Mi è stato chiesto quale fosse per me la “cosa” più bella della letteratura italiana; ci ho pensato un po’ su (ma nemmeno troppo): il XXVI canto dell’Inferno, qualche passo della Gerusalemme, alcuni versi sparsi della scuola siciliana o altri di poeti del Novecento tipo Ungaretti, Sandro Penna o addirittura Alberto Savinio… certo in qualche modo i miei preferiti ma… il mio preferito in assoluto è Dino Campana. Il preferito sotto ogni punto di vista: per ragionamento, per sentimento, per interpretazione, per “liaison personale”, per temporalità, insomma un po’ per tutto. Avrei potuto semplicemente alla domanda rispondere: i CANTI ORFICI, in virtù di una continuità espressiva e di significato e di una difficoltà ad estrapolare un componimento piuttosto che un altro. Troppo facile e troppo ampia sarebbe risultata la risposta, quindi ho provato a cercare nei Canti Orfici il pezzo più bello. E qui è stato difficile, molto difficile: io non ho mai letto le singole poesie dei Canto Orfici, ma sempre tutta l’opera di seguito e così continuo a fare da decenni almeno tre o quattro volte l’anno. Perché? Lo so e non lo so. Se mi rispondo con la testa posso dire che si tratta di un’opera compiuta di per sé che propone un percorso che iniziato va terminato. Se mi rispondo con l’emozione e il sentimento sono costretto a dire che il primo verso apre l’anima ad un mondo che si presenta via via e si compie alla fine. Ecco Genova è l’ultimo poemetto, la chiusa dell’opera e di quel mondo simbolico ed iniziatico. Quel mondo è lo spirito di Dino, i suoi occhi, i suoi passi, il suo cervello dichiarato “malato”, intersecato ed interagente con il mondo “normale”. Tutto è come è e tutto è visto e presentato come Dino lo vive. Come lo deforma, come lo attenua a tratti e come a tratti lo trasfigura. Un’osmosi infinita fra il mondo ed il sé, con ogni particolare che si personalizza in un continuo dialogo con lo spirito poetico di Dino, con la propria interiorità, con i propri pensieri. Il senso dell’arte che rimodella il mondo e la vita attraverso visioni, il poeta come una corda di violino che vibra a seconda degli stimoli che riceve. Poi molto altro ancora, ma non mi faccio prendere la mano e non parlo oltre dei Canti Orfici altrimenti rispondo alla domanda iniziale fra 427 pagine. Quindi? Quale è la poesia che scelgo?

Scelgo GENOVA, l’ultima. Un poesia che chiude il viaggio iniziatico e visionario di Dino e che apre. Apre a tutto, ad ogni possibile domani, ad ogni arrivo o partenza, alla quiete e all’inquietudine. In fondo Genova fu Ianua, la porta, una porta girevole che abbraccia e spinge via, una telecamera a 360 gradi sulla città, sul mondo, su ogni incontro, su ogni particolare architettonico e paesaggistico che si personalizza in un dialogo continuo. Ianua si apre e si chiude, è l’orizzonte del mare e la corona di montagne e di mura. E poi quel libro, questa poesia all’inizio del Novecento in uno scenario poetico stracolmo di gabrieldannunazianesimo, che in fondo altro non era che il culmine (a mio avviso esacerbato da una estrema ridondanza e ammantato odore di stantio) della scuola classica italiana che ha riproposto per secoli un modello poetico, seppure il poeta di Pescara ambisse ad essere “moderno”. I Canti Orfici appaiono in quel frangente, appaiono deflagranti ma anche celati dalla coperta della non divulgazione. Ma sicuramente chi ebbe il caso di averne una copia fra le mani colse immediatamente l’assoluta novità dell’opera e la sua straripante forza evocativa. I Canti Orfici aprono una porta sul Novecento, sull’internazionalizzazione della Letteratura Italiana, su una reale modernità, di linguaggio, di argomenti e di contenuto. Genova è la porta che ha accolto e che si apre, una porta per tutti e con dentro tutti, ogni possibile viaggiatore nei meandri dei vicoli che nella poesia non sono solo vicoli ma proprio meandri di senso, di autobiografia, di rapporti. Sono i meandri della propria coscienza, della propria individualità fra molte altre individualità. Non a caso la poesia e il libro terminano con i tre versi di Walt Whitman (trad: “tutti rimasero coperti dal sangue del ragazzo”). Direi punto e basta, estrema sintesi di un viaggio iniziatico che si ferma e riparte nel porto della porta. Quel sangue è l’espressionismo poetico che esce dalla propria interiorità e segna altre interiorità, altri viaggiatori, altri iniziati e non, proiettandosi verso nuovi lidi e quel ragazzo è l’artista che esce da qualsiasi stereotipo e si presenta come se stesso, nudo e crudo, umile ed orgoglioso, diverso e simile. Il sangue del ragazzo macchia chiunque lo sfiori, indelebile come una folgorazione, immarcescibile come il sapore di un sentimento, inestricabile come un mistero. Apparvero come un lampo i Canti Orfici, un lampo che illumina tutto per qualche attimo e poi in pratica scomparvero da qualsiasi tipo di ribalta. Nei decenni successivi vennero restituiti ad un pubblico che è diventato sempre più folto, un pubblico macchiato dal sangue che scaturisce dai suoi versi e, al di là della fama e notorietà che hanno avuto e che hanno, dal mondo poetico di Dino che, attraverso un espressionismo assoluto, si svela e svela sfaccettature del mondo interiore di ognuno di noi. La Poesia per la Poesia mediata solamente dal poeta. Similmente macchiato risulta anche il non pubblico ed i suoi, non pochi, detrattori, che comunque da quel sangue sono stati macchiati in ugual misura. Direi che la “lezione” di Dino è uno di quegli snodi topici dopo i quali nulla potrà essere come prima e nulla infatti lo è stato dopo la Ianua della contemporaneità. Ci siamo passati tutti: sperimentatori e passatisti, espressionisti e intimisti, rimatori e liberoversisti, tutti siamo passati e continueremo a passare attraverso quella porta… ci dovrebbe in ogni caso passare anche un novello improponibile poeta nazionale gabrieldannunziano.

Mi fermo qui e, come mio solito, non faccio esegesi, commenti, interpretazioni dei versi di GENOVA, semplicemente li offro alla lettura di chi vorrà farlo.

 

GENOVA

Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente
illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.

***

Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea

Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto

Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:

Come le cateratte del Niagara

Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:

Genova canta il tuo canto!

***

Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.

***

Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli:. . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di
Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
Dentro il vico chè rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì: …..»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca. . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì. . . . .
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva. . .
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.

***

Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.

***

Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.

***

O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

They were all torn
and cover’d with
the boy’s
blood


Renato ha scritto su Dino Campana anche nell’ articolo che trovate clickando qui 

 

Renato Barletti ©2019

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