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… ”Di qua di qua, venite. Guardate la panchina: blu con una croce bianca sopra.”

In verità la panchina la vedevamo tutti, ma la croce nessuno, a parte lui che continuava comunque a indicarla con ampi gesti.

“Ma non capite, croce bianca e sfondo blu, è la bandiera finlandese!”

In effetti la bandiera finlandese è proprio così, però nessuno ancora aveva visto la croce, la panchina era una delle solite sulle quali passavamo parecchio tempo la sera a fumare e guardare il mare e le macchine che passavano sotto.

“Dobbiamo farla adesso, ce lo sta dicendo lei.”

“Beh, forse sì, facciamola.” Incominciò a dire qualcuno.

“Ok facciamola, vado a prendere il tabellone in vespa.”

Andai verso la vespa convinto che in ogni caso, croce o non croce, bandiera o non bandiera, un segnale ci fosse stato e che bisognasse farla. Naturalmente l’oggetto del fare era una seduta spiritica, sì perché da un po’ di tempo avevamo preso l’abitudine di farne sovente, un po’ dove capitava, al parco o l’inverno in qualche spiaggia deserta o in posti qualsiasi un po’ isolati, di sera ma anche in pieno giorno. Per essere sempre pronti all’occorrenza tenevo nel bauletto della vespa un cartoncino arrotolato sopra a cui avevamo scritto lettere, numeri ed in mezzo i classici sì no non lo so e naturalmente qualche tazzina recuperata qua e là per averne sempre in caso di rotture. Andai da solo mentre gli altri erano saliti verso l’anfiteatro e li trovai già tutti seduti dalle scale sul lato sinistro dove ci mettevamo di solito, e stavano già girando un paio di canne. Antonio, in arte Antoine che era un po’ il cerimoniere, prese il tabellone arrotolandolo nel senso inverso per renderlo il più piano possibile, poi recuperò qualche peso da mettere agli angoli e lo distese al centro del cerchio.

Da qualche settimana veniva sempre Arcielde e ormai era una “presenza” costante, ne parlavamo a lungo fra di noi, ci si chiedeva come potesse essere stata la sua breve vita, perché avesse scelto di comunicare proprio con noi e soprattutto cosa significassero i messaggi criptici che ci lasciava ogni volta. Non era la prima anima che comunicava con noi, ma sicuramente era la prima con la quale si era instaurato un rapporto così duraturo e così… direi quasi intimo, sembrava una di noi con la quale si chiacchierava, mah? Ci aveva detto che era stata una bambina, morta a nove anni di peste verso la fine del diciassettesimo secolo in un villaggio della Finlandia meridionale non molto lontano da San Pietroburgo. Per questo la Finlandia e la bandiera finlandese ed anche perché l’ultima volta aveva detto che ci avrebbe “chiamato” lei, per questo c’era un po’ di fibrillazione, infatti erano già passati alcuni giorni e nessuno aveva avvertito richiami di sorta. Poi stasera Roy ha visto la bandiera ed eccoci seduti intorno al foglio disteso con gli indici sulla tazzina passandoci le due canne ormai agli ultimi tiri.

Come accadeva ultimamente la tazzina incominciò a girare, riconoscemmo subito che era lei dalllo zig zag di saluto che faceva sempre all’inizio.

“Ciao.”

Non scriveva niente quella sera, girava girava si avvicinava a uno poi in mezzo poi da un altro e così via.

“Sei arrabbiata?” le domandò Martina che era quella con la quale Arcialde aveva dimostrato di avere maggior feeling. Ma girava in tondo senza scrivere nulla, non era mai successo prima.

“Dai concentriamoci magari ci sente distratti.”

“Lo sapete che capisce se siamo scazzati.”

“Sì, se c’è qualcuno che non ne ha voglia se ne vada.”

“Io rollo una canna nel frattempo.”

