Ci sono stati momenti nella storia in cui il Teatro era centrale nella vita delle persone, uno di questi è stato sicuramente a cavallo fra il XVI e il XVII secolo a Londra e sarà ricordato come il Teatro Elisabettiano. Non sto parlando soltanto di William Shakespeare e Christofer Marlowe che tutti conoscono ma di molti altri commediografi, tragediografi e drammaturghi attivi nell’epoca e di un humus che caratterizzava la vita dei cittadini londinesi. Si andava a teatro tutti, tutte le domeniche e le opere erano scritte per tutti, riportando sulla scena trame ed avvenimenti che seppure fossero ambientati in epoche distanti potevano, e nelle loro intenzioni dovevano, essere riletti da tutti. La scena parlava ai cittadini presenti, qualcosa di simile al teatro greco. Il Rinascimento italiano aveva riportato in auge il teatro dopo circa un millennio e mezzo, ma si trattava per lo più di opere rappresentate nelle corti e scritte per le élite nobiliari che le frequentavano. Si erano anche sviluppate diverse forme di teatro di strada come i guitti o la commedia dell’arte e si trattava di spettacoli rivolti ad un latro target: il popolo. Con il Teatro Elisabettiano queste due componenti della società ritornano insieme a teatro per assistere agli stessi spettacoli, quel giorno lì durante quelle ore tutti sono semplicemente cittadini. Cittadini anche se con dei distinguo, insieme anche se in settori differenti. Se andiamo in un teatro greco notiamo immediatamente che non ci sono settori ma una serie di gradinate a semicerchio che salgono e se vi è capitato di assistere ad uno spettacolo ad esempio a Taormina o in qualche altra struttura avrete notato che più o meno da ogni posto si vede e si ascolta all’incirca nello stesso modo. Se invece vi è capitato di andare a visitare il Globe Theatre avrete subito compreso il classismo dei posti: il popolo in piedi nello spazio in terra battuta antistante il palcoscenico ed i nobili seduti sui palchi disposti anch’essi a semicerchio. Differenza netta, ma comunque tutti a teatro insieme e non accadeva da moltissimo tempo. quando si parla ad un pubblico vasto ed eterogeneo si toccano i motivi della vita quotidiana, le emozioni degli individui e il senso stesso della società. Shakespeare, che è uno fra i classici dei classici, lo fa e lo trasmette alle epoche successive parlando la lingua dell’universale. Per fare qualche esempio fra i più noti: la gelosia di Otello, la follia di Re Lear, la cattiveria umana di lady Macbeth o l’amore assoluto e contrastato di Romeo e Giulietta. Ma Shakespeare è figlio della propria epoca e di quell’humus pregno di teatro caratteristico della Londra elisabettiana. La Letteratura per propria natura ha una propensione all’utopia di poter “cambiare il mondo” con le proprie righe, le proprie rappresentazioni e gli stimoli che metaforicamente offre; in alcune epoche la convinzione si rafforza intravedendone concrete possibilità. Parlare ad una popolazione intera sicuramente è un’enorme possibilità, parlarle con linguaggi e riferimenti comprensibili. Nel 1517 a Londra scoppia una sommossa passata alla storia come evil may day: un folto gruppo di londinesi armato di forconi e picozze prese d’assalto i lavoratori stranieri del porto. Si trattava di rifugiati da gran parte dell’Europa fuggiti dai loro paesi in seguito alle varie guerre di religione che scoppiarono in quegli anni, soprattutto gli Ugonotti dalla Francia. I drammaturghi elisabettiani vollero pronunciarsi sull’accaduto e sullo sgomento che suscitò decidendo di esprimere le proprie opinioni scrivendo un dramma a più mani (probabilmente sei). Il dramma era intitolato Sir Thomas Moore, il filosofo che scrisse Utopia un secolo prima circa e curatore principale del progetto fu Anthony Munday. Non entro nel senso filosofico dell’opera, ma tengo ad evidenziarne il titolo e la propria finalità, ovvero di creare una “società felice” dove gli uomini possano vivere in pace e prosperità, senza guerre o dispute per il potere, un’utopia appunto? Munday coinvolge altri 4/5 autori che si dividono le parti, però l’opera non verrà mai rappresentata ed il manoscritto andrà perduto poco tempo dopo per riapparire alla metà del XIX secolo ed essere stampato in pochissime copie dalla Shakespeare Society. Il manoscritto originale presto finì alla British Library in locali non accessibili al pubblico per essere esposto e ristampato nel 2016 per le celebrazioni del cinquecentenario shakespeariano, perché? Ovviamente perché uno degli autori fu Shakespeare e oggi pressoché tutta la comunità accademica lo riconosce e si tratterebbe dell’unica testimonianza calligrafica rimasta del Bardo. Shakespeare scrisse un piccolo ma intensissimo pezzo: il discorso di Tommaso Moro ai cittadini londinesi al porto di Londra.

Mi fermo qui riportando il testo shakespeariano nella mia traduzione e nell’invito alla lettura mi congedo riallacciandomi al discorso sul classicismo e l’universalità della Letteratura. Questo pezzo può illustrare bene questi due concetti?

 

da Sir Thomas Moore; il monologo/discorso di Tommaso Moro ai londinesi:

 

…immaginate di vedere gli stranieri derelitti,

con i bambini in spalla, con i bagagli,

arrancare verso i porti e le coste in cerca di accoglienza;

e immaginate voi che vi atteggiate come i re dei vostri desideri

e vene state tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.

Cosa avrete ottenuto? Velo dico io: avrete insegnato a tutti

che a prevalere devono essere l’insolenza e il pugno di ferro.

Vorreste abbattere gli stranieri, ucciderli,

tagliar loro la gola, prendere le loro case

e poi tenete al guinzaglio la maestà della legge

per incitarla come fosse un mastino. Ahimè, ahimè!

Diciamo adesso che il re,

misericordioso verso voi aggressori pentiti,

dovesse limitarsi, riguardo a questa gravissima trasgressione,

a mandarvi in esilio, dove andreste? In Francia o Fiandra,

in qualsiasi provincia germanica, in Spagna o Portogallo,

anzi, ovunque non rassomigli all’Inghilterra,

ecco: vi trovereste per forza voi ad essere gli stranieri.

Via piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara

che non vi conceda l’asilo,

che affili i suoi coltelli per le loro gole

o vi scacci come tanti cani randagi?

e che ogni bene, ogni conforto

vi sia negato come appartenessero soltanto a loro?

Che ne pensereste di essere trattati così?

Questo è quello che oggi capita a chi arriva nei nostri porti

e questa è la vostra disumanità.

 

e come sempre ogni lettore rapporti quello che legge a quello che conosce, che vede, che vive e…

opera aperta / teatro aperto

Renato Barletti ©2018

Potete seguire Renato in :

Suggestioni e percorsi poetici

“CONOSCERE IL TEATRO: ORIGINI ED EREDITÀ”