Per il filosofo Jacques Derrida, la parola greca pharmakon (da tradurre in farmaco) avrebbe avuto un’ambivalenza di senso. Comunque vada, esso ci scombussola il corpo. Il farmaco fa bene perché “incanta”. Per Derrida, presso gli antichi greci il logos (ossia il linguaggio pronunciato) avrebbe avuto la stessa ambivalenza di senso. Letteralmente, quello incanterebbe il suo ascoltatore. Il logos dunque fa bene perché (già) fa male. Noi ascoltiamo in quanto “ci fermiamo” ad ascoltare. Derrida percepisce il logos come virtualmente un “narcotico”. Ciò sarà più vero ascoltando qualcuno che consapevolmente voglia persuadere gli altri (tramite la sua abilità in retorica). Derrida aggiungeva che il logos può “mordere” come una vipera, a “narcotizzare”.

La medicina costituisce un rimedio di stampo dialettico. Già Socrate sosteneva l’idea che qualsiasi testo mediante la scrittura fosse una vera e propria “droga”. Una pagina avrebbe consentito di mantenere “in vita” (in memoria) la conoscenza. Ma c’era più autenticità nel rielaborare ciascuna nozione da imparare. Per Derrida, dunque la scrittura faceva sia del bene sia del male. Se da un lato valeva la positività del ricordo preservabile, dall’altro lato quest’ultimo preso in se stesso (da solo) non avrebbe potuto rielaborarsi. Bisognava rinunciare a sfruttare banalmente la ripetibilità della scrittura. Tra l’altro, già il platonismo doveva fronteggiare il problema delle Idee date per scontate (proprio al momento d’avviare un dialogo).

Per Derrida, la pagina curiosamente sarebbe stata simile alla pittura. Entrambe abbisognavano d’un modello originario, da imitare. Si può ricostruire la fenomenologia del caso. Se il foglio ad inchiostro ripete tutto ciò che qualcuno viene dapprima a dire, chi dipinge attua in verità una sorta d’enigmatica zoografia. Derrida intenderà Platone in chiave “neuroestetica”, mediante la mania ispirante. La pittura servirà prettamente a “trascrivere” il vivente. C’è una “mania” ispirante che farà tanto del bene quanto del male? L’esistenza nel senso puramente biologico del termine si potrà esprimere solo mediante il “pennello”… Ma come fa la pittura a rappresentare la vita? Essa ha un proprio modello, il cui significato è filtrato dall’ispirazione “maniaca”. Possiamo così tornare alla dialettica per parallelismi interdisciplinari. Un dipinto trascrive la “mania creativa” d’un artista eccezionalmente “pieno di sé”, ovvero “intensamente” esistente. Quanto gli osservatori saranno “morsi” dalla sua bravura? Per Derrida, l’imitazione dell’artista sempre “si fermerebbe” in chiave farmacologica. Immaginiamo che la sua bravura sia davvero “strabiliante”, per noi osservatori. Ma un’imitazione perfetta non può mai accadere: quella paradossalmente cesserebbe subito d’imitare il modello originario (“annichilito” tramite l’equivalenza). E’ di nuovo la dialettica farmacologica. L’imitazione fa davvero “del male” al modello originario, esattamente mentre si cerca di riprodurlo (dal “buon proposito” di preservarlo nel tempo).

Dunque è preferibile una leggera “imperfezione” della “mania” ispirante? Platone ci scrive che il pittore “scombussola” l’oggetto del quotidiano come un taumaturgo. Forse il suo colore diventa in specie farmacologico. Quello rappresenta la pura e semplice resa al materiale della “zoografia” artistica. Fra l’altro, al fine d’imitare, una tavolozza mischia (dunque un po’ “scombussola”). Pare qualcosa che si riconfiguri nel bastone di Asclepio, tramite cui i greci simboleggiavano l’arte della medicina. Il serpente può cambiare la sua pelle, percependosi nella “rivitalizzazione” di se stesso. La verga invece è uno strumento molto semplice, mentre vogliamo la normalità d’un corpo sano. Nell’antica Mesopotamia, si credette alla creatura leggendaria del Sirrush. Precisamente, quello aveva la testa d’un serpente (ma con le corna) e le scaglie sul corpo, parendo così un drago. Più in generale, era grazie alle mute che si poteva guadagnare tutta la positività del “guaritore”.

