Il pomeriggio di una prima ha sempre un gusto particolare, non sai se rilassarti dopo tutto il lavoro di preparazione o se essere teso per l’imminente debutto. Solitamente non sento la tensione e mi rilasso preparando gli ultimi dettagli della scena, dei costumi, le luci, i suoni, qualche esercizio con la bocca e qualche scherzo con gli altri. Quella volta ad una certa ora sono andati via tutti e sono rimasto solo nel teatro e quella volta avrei dovuto ripassare la parte che, detto fra noi e che nessuno ci senta, non è che la sapessi proprio bene. Anzi avevo molte lacune e forse bella filata ne sapevo una metà e il resto traballante, ovviamente avrei dovuto ripassare e ripassare. Invece mi feci prendere dal fascino di un teatro vuoto con qualche luce di scena accesa e la scenografia montata e rimasi lì, in silenzio e con gli occhi a guardare tutto intorno; per la parte mi sarei arrangiato, in fondo l’avevo scritta io e tabula rasa nn ce l’avevo. Meglio le sensazioni, meglio respirarle in silenzio da solo, meglio lasciare andare il pensiero dove voleva seduto sul bordo del palco con le gambe a ciondoloni. Ma le sensazioni fanno presto a diventare Poesia e… in quel Tempo sospeso si sono presentate tutte dalla notte dei tempi, dall’adolescenza, dai primi passi su qualche palco, dalla prima parte recitata, dal primo spettacolo ideato, montato e messo in scena… con le gambe a ciondoloni giù dal palco di un teatro vuoto. Con un pennarello rosso e il retro della prima pagina del copione ho iniziato a buttare giù qualche parola che raccontasse quel crogiuolo di sensazioni, emozioni, ricordi, idee realizzate e cestinate; parole che volevano sintetizzare tutto questo. Un “rapporto”, una relazione con tanti alti e bassi, di quelle che ogni tanto ti lasci per qualche ipotetica pausa di riflessione e poi immancabilmente ti ritrovi quasi per caso, quasi perché altrimenti come faresti. Guardando la platea vuota e ricordandomi le molte viste da quassù, mi è successo una sorta di rovesciamento, un teletrasporto degli occhi in platea a rivedere scene già praticate. I primissimi passi a preparare sketch comici o demenziali da ragazzino, poi la prima parte a quindici anni: Malcom X con il guanto nero nel pugno sinistro. Ancora oggi ricordo quella parte a memoria e, quando mi capita di recitare (io che attore non sono), addirittura la uso come talismano la mattina della prima ripetendola e se la ricordo ancora è impossibile che poi la sera possa non ricordare quella nuova. Ricordi come fantasmi, “presenze”, compagni di viaggio e di avventura. Il primo spettacolo ideato e realizzato pochi mesi dopo a quindici anni; quello spettacolo fu la molla, la spinta che ti fa venire un’altra idea e ti dà la carica per realizzarla. Percorsi, tutti percorsi che partono da uno spunto che diventa proiezione, visione e quella visione che piano piano si materializza su dei fogli di carta, poi durante tutto il lavoro di preparazione sino alla prima… a quello che sarebbe avvenuto da lì a poche ore. E questo è il sentimento del “rapporto”: un’idea che si realizza sulla scena dopo un lavoro di preparazione, e devo dire che con il tempo ho imparato che quanto più è faticoso quel lavoro tanto meglio si realizza l’idea originale. Magia è la prima parola che mi viene in mente, perché è davvero magico “tradurre” in scena un pensiero, un’immagine, un frame e vedere poi tutto negli occhi degli spettatori, che guardano e partecipano con l’emozione che viene suscitata in loro. Li vedi quegli occhi cosa dicono e se è troppo buio per vederli li avverti insieme ai brusii ed i fiati sospesi; sulla scena ritorna un qualcosa che in scena ha preso vita, un boomerang emozionale che forse rappresenta l’unicità del Teatro. Un pubblico a stretto contatto, un pubblico vivo che si rinnova ogni volta ed ogni rappresentazione, seppur fedele alla precedente, è diversa, unica. Ed io che in letteratura sono un fervido paladino dell’opera aperta, ecco in teatro è e sarà sempre un’opera assolutissimamente aperta.

E il  pennarello sul retro della prima pagina del copione, sempre con le gambe a ciondoloni giù dal palco di quel teatro (per poco ancora) vuoto:

PALCOSCENICO

quando afferro un sipario me lo avvolgo come uno scialle
sullo scricchiolio di sei assi di legno incollate ai piedi
come ali di un tappeto volante sopra platee sconfinate
lambendo leggero palpebre dischiuse nella penombra
di un occhio di bue puntato sui miei passi di scena
sul fumetto delle mie parole scandite piante e sorrise
a riecheggiare discorsi interpretati dal Tempo
o dare Spazio a visioni immaginate la notte

ogni volta inseguire la scia delle stelline luminose
lanciate con maestria nel corridoio centrale tra le file
sino in fondo sino all’ultima sedia all’ultimo loggione
ritornano come estreme fiammelle di sussurri intravisti
nel caleidoscopico crogiuolo di emozioni suggerite
bisbigliate a gran voce da ogni registro possibile
con ogni fibra di diaframma di pancia di anima
a dar vita alla magia sottintesa al lavoro di mesi
per dar vita alla creta della visione che si dispiega
davanti agli occhi incollati fulminati andanti e rapiti
dall’ennesima interminabile invisibile seduzione
di questa prima gettata come un dado nel buio

Le fiammelle descrivono il concetto dello scambio con il pubblico, ma non sono solo metafora; la poesia utilizza metaforicamente un episodio realmente accaduto. lo spettacolo/concerto iniziava al buio con l’organo che suonava la quinta di Beethoven, l’eroica (tata ta tan), ed io entravo da un lato con fra le dita una serie di stelline luminose, quelle di Capodanno che si accendono sulla punta, e dovevo fare un urlo sopra la musica e lanciarle in platea. Non addosso agli spettatori, ovvio, ma in un corridoio centrale che separava le file. La sera prima provai a lungo quel lancio ed ogni volta le stelline andavano di qua e di là sulle poltrone dove il giorno dopo ci sarebbero stati gli spettatori, non mi venne nemmeno un lancio che non avrebbe coinvolto qualche spettatore… stellina accesa in un occhio o in pieno petto o sui vestiti o… e invece il giorno dopo il lancio riuscì perfettamente attraversando tutto il corridoio in un teatro pienissimo e la scia luminosa terminò la sua corsa là in fondo davanti agli spettatori in piedi dietro l’ultima fila… stelline teleguidate: ooohhh sì sentì nella sala e si accesero le luci sul palco e lo spettacolo iniziò (tra parentesi avevo una parrucca bionda fin sotto le spalle e dei baffi neri, lasciamo perdere). Ecco la magia vestita da stellina di Capodanno, ma se non avessi provato e riprovato e sbagliato e risbagliato poteva accadere? Credo di no e la metafora esprime bene il percorso che parte da un’idea ed attraverso la preparazione giunge a rappresentarsi. Stelline per tutti, prove per tutti, idee e spettacoli e la magia continua.

E la magia continuerà…

 

Renato Barletti ©2018

Potete seguire Renato ogni sabato in :

Suggestioni e percorsi poetici

“CONOSCERE IL TEATRO: ORIGINI ED EREDITÀ”