Nel Dicembre del 1966, la rivista Artforum pubblicò il racconto d’un viaggio intrapreso da Tony Smith, lungo un’autostrada in costruzione, alla periferia di New York. Precisamente, egli dichiarò d’esserne stato entusiasta. Un qualcosa d’artificiale, come l’autostrada manco conclusa, avrebbe avuto lo stesso valore dell’arte tradizionalmente intesa. Prima ancora, c’era stato il celebre ready-made di Marcel Duchamp. Nel secondo dopoguerra, la corrente estetica del minimalismo condusse l’oggetto comune a farsi attraversare. Nacque così la fortunata land-art. L’oggetto comune avrebbe guadagnato un valore grazie al modo del proprio installarsi: ad esempio perché scavato, rotto, calpestato, oppure semplicemente ispezionato. Naturalmente, contava parecchio la performance dell’artista. Tony Smith liberò addirittura il ready-made di Marcel Duchamp, facendolo uscire dai contesti tradizionali dei musei, delle gallerie o delle accademie. Francesco Careri conclude che l’arte si faceva “nel cammino” di se stessa, confermando il suo idealismo dell’originalità e della genialità tramite la semplicità d’una roccia, dell’erba, al vento che delinea i campi ecc… Possiamo citare anche Carl Andre. Egli realizzava oggetti che occupassero un determinato spazio, e tuttavia senza riempirlo. Esteticamente, a lui interessava l’assenza. Esibendo ad esempio un basamento che non basava nulla, subito lo si percepiva irrisolto, come se esso si costruisse nel “cammino” di sé (all’infinito).

Francesco Careri cita le origini strettamente letterarie della land-art. Nel 1924, alcuni surrealisti (fra cui Louis Aragon, André Breton, Max Morise, Roger Vitrac) compirono una deambulazione d’arte, recandosi nelle campagne parigine. Loro volevano esplorare i confini fra la vita cosciente e la vita sognante. Simbolicamente, camminare in strade di campagna sarebbe stato utile. Qualcosa da percepire nelle sue svolte, pure inaspettate. La strada di campagna per il camminatore aveva uno “sguardo” sempre inquietante. André Breton scrisse che quella gli permetteva di ricevere il “vento” dell’eventualità. Tutte le svolte avrebbero potuto “sospingere” in maniera imprevedibile il corpo del camminatore.

Per il filosofo Jacques Derrida, la lettera espone “l’animalità” del desiderio. Essa infatti è “interrotta” in se stessa, senza constatare il significato della sua parola. La lettera appare nella “solitudine” del desiderio. Un animale vive d’interruzione in interruzione. Il suo desiderio non si farà constatare, neppure se esaudito! Per il poeta Edmond Jabes, la solitudine è un alfabeto di scoiattoli ad uso delle foreste. Qualcosa tramite cui erriamo, d’incisione in incisione. Conta essenzialmente il sottobosco, col desiderio a mo’ di sentiero.

Richard Long interveniva artisticamente sulla terra, senza le tecnologie. Qualcosa da mutare solo in superficie, tramite il corpo umano. Sulla terra, Richard Long camminava o raccoglieva. La corporeità esteticamente diventava una “misura in formazione” per lo spazio ed il tempo. Spesso la camminata di Richard Long rispettava il cambio nella direzione del vento, o la vicinanza con una sorgente sonora. L’artificio umano del misurare, una volta fondatosi sulla natura, acquistava un ritmo, perdendo la stabilizzazione astratta d’una durata. C’era una “crescita” del vissuto personale. Per Richard Long, sul serio l’arte si percepiva astrattamente (teoricamente) come un “cammino”. Spesso si scava o di contro s’accumula la terra, nella costruzione d’una “segnaletica” certo più indefinita che precisa. La crescita personale presuppone un’esperienza di ricerca. Più in generale, nella land-art accade che la scultura riesca finalmente a “trasformare” il territorio circostante. E’ quasi una miniatura dell’architettura. Quest’ultima, in quanto ingombrante, sembra “a camminare” verso il nostro sguardo, mentre le sue stanze, prese in se stesse, servono a favorirci la socialità. Forse, la land-art si limiterebbe a scolpire “le tracce” (mediante la raccolta delle foglie o gli scavi del suolo, calpestando l’erba del prato ecc…). Gordon Matta-Clark partiva proprio dall’architettura. Egli soleva perforare le pareti, cercando di rovesciarne il senso più “costruito” (quello secondo la mentalità comune).