William Carlos Williams ci descrive liricamente i cocci verdi d’una bottiglia, che giacciono forse “rivitalizzando” le ceneri dall’ospedale, nel suo cortile. Egli principalmente parte dal simbolismo dell’asfodelo, che secondo la mitologia dei Greci era stato divinamente donato alle donne, per trasformare la natura in medicina. William Carlos Williams dedicò i suoi versi alla moglie Florence. Ricordiamo che egli lavorava da pediatra, curando chi avesse tutta la vita innanzi a sé. L’asfodelo s’adopera nella medicina popolare, di molti paesi.

Citiamo il medico di famiglia e poeta Peter Pereira. Egli scrive che le parole possono trafiggere, persino chi si faccia scudo col camice bianco, o abbia “l’amuleto” per il “nodo alla gola”, tramite lo stetoscopio (con cui si respira almeno indirettamente). Basta che il paziente, intimorito od innervosito dal male, insulti il suo medico… Peter Pereira invita a non percepire il mondo nella sola proiezione di se stessi. Ci sono sempre le “fessure” delle reinterpretazioni, dove la luce (pure conoscitiva) pare mascherata dall’ombra, un po’ come lo scorpione (che può “pungerci”) rintanato nella conchiglia vuota.

Jean Baptiste Fayol pensava che le piante avessero uno straordinario vigore. Queste parevano quasi a “bruciare” internamente. Conosciamo il lauro, che simbolicamente permette d’incoronare i conquistatori. Urtati assieme, i suoi rami potranno generare il fuoco. La linfa avrebbe così un certo calore, in aggiunta. Per Fayol, il lauro guarirà le ulcere della testa e cancellerà le macchie dal viso. Trattasi solo di credenze ingenue? Almeno citiamo la pianta della mimosa. Se toccata da qualche corpo, sembra che essa trasmetta all’altro la propria calorosità, ammalandosi, sino a reclinare i rami e le foglie. La mimosa riacquisterà la vitalità attraverso l’aria che la circondi. Con la propria maestosità, il cielo “brucerebbe” virtualmente per l’eternità.

Nel 1857, il fisiologo Claude Bernard individua un possibile ambiente interno, nel corpo degli esseri viventi. A costituirlo, sembrerebbero la circolazione sanguigna ed il sistema linfatico. Ambedue consentono all’organismo di proteggersi, dalle variazioni (sia fisiche sia chimiche) che possono accadere nel suo ambiente esterno. La circolazione sanguigna ed il sistema linfatico di fatto garantiscono la continuità (la costanza) dei processi vitali. Per Bernard, l’ambiente interno permette alle molecole cellulari propriamente d’armonizzarsi con le variazioni (sia fisiche sia chimiche) del mondo. Il sangue va circolando, mentre la linfa viene pompata dai muscoli (i quali si dilatano o si contraggono). L’armonizzazione fra le molecole cellulari e le variazioni ambientali (dal mondo esteriore) accade in più modi. C’è quella latente, caratteristica dei semi, quando la vita per un dato periodo sembra solamente potenziale (in stato “d’inerzia”). L’armonizzazione del tipo oscillante appartiene agli animali che vanno in letargo. Con un risveglio, essi avrebbero quasi un’altra vita. L’armonizzazione del tipo costante accade negli organismi più evoluti, come l’uomo. Qui, la vitalità arriverà a “contrastare” le variazioni (sia fisiche sia chimiche) del proprio ambiente all’esterno, riequilibrandosi.

Citiamo il neurologo Antonio Damasio. Egli paventa un esperimento tutto filosofico. Ci sarebbe un cervello rimosso dal corpo, e poi mantenuto in vita per immersione, da una soluzione nutritizia. Quello continuerà ad essere stimolato? La mente si svilupperà in modo “normale”? Per Damasio, un cervello in vita senza il corpo comunque non avrebbe la stimolazione “in uscita”. La mente mancherà di reagire, nelle coeve sensazioni. Quella deve “apparire” a se stessa, stimolato il corpo. S’immagini pure che i nervi recisi del cervello artificiale possano “magicamente” reagire, tramite la classica sensazione. Per Damasio, ciò confermerebbe l’assoluta necessità che la mente normale appartenga ad un corpo, contraddicendo subito l’intero esperimento. In aggiunta, i nervi recisi del cervello artificiale non potrebbero avere la grande varietà di sensazioni, che noi conosciamo solo in natura.