E girava sempre, si fermava e girava ancora; Pendevamo dalle sue labbra, dalla tazzina, dal tabellone. Nessuno diceva nulla, ma ciascuno pensava che ci fosse qualcosa che non andava, in noi o in qualcuno di noi, che la irritava. Bisognava crederci, punto e basta, altrimenti di cosa avrebbe saputo farlo? Bisognava credere che un’anima vagabonda avesse qualcosa da dirci, che muovesse la tazzina per dircelo. In effetti ci credevamo, con diverse sfumature, ma in ogni caso credevamo fosse lei a muovere la tazzina e che dal suo mondo ci vedesse lì quella sera e magari ci vedesse come saremo e cosa faremo fra una settimana, un mese o diversi anni. Credevamo in un mondo spirituale, avulso, parallelo e contemporaneo a quello delle macchine che passavano sotto, della scuola, della pesantezza sociale di quegli anni. Su quel tabellone si scriveva quell’altro mondo, immaginato, sognato, ma anche vissuto, e Arcielde ci portava per mano a passeggiarci dentro. Come il fumo della canna appena accesa che pareva un filo diretto con l’India, dove la spiritualità era vita e la vita che c’era qui non esisteva. Così pensavamo e facendo girare l’ennesima canna entravamo in sintonia fra di noi, con quel mondo, con l’India… la nostra India.

“Kingo vieni, ci serve il tuo aiuto.” Sentimmo chiamare in lontananza, Kingo fece come un giro di sguardi per dire che andava solo un attimo e per ricevere una sorta di consenso a togliere il dito; si alzò e in fretta si diresse verso la zona da dove arrivava il richiamo. Non eravamo i soli la sera a scavalcare le recinzioni e entrare al parco, diverse altre compagnie avevamo angoli loro dove andare. Questi che avevano chiamato Kingo erano ragazzi più giovani che si mettevano sempre da quelle panchine vicino alla fontana. Lo avevano chiamato, come altre volte e come altri gruppi a volte, perché si preparavano dei colli di bottiglia che però difficilmente sarebbero riusciti ad accendere e si rivolgevano ai capienti ed entusiasti polmoni di Kingo.

Cinque minuti al massimo e ritornò, ma la situazione era la medesima: qualche giro, qualche fermata, qualche giro. Non ricordo quanto durò così, ma a tutti sembrò tantissimo tempo; eravamo tutti tesi, arrovellandoci le teste con un’infinità di domande sui possibili perché, credo una mezzora almeno.

Ecco, incomincia a fermarsi sulle lettere. Scrive.

 

“OROLOGIO.”

 

E rincomincia a girare, fermarsi, girare.

“Cosa significa?” nessuno seppe dare risposta, tutti con l’indice sulla tazzina tranne Roy che stava preparando un paio di canne.

“S’è fermato, l’orologio s’è fermato alle 10,35.”

Con un brivido lungo la schiena tutti quelli che avevamo un orologio guardammo.

“Anche il mio, 10,35.” Esclamò con un filo di voce la Debs.

Doctor T senza dire nulla mise in mezzo al cerchio il braccio destro con il suo Bulova subacqueo con le lancette ferme alle 10,35. Anche il mio Longines della prima comunione bloccato, lo stesso il Sikurino elettronico (uno dei primissimi modelli taroccati del genere) di Yanez. Attoniti più che increduli, nessuno parlava, gli sguardi si incrociavano fra loro cercando risposte in quelli degli altri; nessuno aveva risposte, ma nemmeno domande, attoniti appunto. Una decina di minuti di silenzio, quasi immobili, con mille cose che passavano in mente o forse nessuna, soltanto la certezza di essere lì con gli orologi bloccati alla medesima ora, al parco come tante altre sere… ma questa era una sera diversa, molto diversa. Quasi come se i due mondi si stessero per sovrapporre, quasi come se l’India fosse giunta qui in Riviera sul bordo rovesciato di una tazzina da caffè.

Si muove di nuovo, scrive.

 

“SERATA DO FOCO 4 TESTE NANE BESTIALI.”

 

E si ferma al centro del tabellone, questa volta si ferma per sempre. Arcialde non tornò più e ci lascio solo quella frase ancora più criptica, forse perché insieme cercassimo di comprenderla o forse perché ognuno la interpretasse come voleva. In ogni caso Arcialde non tornò più e l’India diventò Riviera (forse) solo quella sera (o quella stagione).

La mattina dopo ognuno ricaricò gli orologi all’ora esatta della tv, prima di andare a scuola.

 

Renato Barletti ©2019

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