Nel 1959, per l’Internazionale Situazionista, un anonimo scriveva che gli urbanisti del XX Secolo devono costruire delle “avventure”. Serviva un nuovo uso del tempo (di contro a quello tradizionale). Per i situazionisti, l’architettura doveva rinnovarsi di continuo. I pregiudizi socioculturali sarebbero stati erranti, facendosi costruire e ricostruire. Si dovevano urbanizzare dei labirinti. In quelli, si potevano visualizzare i “camminamenti erranti” della coscienza sognante (lontana dal determinarsi coi pregiudizi socioculturali). Di frequente, il situazionismo accetta l’ecologismo. Negli ultimi anni, abbiamo conosciuto l’avanguardia estetica del guerrilla gardening, tramite cui si gettano semi di piante o fiori, impastati di terra, sulle aree in apparenza più degradate dall’urbanizzazione. Sarà importante ottenere il favore dei cittadini, quando la coltivazione potrà crescere… Un giardino si percepisce rivendicando una sua privatezza, ad esempio se evitassimo di calpestarlo. Ma esso non sarebbe invasivo, in quanto pacificante per il “silenzio” delle nostre preoccupazioni!

Guido Gozzano immagina d’abbandonarsi supino, con gli occhi socchiusi, nel prato di trifoglio. Il sogno è sempre un qualcosa di viscerale. Ma forse c’entra anche la sua illusorietà; dunque Guido Gozzano rinuncerebbe a “penare” per raccogliere il “bel” quadrifoglio. Il corpo coricato sull’erba si farà seguire dall’aruspice, avente l’occhio d’una donna. Anche “l’incanto” della bellezza sarebbe tanto viscerale quanto effimero. Il quadrifoglio parrà fortunato solo al superstizioso? Con l’incanto, Guido Gozzano ironicamente prenderà sonno! Fra il 1926 ed il 1940, Santoka Taneda percorse a piedi ben 28.000 miglia! Egli compose un haiku davvero a tema: Usando una pietra come cuscino, mi lascio trasportare attraverso le nuvole. Il cammino permette una trascendenza spirituale. La vita ha un inizio (la nascita) da rimandare immediatamente al suo termine (la morte). Camminando, noi prenderemmo coscienza di questo, soprattutto spiritualmente.

Esteticamente, l’impressionismo desiderava che la realtà fosse dipinta nell’immediatezza d’una sensazione, e contro ogni convenzione, anche nel naturalismo. Ad esempio, l’osservazione troppo facilmente conferisce un tono verde all’erba. L’illuminazione varia a seconda delle situazioni. Quella consentirà che l’erba a volte si percepisca come blu (citando il tono classicamente riservato ai mari). Emile Zola scrive che per avere l’impressione bisogna uscire all’aperto. La luce naturale si scompone di continuo. Il giro del sole non impedisce le piogge o la nuvolosità. Un’impressione è sempre “di rottura”: anche verso la “banalità” dell’erba verde!

Ne Il giardino del profeta, scritto da Khalil Gibran, accade che Almustafà paragoni la vita alla goccia di rugiada, parlando ai suoi discepoli. Il punto di partenza è l’osservazione del sole. Per Almustafà, la sua immagine che si specchia di mattina nella rugiada non differisce da quella originale. Parimenti, nell’uomo accade che l’anima rifletta” la vita. E’ solo con l’intimità che noi esperiamo d’esistere. La goccia di rugiada riflette la luce, suddividendola, perché ha comunque (già) la luce, nel senso più universale del termine. Almustafà carica la sua comparazione d’un valore metafisico. Anche se la goccia appare una sola (finita, caduca), essa suddivide qualcosa che esiste da sempre (eternamente): la luce. Là, non è manco facile distinguere il tono blu… del cielo.

Si citi una poesia di Amy Clampitt, dal titolo Il sole sotto i piedi fra le rugiade di sole. Tutta l’ingenuità (la spontaneità) della natura si percepirà come stupefacente. Sarebbe la brillantezza della rugiada, letteralmente “impantanata” nel muschio? Qualcosa che porti il sole a sniffare. Lo sfagno per la poetessa si riconfigurerà come una tazza di tè. Ogni linfa vitale in natura uscirà dal paiolo magico del sole. Così, il bosco dovrebbe inghiottire l’escursionista (dalle caviglie al diaframma, tramite le ginocchia). Fuor di metafora, la rugiada di sole è una pianta insettivora… Un peccio nero accoglierà la testa dell’escursionista tramite un mero cenno (per la pesantezza delle sue fronde). Qualcosa che attesti “l’impantanarsi” della brillantezza vitale.

Il filosofo Jean-Luc Nancy cita il mito di Afrodite, nata dall’acqua spumeggiante. Qualcosa che in via fenomenologica sarà più facile da giustificare. Si può nascere da un mescolamento che inumidisca? Immaginiamo lo stadio embrionale, o quello larvale. Empedocle pensa che Afrodite sia nata dai prati fessurati. E’ la riproposizione dell’emersione. Si percepisce la conclusione “rigogliosa” dell’acqua spumeggiante. Qualcosa che rimescoli le fessure in superficie. Afrodite è anche la dea dei giardini. Le fessure superficiali dell’acqua schiumosa si percepiranno come le labbra, che inumidiscano grazie al bacio. Afrodite nascerebbe per Jean-Luc Nancy da un mare d’erba. Le sue fessure in superficie saranno quasi “fruttuose”.