C’è una famosa poesia di Andrea Zanzotto, dal titolo Vocativo. La lingua si percepirà come un mero anelito, da qualcuno cui sia stato asportato il cervello (con la sua riflessione concettuale). La poesia deve principalmente dire… di dire, rinunciando a dire. La stessa invocazione si percepirà soltanto nel “tic” delle sue parole. Zanzotto immagina che il cielo contemporaneo abbia l’armonizzazione delle ariste recise, ed il flusso dubbioso delle vene. Qualcosa da spiegare con l’ambientalismo. Il cielo contemporaneo avrà troppi cavi ingranati sui crinali montuosi. In botanica, l’arista indica un prolungamento all’apice del frutto. La città contemporanea virtualmente “taglia” il cielo, coi cavi pubblici. Soprattutto la scarica elettrica avviene nel prolungamento di se stessa, e persino con l’armonia d’una “danza”. I cavi pubblici arriveranno a “tagliare” la mente di Zanzotto. Le sue vene virtualmente scaricheranno una vitalità accresciuta dai soli dubbi. Quanto i cavi pubblici avranno tagliato quelli “naturali” (come nei crinali montuosi)? Simbolicamente, il ritorno al tipico linguaggio della poesia, appena evocativo, consentirà alle parole di respirare, perduti i troppi “lacci” del concettualismo.

Guardiamo pure i famosi mobiles dell’artista Alexander Calder. Appoggiate ad un sostegno o sospese mediante un filo, più lamine di metallo dipinte a forma di foglie s’uniscono fra di loro. Esse sono esposte nei giardini e vicino alle finestre aperte, con tutta la “naturalità” del vento a metterle in lieve movimento. Il filosofo Jean-Paul Sartre ha scritto che Calder realizza delle arpe eoliche. I mobiles letteralmente “si nutrono” dell’aria. Ci pare che essi “traggano” la vita. L’aria ha una qualità indeterminata, per la vastità spaziale del cielo e la trasparenza del suo stato. Sappiamo che per la biologia il DNA ha una struttura a doppia elica, dove quattro basi azotate si distribuiscono per sessantaquattro triplette. In questo modo, la vita accade per “trazione”. Sartre sostiene che le installazioni di Calder esitano a muoversi. Ciò che ondeggia in qualche modo sbaglia e subito tenta di “correggere” il proprio stato. I mobiles da un lato “si lasciano andare” alla casualità del vento (nella natura), dall’altro lato “impongono” il meccanismo della loro concatenazione (in chiave artificiale). Da una prospettiva meramente visiva, l’elica è una figura che si distende verso l’esterno salvo poi (immediatamente) “ritrarsi”. La linearità del suo dinamismo va sempre “correggendosi”. Sartre ha scritto che i mobiles di Calder assomigliano ai petali della sensitiva. In qualche modo, è come se il vento andasse a “sfogliarli” misteriosamente.

Wislawa Szymborska descrive l’ansia prima di sottoporsi a visita medica, attraverso i cappotti, le gonne, le giacche, le calze, la biancheria intima ecc…: tutti da buttare sullo schienale d’una sedia, oppure sull’anta del paravento. Le rassicurazioni sulla nostra salute comunque non c’impediranno di prendere le precauzioni necessarie, principalmente d’inverno, onde evitare il raffreddore, l’influenza, la bronchite ecc… Secondo la poetessa polacca, s’uscirebbe dalla visita medica ancora “tremanti”, e già pronti ad allacciarsi le cinture, i bottoni, i colletti, le sciarpe di qualunque tipo (a scacchi, a pois, a righe ecc…). E’ questo un esempio di “mobiles” per la vitalità al “farmacologico”?

Per Christy Ducker noi preferiremmo esibire il corpo dell’aragosta, prima di subire un intervento chirurgico. Le persone non hanno gli arti strappati che si ricostruiscono da soli, semplicemente sfruttando l’accucciarsi del busto, per rincasare. Christy Ducker soltanto “può” esibire il disegno d’una scimmia (pensando anche all’evoluzionismo di Charles Darwin), dove le braccia si liberano in cerca d’un sostegno. Ciò vale soprattutto se il chirurgo apre il busto del ricoverato. L’abbraccio simbolicamente funziona da “scudo” per il cuore.

