distribuzione della ricchezza a pochi che una più equa a tutti? Ah già, lo pensano in molti, forse i più… Certo che al “comunista” Aristofane parrebbe strano che a pensarla in maniera diametralmente opposta a lui venticinque secoli dopo non siano solo i ricchi, ovvero i beneficiari della distribuzione sbilanciata della ricchezza, ma anche molti poveri, ovvero quelli che subiscono la cosa. Questi sono i misteri umani, forse solo superficialità, è difficile fare paragoni fra epoche così distanti e diverse, ma l’uomo è sempre l’uomo. Mutatis mutandis, però, la domanda è questa: potrebbe esistere oggi un Pluto? Non una divinità certo, ma un’istituzione o un movimento che si adoperi nel senso di una redistribuzione della ricchezza a quante più persone possibili. Non credo ci siano possibili risposte alternative (sì o no), ma un quasi unanime plebiscito… mistero dei misteri.

Lo scenario cambierà presto e dalla poleis si passerà al mondo allargato di Alessandro Magno e poi a Roma (oggi si definirebbe globalizzazione) e la Commedia Antica finirà con Aristofane per lasciare il posto ad un tipo di commedia incentrata sugli individui da prendere di mira con i loro difetti. La politica non sarà più il focus delle commedie. Ma nei successivi ventiquattro secoli sporadicamente, in autori o singole opere, riecheggerà la lezione di Aristofane, a ognuno di voi rilevare in chi ed in quali opere. Ogni volta che una commedia metterà in ridicolo aspetti della propria società rivivrà lo spirito della “commedia politica” di Aristofane… un classico che più classico non si può.

Renato Barletti ©2017

Potete seguire Renato ogni sabato in :

Suggestioni e percorsi poetici

“CONOSCERE IL TEATRO: ORIGINI ED EREDITÀ”