La ricerca del CSC, presentata il 27 marzo, contiene previsioni condivisibili (ma non del tutto) e proposte molto contradditorie tra di loro.

Le prime: un 2019 nella migliore delle ipotesi fiacco (a causa di una vistosa flessione della domanda interna); crescita delle esportazioni in linea con l’andamento generale e, quindi, poco positive pur sembrando l’unico indicatore non disastroso; mancato miglioramento del rapporto debito pil con peggioramento della fiducia dei mercati esteri ovvero aumento dei tassi di interesse.

Le seconde: a determinate condizioni, le esportazioni sarebbero l’unico antidoto alla flessione della domanda interna; le scelte governative (RdC e quota 100) pur avendo effetto positivo sulla domanda interna, hanno scontato un indebolimento degli investimenti pubblici quale fattore ormai strutturalizzatosi.

Allora: se le esportazioni risentono della congiuntura internazionale è logico che non possano fare da traino alla ripresa (persino la Cina si trova, per varie ragioni, in tale situazione e perciò punta di più sulla crescita interna, il che non significa che abbandoni il commercio internazionale…).

Cosa fa rinforzare la domanda interna quando i privati non investono perché non ci sono prospettive di ripresa: 1) sostituire le importazioni; 2) la spesa pubblica.

Le politiche sospinte dall’UE fin da prima dell’introduzione dell’euro, sono state deflattive proprio perché hanno puntato solo sull’export (il che è un non senso visto che tutti non possono veder aumentare le proprie esportazioni!) a costo di ridurre – come è stato – salari ed occupazione. Altri Paesi del Centro-Nord Europa hanno compensato tale politica mantenendo sotto controllo pubblico molte più produzioni e servizi di quanto non abbiano fatto i rispettosissimi Italiani: ed è questo che determina il maggiore rallentamento della nostra economia rispetto alle altre pur in un’Europa che si è, complessivamente, autoinflitta la penitenza (ovviamente, aggravando le differenze tra classi sociali e spostando su quelle più subalterne le sofferenze maggiori).

Le esportazioni che servono sono quelle ad alto valore aggiunto: la gran parte degli esportatori di materie prime e semilavorati rimangono poveri; la ricchezza delle Nazioni sta nella trasformazione ovvero nella quantità di intelligenza incorporata nelle merci e nei servizi. Da questo punto di vista l’Italia non è messa affatto male; tuttavia è importante ribadire che il traino delle esportazioni non deve avvenire a scapito del lavoro, ma, al contrario, in condizioni di valorizzazione di esso. Torneremo ricchi quando sapremo valorizzare, con la nostra intelligenza, preparazione, cultura, sensibilità artistica e capacità scientifiche la più importante delle nostre esportazioni ovvero il trinomio tra turismo, beni culturali e filiera agroalimentare.

Ma esiste anche la sostituzione di importazioni, ovvero un cambiamento di modello in cui, diversamente dall’attuale, non si deve assassinare il vicino, ma esportare solo le eccedenze: si valorizzano i prodotti locali (anche facendo uso di monete complementari che fidelizzano il consumatore al territorio e rilanciano l’occupazione interna), si satura il mercato locale e si esportano le eccedenze ad un prezzo arbitrario, cioè proprio quello internazionale. Così si è competitivi, ma senza vedersi devastati o dover devastare i vicini. Anzi, anche questi ultimi faranno lo stesso e, alla fine, il modello sarebbe sostenibile con tutte le bilance commerciali in pareggio.

La spesa pubblica in disavanzo fa crescere il debito (con due eccezioni che presto vedremo): la scommessa consiste nell’effetto moltiplicativo della spesa stessa rispetto al pil, vale a dire se l’incremento indotto produrrà un effetto minore sul debito (che, comunque, crescerà).

Le due eccezioni (a cui sono legate le possibilità di far crescere la spesa pubblica senza creare ulteriore debito):

1) soddisfare il fabbisogno dello Stato con titoli a tasso di interesse negativo (ovvero intensificare il numero delle vendite dei titoli a breve termine) finchè il fenomeno – anomalo, ma legato alla gestione della liquidità da parte delle banche che si liberano dei titoli tossici e lesinano il credito all’economia reale – persiste;

2) emettere ed immettere moneta statale non a debito e a sola circolazione nazionale (di cui non si occupa la normativa europea). ( Vi segnaliamo in merito quello che al momento è il solo studio Italiano sull’ argomento che trovate clickando qui)

Stupisce, infine, che la Confindustria persista a non considerare l’effetto dei comportamenti bancari sull’economia. Le banche lesinano il credito perché applicano rating che penalizzano le piccole imprese e gli artigiani (in Germania accade tutt’altro e dovremmo guardare alle banche non speculative di lì; le grandi, invece, stanno messe peggio delle nostre, ma comperano i titoli di Stato a tassi straordinariamente bassi o, come si diceva, negativi).

Certo, molte delle prospettive italiane del 2019 sono legate al funzionamento dei due principali provvedimenti di politica economica del governo: ma non si vede perché la pur piccola redistribuzione del reddito (in gran parte ottenuta spostando risorse pubbliche già riscosse) non debba avere effetti positivi sul pil al pari di un regime pensionistico meno restrittivo del precedente; più importante, forse, sarà, nei prossimi mesi, la capacità della macchina amministrative di restituire, ad investimenti vari ed infrastrutture sostenibili, decine di miliardi “sospesi” nei bilanci regionali e non solo che la piena collaborazione della e con la cosiddetta burocrazia può restituire alla loro funzione. Va da sé che 50-60 miliardi farebbero la differenza e costituiscono, forse, il vero “asso nella manica” dell’attuale governo.

Nino Galloni©2019

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