Il filosofo Gaston Bachelard ricorda un’incisione di Albert Flocon. Là, vediamo una sorta d’erbario (con foglie, rami, boschi, radici, fiori ecc…). L’artista fa in modo che noi percepiamo il “dominio” del mondo vegetale. Una foglia, un fiore, una radice, un bosco ecc… cresceranno sempre tenacemente. Questi sono elementi da un lato molto numerosi, dall’altro lato visivamente “stipati” fra di loro. Dunque la vegetazione insegna meglio a percepire la lotta per la vita. L’incisione è una tecnica d’arte che dà potenza visiva alla sua raffigurazione. Le linee, “stipate” fra di loro, acquistano pure la dimensione della profondità. Gaston Bachelard scrive che per Albert Flocon il prato non è un manto erboso, bensì la volontà “prima” (di crescita) della terra. Le varie incisioni avrebbero pure una lettura psicanalitica. Per Gaston Bachelard, esisterebbe un intimo erbario latente nell’inconscio. Aristotele credeva che l’anima vegetativa determinasse gli impulsi più elementari: verso la nutrizione e la riproduzione. Per Gaston Bachelard, noi siamo piante antichissime al centro della nostra essenza (nell’interiorità), dove prospera la vita di radici o gemme. L’inconscio, con la sua vena d’impulsi, in qualche modo avrebbe immagini “tenaci”, che… “lottano” per darsi, mentre i pensieri consapevoli si danno e basta, più “tranquillamente”. Nel cosiddetto erbario… dell’intimità, la dimensione “lenta” o “dolce” (vegetativa!) della vita deve comunque garantirsi la perseveranza.

Citiamo ancora Il giardino del profeta, di Khalil Gibran. Là, Almustafà afferma che solo chi dorme con le radici, sotto la neve, poi raggiungerà la primavera. Bisogna accettare la semplicità della Natura. Noi guadagneremo in saggezza evitando il “vanto” della nostra conoscenza. La Natura comunque va scoperta, per cui quella molto semplicemente ci precede. Sarà la saggezza “della Terra”, nel mero “silenzio” di se stessa. Una radice ci pare il ramo che deve ancora nascere. Il “silenzio” della prima (sotto la terra) è indispensabile per il “coro” del secondo (esposto ai quattro venti, sulle foglie). La radice pare fragile, in quanto “accartocciata” in se stessa. Ma da essa potrà nascere sia il duro tronco della quercia, sia la chioma “a stagliarsi” del salice piangente. Simbolicamente, la spontaneità della vita dovrà presiedere pure la “ricchezza” della conoscenza umana.

Lucio Battisti percepisce in musica la sua infanzia come un campo di grano, a poesia d’un amore profano. Quanto la spensieratezza comporta la sincerità? Forse l’importante è che, raggiunta l’età della maturità, gli amori non si risolvano in modo “solo passeggero”, come un’estate. La sincerità aiuterà a non temere di prendersi per mano, alle prime contrapposizioni. Servirebbe un “cuore” candido… di roccia! Nel taoismo di Lao-Tzu, è scritto che Il buono cammina senza orma e traccia, ovvero in modo leggero. In alta montagna, una coltre nevosa impedisce agli scalatori di lasciare un’impronta continua del loro passaggio. Inoltre la terra (più umida) scompare in favore della pietra (dura). In alta montagna, è come se gli escursionisti passino appena “lievemente”, senza lasciare la propria impronta. Lao-Tzu invitava gli uomini a vivere nella moderazione.

Per il filosofo Roger Caillois, l’opera d’arte sarà prodotta da qualcuno il cui organismo ci sembra particolarmente agile e sensibile, come accade in natura per l’erba, immediatamente mossa dal vento. Ne deriva che la percezione estetica si dà in via effimera. L’opera d’arte riproduce un qualcosa (massimamente, nel campo del figurativo). Ne deriva la sua impronta, tramite cui percepire una vena “effimera”. Per Roger Caillois, l’opera d’arte ci ricorda la bolla di sapone, già agilmente sensibile al movimento del vento. E’ il “miraggio” che quella possa riprodurre qualcosa, in specie nel ramo del figurativo. Per Roger Caillois, l’opera d’arte avrebbe la dura materialità del “deserto”, come agli albori naturali della Terra. Certo esiste il potere della creatività… Tramite questo, la land-art ci fa apprezzare il “miraggio” del campo delineato dal vento, o d’un solco che rallenta il camminare. Forse il deserto invita all’introspezione, in via spirituale? Per lo scrittore Philippe Diolé, è qualcosa che riempiremo sempre con l’acqua. Le dune sabbiose che troviamo nel deserto ondeggiano per via del vento. Philippe Diolé “si riconciliava” con quelle, immaginandole creativamente dentro il blu del mare.

 

PAOLO MENEGHETTI   ©2018

Paolo Meneghetti´s books / i libri