Per il filosofo Ernesto Francalanci, tutte le sedie vorranno infilarsi “sotto… la gonna” del proprio tavolo. Altrimenti, quelle si percepiranno in via quasi “patologica”. Una sedia completamente isolata “rischia” che noi la usiamo solo per appoggiarvi qualcosa, per poi andarcene. Sempre al tavolo si può restare in compagnia. La sedia isolata, usata come un appendiabiti, si percepirà nella pesantezza del proprio “ingessarsi”. Immaginiamo pure le maniche del cappotto, penzolanti dallo schienale… Nella sedia isolata, mancherebbe la flessibilità dei discorsi a tavola, fra amici. Per Francalanci, la sedia si percepirebbe come una “protesi” biologica. Qualcosa che richieda la vitalità della tavolata.

In neuroestetica, consideriamo la tipica sindrome dell’arto fantasma. Dopo che sfortunatamente subiamo l’amputazione d’una gamba o d’un braccio, può accadere che continuiamo a percepirne la presenza. Esiste una spiegazione di tipo neurofisiologico. Alcune aree cerebrali (evidentemente, ancora sane) si danno come tali perché ricevano gli impulsi sensoriali degli arti, a prescindere che questi manchino! Qualcosa che il filosofo Maurice Merleau-Ponty ripensò in via fenomenologica. La corporeità permette all’individuo d’avere una relazione ambientale. Ciò accade massimamente mediante gli arti. Il corpo ci fa essere nel mondo, siccome noi prima di tutto, dobbiamo stare. Gli arti evidentemente conducono. Attraverso di questi, noi percepiamo d’avere una corporeità che s’ambienti. Per Merleau-Ponty, l’abitudine di vivere… “stando” potrebbe giustificare la sindrome dell’arto fantasma. Noi manco ci daremmo come tali, senza avere la relazione con un “ambiente”.

Il filosofo Mario Perniola avanza il cosiddetto sex-appeal dell’inorganico. Nell’era contemporanea, il rock, la fantascienza, la realtà virtuale, la performance estetica, lo sport ecc… accadono ammettendo che in quel caso le cose possano “sentire”. Là, si percepirà una vitalità solo neutra, avente una vena artefatta. Qualcosa che curiosamente ci paia filosofica. La speculazione è sempre “neutra”, cercando l’astrazione dei “problemi” esistenziali (sul mondo, l’anima, il bene ecc…). A Perniola piace all’inverso che la filosofia si dia in via sentita, organica o perfino sessuale. Ciò induce a contestare l’identità (il soggetto). Nella neutralità dell’inorganico, un uomo non dirà più < io sento >, bensì < si sente >. La tossicomania si percepisce in via negativamente cupa e tenebrosa. Con quella, l’individuo letteralmente scade fra le mere cose, le quali non potranno redimersi. Il tossicomane avrà il corpo stra-fatto, in quanto fuori da se stesso. Nel sex-appeal dell’inorganico, la vitalità avanza solo neutralmente. Noi percepiremo l’infinità del suo ripetersi. La filosofia sarebbe stra-fatta, se portasse il “problema” esistenziale del mondo, dell’anima, del bene ecc… fuori da se stesso, astraendolo. Una dipendenza si percepisce sempre nell’infinità del suo ripetersi. La prosa filosofica tenderebbe inesorabilmente ad investigare se stessa, neutralizzando l’esistenza d’un significato linguistico. Il tossicomane letteralmente dipende dal suo ritmo biologico, il quale ha negativamente subito una sfasatura. Secondo Perniola, nell’eccitazione sessuale si percepirebbe “l’investigazione inesorabile” della mano, dell’occhio e della bocca, che neutralizzi la soggettività.

Per il filosofo Ortega Y Gasset, la linea d’orizzonte sarebbe quasi “biologica”. Essa dà “vitalità” al campo visivo, nella sua profondità. La linea d’orizzonte comunque inquadra. Essa catalizza in sé qualcosa, e precisamente il nostro sguardo. Possiamo dire che la linea d’orizzonte funziona come un organo vivente. Per Ortega Y Gasset, avendo una vista nella “plenitudine” di se stessa (verso la profondità), quella andrà ad “ondeggiare”. La linea d’orizzonte si percepirebbe in via elastica, come l’organo della bocca in respirazione.

 

PAOLO MENEGHETTI   ©2018

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